i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Era un vestito di seta nero, trasparente in controluce, scollato e corto; si allacciava con un nodo al collo così da lasciarle la schiena nuda; era fatto per essere indossato senza reggiseno ed evidenziare e offrire alla vista, attraverso l’ampio scollo a V sul davanti, una porzione importante del seno. Le scendeva attillato sui fianchi e le fasciava il sedere aderendo perfettamente alla curva morbida e ampia delle sue natiche, lasciate generosamente libere dal mini perizoma rosso: un filo sottile che, dietro, scorreva nel solco e davanti copriva a malapena il pube. Era una mise molto, molto osè ma, doveva ammetterlo, non volgare e, riconosceva lei stessa, le stava benissimo, grazie anche all’abbronzatura e al fisico che poteva ancora permettersi di sfoggiare. Lei però 49enne alta e formosa, coi i fianchi larghi e un seno abbondate e sodo, gambe lunghe e lisce che terminavano su un sedere rotondo e tonico, non lo avrebbe mai messo per uscire di casa. Troppo imbarazzata si sarebbe sentita, abituata com’era a indossare grigi tailleur o vestiti scuri e castigati sul lavoro e comode tute quando era a casa. No, Mauro l’aveva convinta a provarlo ma mai e poi mai lo avrebbe indossato per uscire. Suo marito si sarebbe dovuto rassegnare, avrebbe dovuto accettare che lo accompagnasse, quella sera al ristorante, indossando uno dei suoi abituali casti vestiti oppure ci sarebbe dovuto andare da solo. E con questo proposito ben saldo in testa uscì dalla stanza per andare a comunicare a Mauro la sua scelta che, era certa, sarebbe alla fine stata quella vincente perché nelle discussione tra loro alla fine era sempre stato il suo volere a prevalere.
In effetti Mauro per convincerla a cambiare idea non trovava niente di meglio che ripetere un monotono e sempre meno convinto: “Non c’è niente di male”, a cui lei opponeva con facilità e fermezza argomentazioni ben più solide e varie. “Certo che c’è, invece!” ribatteva irritata. “Metti che mi vede un mio alunno o peggio i suoi genitori, o qualche altro nostro conoscente, che figura ci faccio? E poi per quale motivo dovrei mostrarmi in giro come se fossi una… una… una prostituta!”
Anna non riusciva proprio a capire quella improvvisa richiesta di suo marito. Da dove era nata? Possibile che dopo tanti anni di matrimonio ci fosse ancora un suo lato che lei ignorava? E lui non si rendeva conto quanto ciò che gli stava proponendo andasse contro il suo modo di essere? Possibile che non capisse quanto contrastava con il suo carattere semplice, timido e quasi pudico, con il suo impegno in parrocchia, con il suo ruolo di moglie, di madre, di insegnante? E cos’era quella sensazione indecifrabile che sentiva nel profondo di se ma che non riusciva a far emergere e che, per questo le provocava un senso di fastidio e turbamento?
Inconsapevolmente ripensò al tempo in cui si erano conosciuti, entrambi poco più che ventenni, in vacanza sulla riviera Adriatica. Lei insieme ai suoi genitori, al fratello e alla sorella; una famiglia di solidi principi morali e religiosi che anche in quei momenti di riposo e divertimento manteneva un comportamento moderato e irreprensibile. Mauro invece era in compagnia di alcuni amici tra i quali appariva come quello più timido e impacciato. Tra loro tutto era nato attraverso sguardi a distanza, da un ombrellone all’altro, finché, rosso come un peperone, Mauro, in parte anche per interrompere gli sfottò dei suoi amici, aveva trovato il coraggio di avvicinarsi e chiederle se poteva offrirle un gelato. Anna aveva accettato di buon grado perché quei furtivi e impacciati scambi di occhiate l’avevano intenerita e le avevano fatto nascere la curiosità di sapere chi si nascondeva dietro quel morettino ricciolo, gracile e carino. Mauro da parte sua, le aveva confessato poi, aveva perso la testa per lei fin dal primo incrociarsi di sguardi, sin dal quel primo istante era stato rapito dal suo viso acqua e sapone, da quell’aria mite eppure decisa, da quella semplicità, da quella bellezza non comune che però lei non ostentava mai mentre avrebbe invece solleticato l’alterigia di molte.
Si erano dunque innamorati così, dolcemente, in quella lontana estate, senza rendersene conto e senza scambiarsi neanche un bacio, finché, la vacanza era finita e l’idea di separarsi non li aveva gettati nello sconforto. Era stato in quel momento che seduti di fronte al mare, mano nella mano come nella più romantica delle cartoline, avevano trovato il coraggio di gettarsi l’uno nelle braccia dell’altro, di baciarsi e di promettersi che non si sarebbero mai lasciati.
E lo avevano fatto davvero, sebbene con molti sacrifici inizialmente, perché abitavano distanti e solo in qualche week end riuscivano a incontrarsi. Ma i loro sentimenti erano stati più forti delle difficoltà e quando Mauro era finalmente riuscito a trovare lavoro nella sua città il loro amore era fiorito in tutta la sua pienezza.
