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Giacinta era capitata all’interno del suo ufficio per chiedere delle specifiche informazioni più dettagliate dopo l’avvenuta riunione del mattino, intanto che Ottavia era impegnata nel dialogare con un cliente al telefono:

“Fra un attimo sarò da te” - le bisbigliò Ottavia, tappando la cornetta affinché il cliente non la sentisse, invitando e sollecitando con i gesti la collega di collocarsi dall’altra parte della scrivania.

Giacinta s’accomodò posando la catasta di documenti sul tavolo, accese una sigaretta accavallando le gambe in attesa che Ottavia terminasse la conversazione. Giacinta era entrata a far parte del gruppo di Ottavia da circa un anno e da subito avevano fatto amicizia, riconoscendo l’una verso l’altra la capacità di completarsi in un rapporto di vicendevole fiducia. Ottavia notò ancora una volta la bellezza inconsueta della sua collega: quei capelli lunghi, castani e ondulati, che donavano alla capigliatura quella naturalezza scombinata che tanto amava. Per tutto il tempo che Ottavia era ancora occupata al telefono, Giacinta iniziò a perlustrare innocentemente il suo corpo, accarezzando la pelle liscia delle gambe e controllando che non vi fosse della peluria dimenticata dalla ceretta fino a risalire sulla coscia, dove risaltavano le balze delle sue calze autoreggenti.

Con un gesto rapido, Ottavia mostrò le sue ed entrambe risero per quel giocoso modo di parlare, nel tempo in cui faceva questo Ottavia notò uno sguardo diverso nella sua collega, perché mostrandole le balze ricamate non si era accorta d’avere le gambe leggermente aperte e che il triangolo del suo perizoma colorato era visibile. Un impercettibile movimento malizioso negli occhi della collega le fece capire che Giacinta ammirava il suo corpo, poiché mentre cercava di tenere viva la conversazione s’avvicinò di lato iniziando ad accarezzarle quel tratto di coscia scoperta, tra la balza e l’inguine. Un brivido colse Ottavia e per un attimo non seppe come reagire, per il fatto che non era mai stata approcciata da una donna, anche se nel suo inconscio aveva vissuto qualcosa che assomigliasse a questo desiderio, specialmente dal momento in cui Giacinta era arrivata nella sua azienda.

La mano di Giacinta percorse quel breve tratto di pelle spostandosi proprio al centro di quel pezzetto di stoffa colorato, dove il sesso di Ottavia era in frenetica attesa. In quella circostanza faticava a mantenere la conversazione con il suo interlocutore telefonico, ma ormai la collega aveva centrato il suo clitoride attraverso la stoffa e non aveva più scampo. Le dita di Giacinta apparivano sapienti, conoscevano e sapevano dove e come accarezzarla e quell’indurimento voleva essere sfiorato, manipolato e stretto tra le dita, giacché avrebbe voluto sentire la sua lingua lì di sopra.

Giacinta le afferrò una mano mettendosela tra le cosce, pregando Ottavia di regalarle lo stesso piacere. Ottavia capì rapidamente che non poteva resistere oltre, voleva assaporare la lingua di Giacinta, preferiva sentire il calore e la dolcezza d’una donna. Concluse sennonché la conversazione in fretta, agguantò la collega per mano conducendola direttamente al bagno. Volevano entrambe un luogo dove potersi godere a vicenda in piena libertà la loro sfrenata passionalità, perché appena la porta del bagno si chiuse Giacinta afferrò le mani di Ottavia costringendola a mettersi contro il muro, mani nelle mani, mentre i loro corpi aderivano perfettamente l’uno all’altro, la lingua dell’una che vibrava con quella l’altra:

“Ti voglio, adesso” - le sussurrò Giacinta uscendo fuori di senno, alzando i lembi della gonna di Ottavia, posando la bocca aperta sul suo sesso in maniera vogliosa.

Le tolse il perizoma e il sesso di Ottavia si parò davanti ai suoi occhi con quel monte di Venere che copriva con dovizia la fessura di quel piacere che avrebbe avuto lì all’istante. Iniziò con dei piccoli baci, con dei lievi colpi con la lingua per farla aprire, per farle uscire i fluidi passandoci di sopra l’indice che portò fino alla fessura, entrando dolcemente fino a quel punto rugoso interno alla vagina, in un gesto così intimo e viscerale attendendo che Ottavia s’aprisse completamente. Con la lingua iniziò a baciarla avvolgendola sapientemente in quel turbinio dal delirio erotico così intenso. Lei si sentiva succhiata, portata via dal vento in riva al mare, le vennero in mente immagini di conchiglie, del sole, del calore che man mano saliva su per le gambe. Giacinta la baciava penetrandola simultaneamente, perché i flutti dell’orgasmo arrivarono quasi subito, ardenti, armoniosi e immensi e Ottavia si sentì sconvolta dal piacere. In verità non aprì subito gli occhi e Giacinta iniziò a baciarle la bocca, regalandole il sapore di tutta sé stessa, in quanto Ottavia aveva assaporato solamente nei suoi momenti solitari.

In realtà il suo sapore adesso era diverso, combinato e mescolato con quello di Giacinta essendo ricoperto di maggior ardore al suo interno, giacché i due corpi erano di nuovo aderenti l’uno all’altro. Intanto che questo accadeva, Ottavia avvertì il desiderio d’accarezzare il sesso della sua amica, iniziando così ad accarezzarle il clitoride, riportandole il tocco che molte aveva regalato a sé stessa.

Giacinta per l’occasione rafforzò il bacio, mentre la lingua penetrava nella sua bocca come se fosse stato un piccolo pene, che Ottavia leccò peraltro golosamente per impadronirsi ancora di quel nettare appena colto. Ottavia percepiva il clitoride di Giacinta diventare sempre più duro, inneggiava il suo desiderio d’esplodere tra le sue dita, continuò però per poco, dato che Giacinta riempì la sua mano di fluidi densi e pieni, desiderati e voluti, dal momento che le esplose addosso totalmente le sue abbondanti e sugose secrezioni.

Erano indebolite e sfinite, ma appagate, come se quest’amplesso fosse stato ricercato dal primo momento in cui si erano viste, la prima volta, però non l’ultima.

Adesso sapevano e avevano ben chiaro in mente, che avevano fortificato abilmente e irrobustito in modo esperto un sentimento genuino, puro e spontaneo d’intimità al femminile.

{Idraulico anno 1999}