Ricordava il piacere di quel loro primo stare insieme: la trepidazione dell’attesa, la felicità di incontrarsi, la gioia di abbracciarsi e baciarsi e amarsi. Quel loro conoscersi sempre più a fondo, rivelarsi vicendevolmente ogni giorno di più, condividendo i segreti e i pensieri più intimi per creare un mondo che sarebbe stato per sempre soltanto loro; un mondo fatto di ricordi di luoghi, immagini, film, canzoni, libri che li avrebbe accompagnati per tutta il resto della loro vita.
In una parola erano innamorati.

E come succede a tutti gli innamorati, più intensi e sinceri diventavano i sentimenti, più cresceva l’attrazione fisica: la voglia di accarezzarsi, baciarsi, toccarsi sempre più intimamente, aumentava ad ogni incontro sino a che Anna, dopo aver combattuto intimamente contro se stessa perché gli insegnamenti che aveva ricevuto le imponevano di resistere pura sino al matrimonio, non era più stata in grado di resistere e gli aveva concesso la sua verginità.
Lei quel pomeriggio se lo ricordava ancora come se tutto fosse accaduto solo pochi minuti prima: l’imbarazzo, la tensione, l’impaccio, ma soprattutto la dolcezza con cui era avvenuto. Aveva capito immediatamente, dopo che tutto era finito, quanto l’avessero ingannata facendole credere che il sesso fosse una cosa sporca. Era stato bellissimo invece: in quell’unione di corpi aveva sentito unirsi anche le loro anime e, infatti, da allora, per molto tempo, aveva sempre voluto farlo così, con dolcezza e sentimento: “Lascia pure che gli altri scopino”, ripeteva spesso a Mauro, “noi facciamo l’amore”.
E’ vero, però, che ciò che all’inizio le era sembrato il paradiso con l’andar del tempo aveva perso parte del suo fascino e della sua attrattiva. Mauro sessualmente era piuttosto limitato, in dimensioni e durata, e la sua gentilezza e dolcezza erano persino esagerate al punto che talvolta avevano qualcosa di effemminato. Con il passare degli anni aveva cominciato a desiderare che qualche volta fosse un po’ più impetuoso, sanguigno, un po’ più maschio insomma. Spesso per raggiungere l’orgasmo aveva dovuto accettare il rapporto orale e molte volte neanche così era riuscita a godere, accontentandosi di fingere per non umiliare suo marito. Era forse l’unico piccolo neo del loro matrimonio, che però Anna accettava stoicamente, con imperturbabile fedeltà, come le imponevano la sua morale cattolica, la sua cultura perbenista, ma anche la sua intelligenza e raffinatezza di pensiero, che non poteva certo concedere ai bassi e volgari istinti carnali di prevalere. In fondo, si diceva, quella vita sessuale doveva soddisfarla per forza perché era quella creata e costruita da loro.
Il ricordo di quei momenti di tenera affettuosità non fecero altro che stizzirla ancora di più per la richiesta di Mauro che le appariva, per contrasto, spropositatamente triviale. Così, dopo un perentorio: “Adesso basta! Vado a levarmi questo vestito e non se ne parla più”, si voltò e si avviò in camera per cambiarsi di abito, lasciando suo marito, incapace di opporsi e trattenerla, deluso e afflitto.
Sì perché Mauro da qualche tempo, frequentando siti hard su Internet, si era lasciato attrarre dal fenomeno del cuckoldismo anche se non aveva mai osato confessare questo suo interesse ad Anna che, era certo, non avrebbe mai capito e si sarebbe anzi infuriata perdendo probabilmente parte della stima che nutriva nei suoi confronti. Quindi si teneva per se queste fantasie, ma le aveva regalato apposta quel vestito per provare il piacere di vederla almeno osservata da degli sconosciuti immaginando i commenti o i pensieri impuri che avrebbero avuto. Purtroppo adesso anche questa fantasia finiva in niente e mentre si preparava, rassegnato, all’ennesima rinuncia, in suo aiuto venne, tanto improvvisamente quanto inaspettatamente e del tutto involontariamente, suo figlio Federico.
Federico aveva 18 anni, era e sarebbe sempre stato la più bella cosa della loro vita, il coronamento del loro amore. Era un bel ragazzo ma di una bellezza efebica, forse perché assomigliava moltissimo alla mamma; come lei aveva i capelli neri e gli occhi scuri; il suo corpo, quasi glabro, non aveva ancora raggiunto la piena maturità maschile e l’assenza quasi totale di barba accentuava la femminilità dei lineamenti del viso e delle sue espressioni e gli faceva dimostrare meno anni di quelli che effettivamente aveva. Discreto e riservato piaceva però molto alle ragazze della sua età ed era fidanzato con una splendida coetanea, Valentina, anche lei di una bellezza dolce e raffinata, conosciuta l'ultimo anno delle superiori.
Il suo arrivo, come succede a tutti i genitori, aveva modificato radicalmente il loro modo di vivere; senza accorgersi avevano indirizzato la prospettiva del loro futuro verso di lui. La maternità aveva portato qualche chiletto in più ad Anna, ma l'aveva resa più affascinante: il seno era fiorito, i fianchi come il sedere si erano sviluppati e ora Anna mostrava delle incantevoli forme mediterranee e si palesava con la maturità di una splendida mamma. Mauro per contro, come sovente accade agli uomini, affiancò alla felicità un po’ di gelosia per non avere più le premure di Anna solo per se anzi, come avviene in tutte le coppie, le attenzione di Anna erano tutte rivolte e dedicate al loro figlio e lui nella famiglia e nella coppia, diventò una figura in secondo piano.
Anche sessualmente, iniziò a diminuire la frequenza dei loro rapporti. Anna era spesso stanca: “Stasera no, non ne ho voglia”, oppure: ”Non mi sento bene, ho mal di testa”. C’era sempre un motivo, una ragione per non fare l’amore e spesso quel motivo era proprio Federico: ”Il bambino non sta bene, ha la febbre e ora non mi va”
Pretesti che, veri o falsi che fossero, li portarono lentamente ad appiattire ancora di più la loro sessualità. Alla passione, che già per la natura del loro rapporto era stata spesso poco focosa, era subentrata l'abitudine. L'innamoramento che aveva reso accettabile quel loro amarsi orfano dell’impeto fisico dovuto alle mancanze di Mauro, non c'era più, era evaporato nelle giornate, settimane, mesi e anni di routine, sommerso dalle preoccupazioni per il lavoro, il bambino e gli altri mille problemi di una coppia.
Si amavamo e si rispettavamo ancora, ma come una banale e conformista coppia borghese; gli anni e la vita quotidiana li avevano cambiati dentro e fuori e forse per questo Mauro si era rivolto alla pornografia su Internet per dar sfogo alle proprie fantasie mentre Anna, come in un serpente che si morde la coda, aveva invece reagito alla propria insoddisfazione diradando ancora di più i momenti in cui si concedeva a Mauro, accettando di buon grado una sorta di volontaria clausura sessuale.
Federico entrò in casa all’improvviso, di fretta come sempre, e si precipitò in camera sua per prendere il joystick della Playstation che gli serviva per una sfida a casa di amici, ma uscendone incrociò con lo sguardo la figura della madre che, sentendolo entrare, si era fermata sulla soglia della stanza da letto: “Mamma”, esclamò allora bloccandosi meravigliato. “Sei bellissima!”
“Trovi?” le chiese lei arrossendo un po’ imbarazzata e sorpresa da quel complimento.
“Scherzi? Sei meravigliosa”, ribadì il ragazzo ammirato. “Stai uscendo con pa’? Lo invidieranno tutti. Sono davvero orgoglioso di avere una mamma così”, concluse il ragazzo, dandole un bacio sulla guancia, prima di precipitarsi fuori casa.
Quelle parole, che se fossero state pronunciate da Mauro l’avrebbero fatta imbestialire, dette da suo figlio, le fecero cambiare radicalmente la prospettiva da cui giudicare quel look: il pensiero che potesse destare in altri la stessa ammirazione che aveva manifestato Federico, adesso la lusingava. E se non l’aveva trovato sfacciato e volgare lui, addosso a sua mamma, evidentemente aveva esagerato lei nel giudicarlo troppo spudorato. Così, dopo un attimo di esitazione, Mauro la sentì acconsentre: “E va bene, ma mi porto un copri spalle per il ristorante e per uscire di qua mi metto lo spolverino; ci manca solo che la nostra vicina pettegola com’è mi veda uscire conciata così”
Mauro gongolava e, sull’onda dell’entusiasmo per quella vittoria, durante il tragitto in taxi sino al ristorante l’aveva anche persuasa a togliersi il copri spalle così il suo ingresso al non passò certo inosservato, al punto che Mauro stesso si chiese se non avesse osato troppo convincendo Anna, ora rossa d’imbarazzo, a indossare quella mise.
Seduta poi le cose andarono anche peggio; malgrado gli sforzi di Anna per tenerla giù, la gonna non ne voleva sapere e scivolava continuamente verso l’alto scoprendo una generosa porzione di coscia.
Per fortuna di Mauro il locale era delizioso, il cibo e il vino ottimi e il servizio impeccabile, e lui, forse galvanizzato dalla situazione, riuscì ad essere simpatico e brillante come non gli riusciva da tempo. Così con il passare dei minuti Anna dimenticò il vestito e cominciò a gustarsi la serata. A infastidirla rimaneva solo quel tavolo di arabi, quattro, che continuavano a fissarla ostentatamente ogni volta che le capitava di rivolgere lo sguardo nella loro direzione.
Erano al dolce quando il proprietario del ristorante, ormai quasi vuoto, si avvicinò al tavolo e indicando il più anziano degli arabi gli disse: “Scusate il disturbo signori ma il signor Amjad oggi sta festeggiando il suo compleanno, e chiede gentilmente se la signora non sarebbe disposta a fargli l’enorme cortesia di voler portare lei la torta in tavola. E’ tutta la sera che l’ammirano e per loro sarebbe davvero un grande piacere e onore.”
Era chiaro che avevano scambiato Anna per una escort e tutte le fantasie di Mauro si dissolsero come zucchero versato in un caffè bollente; “Ma lo sa che la signora è mia moglie!” sbottò perentorio. “Come si permette di dirci queste cose? Mi porti il conto subito. Ce ne andiamo immediatamente”.
“Come vuole signore” rispose contrito e ossequioso il proprietario allontanandosi per dirigersi però non verso la cassa bensì verso il tavolo dei arabi con i quali confabulò un po’ prima di ritornare dalla coppia
“Il signor Amjad si scusa se è stato scortese e vi ha offeso con la sua proposta, non era sua minima intenzione farlo e per farsi perdonare dell’equivoco mi prega di dirvi che si è già occupato lui del conto. Mi chiede però di riferirvi che lui pensa che se la sua affascinante moglie si mostra così vestita a cena insieme al marito è perché sicuramente ad entrambi fa piacere vederla ammirata. Si chiede allora perché non vogliate proseguire questo gioco: dovrebbe fare piacere a entrambi che loro quattro possano ammirare, con rispetto si intende, la signora da vicino”
Malgrado la rabbia e il fastidio che gli provocava quell’insolenza (reale, non una delle sue fantasie) Mauro sentiva anche, in fondo a se stesso, un sottilissimo moto di curiosità. Si voltò allora verso Anna interrogandola con lo sguardo per capire cosa stava provando lei. Anna gli restituì un’espressione sdegnata per la proposta, ma anche compiaciuta, perché il frangente in cui si trovavano ora dimostrava che aveva avuto ragione nella sua iniziale ritrosia e le permetteva di far pagare a Mauro la sua insistenza nel farle indossare quel vestito da sgualdrina e nell’averla messa in quell’imbarazzante situazione: “L’idea del vestito è stata tua,” dichiarò con perfido sarcasmo, “ti ho accontentato indossandolo e, vergognandomi come un ladra, sono entrata qui per assecondarti. Decidi tu se vuoi proseguire oltre; se per compiacerti ulteriormente ti fa piacere vedermi trattata come una prostituta”.
Quelle parole, che gli puntualizzavano quanto Anna, al di là di un’illusoria serenità durante la cena, fosse stata offesa da tutto il suo comportamento di quella serata, lo sferzarono e lo confusero, benché gli sembrò di notare che le avesse pronunciate troppo frettolosamente e con rabbia eccessiva quasi a mascherare un esile compiacimento. Lo colse un istante di smarrimento di cui approfittò il proprietario (chissà poi che interesse aveva a perorare la causa dell’arabo) per intromettersi nel discorso tra i coniugi: “Ma non c’è nulla di male!” esclamò allegramente. “Anzi dovreste esserne lusingati,” proseguì. “L’interesse di quei distinti signori in fondo è la migliore testimonianza della bellezza di sua moglie. Se così non fosse non l’avrebbero neanche notata non crede?”
“Mi hanno scambiata per una prostituta, non soltanto notato” replicò Anna seccata.
“No signora, si sbaglia. Hanno solo apprezzato il suo fascino, il fascino di una vera signora. Se fosse come dice lei, se desiderassero la compagnia di una prostituta, ci avrebbero pensato per tempo a procurarsene una, non crede?”
E così la discussione procedette per un po’; il proprietario li incalzava, la sua eloquenza era un misto di logica e lusinghe con un pizzico di sfrontatezza, un insieme che poco alla volta cominciò a fare breccia dentro di loro (persino, notò Mauro con meraviglia, dentro Anna) e ad un certo punto senza quasi accorgersene si trovarono ad accettare di proseguire quel gioco.
“Bene!” concluse il proprietario con soddisfazione. “Se mi vuole seguire, Anna, la accompagno in cucina a prendere la torta”.
Mauro provò un brivido indecifrabile nel sentire il proprietario chiamare Anna con il suo nome, che aveva sicuramente sentito pronunciare da lui durante la cena, mentre lei si alzava e lo seguiva, titubante. Non era ancora convinta fino in fondo di quello che stava facendo, aveva come la sensazione che quel “gioco” fosse più pericoloso di quello che appariva, che si fosse lasciata un po’ irretire dalle parole di quell’uomo ma adesso non aveva più il coraggio di tirarsi indietro, aveva paura di fare brutta figura, di mancare di parola, sensazioni che erano il retaggio di un eccessivo senso di correttezza che le avevano inculcato i suoi genitori. Mauro da parte sua sentiva agitarsi dentro di se una tale fiumana di emozioni che non riusciva a identificarle separatamente; ne percepiva solo la somma con una sensazione di smarrimento che lo inchiodava silenzioso alla sedia.
Anna frattanto era rientrata nella sala, portava la torta reggendola con entrambe le mani, e approfittando di questo fatto il proprietario la fermò, le alzò l’orlo dell’abito e le slacciò il nodo dietro la schiena così che il vestito si ammorbidì offrendo, adesso, alla vista buona parte dei seni e un’ampia porzione delle cosce.
Ecco, Mauro era certo che ora Anna si sarebbe fermata e avrebbe posto fine a tutta quella montatura che lo offendeva ma anche lo avviluppava al punto che non riusciva a far altro che osservare lo svolgersi della scena a cui Anna, contrariamente a quello che aveva pensato, non stava mettendo fine.
Si era avvicinata al tavolo e adesso si stava allungando per deporre la torta nel mezzo. Si sporse e il vestito le salì ancora; adesso ai quattro si offre la vista di una porzione generosa del suo sedere scoperto sino al perizoma e certo i suoi seni ballano davanti ai loro occhi.
I quattro commentavano tra le risa in una lingua che Mauro non capiva; intuiva però che stavano facendo battute pesanti e si sentì assalire da un misto di gelosia, vergogna e avvilimento che si traducevano in una sensazione di insicurezza e soggezione nei confronti di quei quattro che gli impedivano di intervenire per porre fine a quella scena.
Anna terminò il suo compito e tornò in fretta verso di lui. Era turbata, “Andiamo via subito” gli disse, ansiosa e quasi rabbiosa e Mauro non capiva se quella fretta e quell’ira fossero dovute al disgusto per quello che aveva fatto oppure alla paura di scoprire che poteva esistere un’altra Anna, diversa dalla moglie fedele e dalla mamma premurosa che era stata fino a quel momento.
Mauro si alzò e si mosse per andarsene, ma ancora una volta il proprietario si frappose fra loro e l’uscita formulando una nuova proposta, più audace della precedente. “Scusate se vi disturbo ancora ma il signor Amjad mi dice che la sua signora è così “apprezzabile” che le propone di fermarsi a servire al loro tavolo. Vorrebbero festeggiare ancora un po’ e sarebbero deliziati se la sua signora accettasse di fargli da cameriera, vorrebbero poterla davvero ammirare in tutto il suo splendore con più calma.”
“Andiamocene immediatamente, non intendo sopportare oltre la loro insolenza” sbottò Anna un po’ troppo velocemente come se avesse paura che rimanendo un secondo di più potessero farle cambiare idea
Mauro raccolse l’invito di sua moglie prendendo subito le sue parti per mostrarle che era in grado di difenderla da quelle ingiurie e rincarò la dose: “Adesso basta, avete esagerato! Queste vostre proposte sono oltraggiose e inaccettabili. Mia moglie non è né un cameriera né un prostituta!”
Il proprietario assunse un’aria contrita. “Perché dite così? Quali offese vi avremmo arrecato? Abbiamo usato solo riguardi nei vostri confronti. Siete sempre stati padroni di rifiutare e andarvene. Non capisco la vostra reazione”
Mauro e Anna, spiazzati da quelle parole, persero un po’ della loro certezze, si sentirono quasi in colpa.
Il proprietario rincarò la dose: “E perché poi sua moglie si dovrebbe sentire offesa a fare la cameriera? La mia lo è stata per anni e io certo non provo vergogna per ciò. La sua signora si sente forse così raffinata da disprezzare questa professione dignitosissima?”
Anna si senti colpita. Proprio lei sempre così modesta, sempre attenta a non ostentare la sua indubbia signorilità così che non fosse scambiata per alterigia; lei che considerava il lavoro delle bidelle nobile e prezioso quanto, se non più del suo; proprio lei veniva accusata di ritenere poco dignitoso il lavoro di cameriera. Improvvisamente sembrava che si fosse ribaltata la situazione: adesso appariva che arroganti e insolenti fossero loro due.
“Mi scuso” disse allora Anna contrita, “probabilmente abbiamo frainteso le sue parole. Non volevamo offendere nessuno.”
“Sì, forse abbiamo esagerato” ammise Mauro suo malgrado.
Il proprietario accettò le scuse con un cenno di capo, ma sembrava talmente mortificato che Mauro e Anna si sentirono comunque a disagio. Si fece di lato per farli passare ma loro adesso esitarono, interrogandosi con lo sguardo. Si sentivano quasi in obbligo di trovare un modo per rinfrancarlo prima di andarsene.
Il proprietario approfittò di quell’attimo di tentennamento per rilanciare la proposta: “In fondo era solo un gioco stuzzicante che avreste potuto interrompere in qualsiasi momento. Una cosa divertente di cui ridere ricordandola. Ma avete deciso altrimenti, pazienza”
Anna e Mauro erano evidentemente titubanti. Non volevano ammetterlo neanche a se stessi, ma se avevano rifiutato in maniera così decisa era più per la paura di essere giudicati una dall’altro che per quello che pensavano veramente.
Adesso che, quel breve scambio di frasi, aveva stemperato la stizza, adesso che con le sue parole il proprietario dava al tutto una prospettiva molto più leggera offrendogli una possibilità di una scelta diversa senza che dovessero vergognarsene, guardandosi in faccia leggevano l’uno l’esitazione dell’altro e non sapevano decidersi a confermare la loro posizione di diniego.
“E poi signora” insistette il proprietario che aveva ben percepito la loro incertezza, “si tratta pur sempre di un omaggio alla sua bellezza da parte di un principe”
“Un principe?” chiese Anna
“Certo, Amir Amjad, appartiene alla casa reale saudita” confermò lui con sicurezza tale che Anna e Mauro non furono neanche sfiorati dall’idea che potesse trattarsi di una frottola. Dopotutto erano in un ristorante di alto livello e il fatto che fosse un principe poteva spiegare la deferenza del proprietario.
Anna e Mauro si guardarono e infine quasi insieme dissero: “Va bene dica al principe che accettiamo…”, “…di intrattenerci ancora un po’ con lui.”
“Io credo che abbiate fatto una scelta giusta” si rallegrò lui. “Vado ad avvisare allora. Se intanto Anna (di nuovo una fitta per Mauro sentirla chiamare così confidenzialmente) vuole accomodarsi in cucina, io arrivo subito a darle una divisa: una cameriera non potrebbe mai servire ai tavoli vestita così”, concluse con un sorrisetto malizioso che li disturbò non tanto perché sottolineava la foggia impudente dell’abito che indossava Anna quanto perché sembrava sottintendere un ulteriore sviluppo.
Anna si allontanò e scomparve oltre le porte della cucina dopo aver lanciato un ultimo sguardo tentennante al marito: lungi dall’avere la leggerezza con cui li aveva convinti, le parole del proprietario alimentavano ora un’atmosfera gravida di tensione, che si accumulava come si accumulano le nubi prima di un temporale.
Il proprietario dopo aver parlato con Amjad tornò da Mauro: “Le chiedo un‘ultima cortesia. Dovrebbe spostarsi in quella sala là” disse indicando un locale in fondo separato da una grande vetrata da quello in cui erano loro.
Mauro indirizzò lo sguardo nella direzione che indicava il proprietario: “Perché?” domandò dubbioso.
“Per poter cominciare a rifare il suo tavolo”
“Che fretta ha?”
“Non si preoccupi, se per lei è un disturbo, dirò all’inserviente che deve aspettare prima di poter tornare a casa” concluse il proprietario.
“E va bene” acconsentì allora Mauro. “Come ci arrivo? Non scorgo porte d’ingresso”
“Venga, le faccio vedere io come arrivarci” disse il proprietario accompagnandolo verso una porta sul lato della stanza.
“Ecco” gli spiegò aprendola, “Segua questo corridoio, arrivato circa a metà troverà sulla sua sinistra una porta come questa. Da lì si entra nell’altra sala”
“Grazie” disse Mauro asciutto, riportando lo sguardo su di lui e notando così che Anna, in fondo alla sala, stava uscendo dalla cucina. Ebbe un tuffo al cuore: non indossava più il suo vestito ma un grembiule da cameriera che la copriva solo davanti, sotto era completamente nuda e mostrava bene in vista il sedere la cui curva era sottolineata dal sottile nastrino che legava con un fiocco il grembiule dietro alla schiena. Stava spingendo un carrello con sopra alcuni bicchieri e una bottiglia di champagne.
Mauro si sentì assalire da un improvviso e smisurato attacco di gelosia, la testa gli girava, le gambe gli diventarono molli, dovette sorreggersi con un braccio al muro e, prima che riacquistasse la lucidità necessaria per raggiungere Anna e porre fine a tutta quella storia, il proprietario aveva richiuso la porta con due giri di chiave.
Mauro tentò lo stesso di aprirla scuotendola furiosamente ma senza ottenere risultato. Si precipitò allora lungo il corridoio sino all’altra porta che gli aveva indicato il proprietario, ma quando tentò di aprirla trovò anche questa chiusa dall’interno. La scosse violentemente, poi cominciò a tempestarla di pugni, gridava rabbioso di aprirgli, ma non ottenne alcun risultato.
Rimase isolato in quel corridoio per un tempo che gli sembrò infinito assalito dai più foschi pensieri. Non osava immaginare cosa stesse succedendo ad Anna, passava dall’autocommiserazione per l’inganno subito, ai sensi di colpa per aver messo Anna e se stesso in quella situazione, tramava vendette e ritorsioni terribili, meditava di denunciarli tutti per poi rendersi conto che non c’erano elementi concreti per farlo; batteva i pugni sul muro, un momento urlava minacce e quello dopo prometteva che se ne sarebbero andati senza conseguenze per nessuno se solo gli avessero aperto.
Finalmente sentì la chiave girare nella toppa, la porta si aprì e comparve il proprietario: “Mi scusi, non ci siamo accorti che era rimasto chiuso fuori” disse con un sorrisetto ironico.
Mauro lo scostò bruscamente precipitandosi dentro il locale, nello stesso tempo angosciato e smanioso di vedere e capire quello che era successo lì dentro, di guardare sua moglie in che stato fosse, comprendere cosa le avessero fatto.
Tre dei quattro arabi erano comodamente seduti a chiacchierare. Anna era in piedi accanto al tavolo indossava ancora la divisa da cameriera che lui aveva scorto di sfuggita e di cui adesso riusciva a cogliere altri particolari, come ad esempio il profondo scollo a V; notò il trucco pesante, le scarpe con i tacchi alti, le calze autoreggenti. Era una trasformazione surreale; fino a due ore prima Anna era una stimata e integerrima professoressa e adesso somigliava a una geisha remissiva. Sembrava tranquilla malgrado il quarto arabo in piedi di fianco a lei le tenesse una mano appoggiata sulle natiche.
Mauro si precipitò verso di lei: “Anna, ma che è successo, cosa ti hanno fatto?” domandò ansioso e angosciato.
“Niente amore, è tutto a posto”
“Tutto a posto?” urlò, “Come tutto a posto? Sei qui mezza nuda con la mano di questo… questo… sul culo e mi dici che va tutto bene?”
Mauro in preda all’ira spinse via l’arabo e si mise a strillare concitatamente quasi farneticando: “Io vi denuncio tutti, vi mando in galera, anzi no, vi faccio spaccare le gambe, non sapete di cosa sono capace, voglio sapere subito che cosa avete fatto a mia moglie, ditemelo subito altrimenti… altrimenti…”
Si accasciò improvvisamente; quello sfogo aveva fatto precipitare il livello di adrenalina che aveva accumulato nell’attesa nel corridoio, si sentiva umiliato dall’atteggiamento di Anna, si era sentito assalire da un eccesso di gelosia e tutte queste emozioni gli avevano fatto cedere le gambe: adesso, lì a terra, si sentiva sfinito, quasi incapace di connettere e di muoversi.
Sentì Amjad parlare per la prima volta, aveva un a voce calda, profonda, magnanima e ferma allo stesso tempo; “Penso sia giunto il momento di accompagnarli a casa”
Subito uno dei suoi compagni si alzò dal tavolo e si diresse a prendere l’auto. Gli altri due si avvicinarono ad Anna: “Andiamo a casa signora?” le suggerirono, ma in un tono che non lasciava spazio a dinieghi. Le appoggiarono le mani sulle natiche e delicatamente la spinsero verso l’uscita. Mauro la vide allontanarsi così, lo sguardo basso, in silenzio, come se le avessero preso l'anima. Sembrava totalmente succube di quegli uomini e Mauro si chiedeva come fosse possibile che nel giro di due ore una donna perbene, una moglie fedele, una mamma affettuosa, una professoressa integerrima, potesse trovarsi in quella situazione: mezza nuda davanti a degli sconosciuti, di fronte a suo marito.
Questo pensiero lo riscosse si mise ad urlare verso di lei: “Ma cosa fai? Esci in strada in quelle condizioni? Non volevi venire al ristorante con un vestito corto per paura che ti vedessero e adesso ti fai portare fuori mezza nuda?”
Anna si volto verso di lui, fece in tempo a sussurrargli: “Ti amo”, poi uno dei suoi accompagnatori le mise un dito sulle labbra, le fece voltare di nuovo la testa e stringendole leggermente la natica la spinse dolcemente verso l’uscita.
Nello stesso tempo Amjad si era alzato e tendeva la mano a Mauro che lo guardò per la prima volta con attenzione: era più giovane di loro, sui quaranta, alto e ben proporzionato, aveva i capelli neri e la pelle colore dell’ambra bruciata; i lineamenti erano affilati, le labbra sottili, gli occhi neri scintillavano come braci. Lo aiutò ad alzarsi, gli chiese se stava meglio e perché fosse così sconvolto.
“Sta scherzando vero?” gli domandò bruscamente di rimando Mauro.
“Affatto” rispose lui. Il suo stato d’animo era l’opposto di quello di Mauro: calmo e sereno, fermo e ammaliatore.
“Non abbiamo fatto nulla di più che portare in superficie quelli che sicuramente erano i vostri desideri nascosti” spiegò. Sorrise: “Sua moglie ha manifestato tutta la sua indole quando è rimasta da sola con noi, ma il responsabile primo è lei che ha acceso la miccia. Sappiamo come sono andate le cose, Anna ci ha spiegato che l’ha spinta lei a indossare quell’abito, forse quello che è successo lo desiderava lei più di tutti, o mi sbaglio?”
Mauro si sentì confondere da quel discorso, sentire Amjad chiamare sua moglie per nome, apprendere che lei gli aveva fatto delle confidenze, l’accenno alle sue responsabilità. Non riusciva più a capire quello che stava provando, era sconcertato, stordito, mortificato. Possibile che si stesse facendo coinvolgere in quella situazione? Perché non reagiva?
Fuori gli altri due arabi li aspettavano all’interno di una lussuosa Audi. Anna era già seduta sul sedile posteriore vicino alla portiera. Amjad aprì quella dalla parte opposta e fece accomodare Mauro affianco a lei prima di salire a sua volta. Una sensuale musica araba si diffuse all’interno dell’abitacolo quando l’auto partì. Nessuno parlò durante il breve viaggio fino alla casa e Mauro si chiese se fosse stata Anna a dirgli dove abitavano. L’auto si fermò sotto la loro palazzina che, confrontata con il lusso dell’Audi, mostrava tutta la sua mediocrità. L’autista scese e aprì la portiera ad Anna mentre l’altro arabo la precedeva sul portone. Mauro si spostò per scendere a sua volta ma Amjad lo trattenne per un braccio e lo gelò sussurrandogli: “Corrompere una moglie e mamma, una professoressa integerrima, una signora rispettabile mi dà un piacere immenso. Guarda”
L’arabo sul portone aveva fermato Anna e l’autista l’aveva raggiunta abbracciandola da dietro e iniziando a baciarla sul collo. Anna voltò la testa guardando verso l’auto; sembrava sconsolata e malinconica come se volesse dire a Mauro: “Scusami, non vorrei ma non ce la faccio a resistere”.
Quello che stava accadendo e le parole di Amjad umiliavano, avvilivano e rendevano geloso Mauro che improvvisamente si sentì avvolgere da un senso di inferiorità nei loro confronti che lo inchiodava a quel sedile come un’ebete.
“Vedi Mauro” diceva Amjad, “ho parlato molto con lei e mi ha rivelato molte cose intime. La tua professoressa è una donna che ne cela un’altra. Io sto cominciando a tirarla fuori. Posso avere le donne che voglio, ma traviare una come lei mi dà un piacere enorme”.
Fuori, mentre le baciava il collo, l’autista le aveva abbassato le spalline e liberato i seni e glieli palpava stringendole i capezzoli.
“Ti assicuro che l’ho già fatto molte volte Mauro e so che la tua Anna è avviata su quella strada; tra poco avrò la soddisfazione di vedere sul suo viso la vergona, il senso di colpa; potrò leggere quanto si sentirà umiliata e degradata senza riuscire a reagire”
L’arabo sull’ingresso si avvicinò ad Anna e le mise un dito sulle labbra facendogliele schiudere e baciandola profondamente; le mise le mani sui fianchi, dove era scivolato il grembiule, e mentre la baciava lo fece scendere del tutto.
“Posso avere tutte le belle donne che voglio ma nessuna di loro vale la soddisfazione di vedere una coppia corrotta e degradata come succederà a voi”.
L’autista si abbassò a raccogliere il grembiule e rientrò nell’auto mostrandolo e dicendo: “Questo lo teniamo noi la tua mogliettina stasera rientra nuda”
“Tu Mauro potrai naturalmente tentare di opporti e anche lei potrà smettere quando vuole, non la tratterremo, ma sono sicuro che non potrà fermarsi e che neanche tu ci riuscirai. Lascerete che io vi porti a fare cose che in questo momento non potete neanche pensare”
L’arabo senza smettere di baciare Anna l'aveva stretta a se e le palpeggiava il culo facendo scorrere la mano tra il solco e accarezzandole anche la fica. Anna chiuse gli occhi, sospirando e gemendo, poi si strinse forte a lui, chiuse gli occhi e si morse le labbra. Mauro capì che aveva avuto un orgasmo.
Tutta quella scena era una sfida a faccia aperta che Amjad stava stravincendo perché Mauro non riusciva minimamente a reagire. Per lui era come se fosse un film che gli scorreva davanti e sentiva crescere in se come un senso di soggezione e di inadeguatezza di fronte alla personalità vincente di Amjad.
L’arabo lasciò Anna nuda sulla soglia del portone e risalì in macchina mentre Amjad lasciava finalmente andare Mauro che, dopo un attimo di smarrimento, corse da lei, l’abbracciò e più velocemente possibile la portò in casa.
Una volta al sicuro tra le mura della loro casa e accertatisi che Federico non fosse lì si lasciarono andare abbracciandosi e mettendosi a piangere. Poi senza dire una parola e senza quasi il coraggio di guardarsi in faccia si prepararono per andare a letto. Lì si giurarono che sarebbe finita così, che non ne avrebbero mai più parlato, che sarebbe rimasto un episodio inspiegabile della loro vita, ma che mai e poi mai si sarebbe ripetuto. E soprattutto si giurarono che per quanto difficile potesse essere avrebbero dimenticato. Poi caddero entrambi in un sonno nerissimo.
L’auto di Amjad viaggiava tra le strade deserte e silenziose. Dentro l’abitacolo nessuno parlava.
“Voglio sapere tutto di loro” disse improvvisamente Amjad.
“Voglio sapere chi sono i loro parenti, i loro amici, voglio conoscere i loro interessi, i luoghi che frequentano, quello che gli piace e quello che odiano, ogni particolare della loro vita mi deve essere noto, non ci deve essere nulla che li riguarda di cui io non sia a conoscenza. Voglio annientarli”
“Sarà fatto” dissero gli altri due all’unisono. Poi l’auto si fermò davanti a una villa e anche Amjad rientrò a casa. Lui si addormentò soddisfatto e sorridente come un gatto che immaginava di avere tra le mani un succulento topo.