i racconti di Milu
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Quel giorno Aida non riusciva a concentrarsi sul lavoro, perché di fronte al PC si trovava spesso a divagare vagabondando costantemente con la mente. Lui aveva telefonato dicendole che avrebbe avuto una sorpresa, però non aveva aggiunto altro, lui, Cesare per l’esattezza - il suo affezionato padrone come lo intitolava Aida, amava prediligendo oltremodo enunciarle qualcosa per fomentare ulteriormente la sua curiosità e poi improvvisamente si metteva a tacere. Immaginava i suoi occhi brillare e il suo sorriso appena accennato mentre le parlava al telefono, in quanto aveva ben presente quell’espressione del viso che come tante volte giocherellando e scherzando nei momenti di rilassatezza fra loro, aveva definito ridendo minaccioso e preoccupante.

L’appuntamento era stato convenuto nei pressi dell’albergo dove si sarebbero incontrati, poiché le aveva richiesto la massima precisione. Sapeva che s’irritava se qualcuno non era puntuale, figuriamoci se fosse stata proprio lei, perché quando talvolta era capitato lo aveva visto guardare l’orologio senz’esprimere una parola e tacere, ma quel silenzio era valso più di mille rimproveri. In tutti questi anni da quando era sua, aveva imparato a cogliere le varie sfumature del carattere, perché sapeva se diventava taciturno era molto arrabbiato e qualche volta aveva camminato al suo fianco dove lui avanzava leggermente avanti e lei indietro, mentre lei rimuginava per qualche sua mancanza invasa dall’ansia nel vederlo così silenzioso. Fu precisa, anzi, per il timore di qualche imprevisto aveva fatto in fretta ed era arrivata leggermente in anticipo. L’appuntamento era stato fissato davanti a un bar, giacché sentiva il cuore in gola, per il fatto che aveva un’agitazione e un’apprensione nei giorni precedenti che arrivava al culmine sino a pochi istanti prima che lui arrivasse, dopo come per incanto la sua presenza la tranquillizzava, una parola scherzosa e quel suo sorridere come se un caldo abbraccio l’avvolgesse sino a cullarla, infine le passava tutto:

“Gradirei un caffè”.

La voce alle sue spalle la fece sobbalzare dai suoi pensieri, si girò velocemente per incrociare i suoi occhi mentre alzava lo sguardo e sorrise.

“Certo padrone, sì padrone, sarà un vero piacere”.

Non riusciva a dire altro, perché ogni volta era come la prima volta, dal momento che si sentiva la sua adirabile cucciola e non desiderava altro che essere al suo fianco, pronta e puntuale per esaudire compiendo ogni suo desiderio. Lui l’afferrò per un braccio guidandola con sicurezza fra i tavolini, scegliendone uno che non desse le spalle agli altri, ma da cui con lo sguardo si potesse controllare e dominare agevolmente la situazione. Lei sapeva che quella era una sua incorreggibile quanto inguaribile abitudine ovunque andasse, in realtà era un innato e un istintivo controllo di tutto ciò che lo circondava, un suo mai abbassare e calare la guardia che le dava un senso di protezione, in quanto persino nel camminare lui preferiva che chi fosse al suo fianco stesse sempre a destra, essendo originariamente mancino, per quanto corretto e migliorato nel periodo dell’infanzia. La lasciò parlare delle sue cose quotidiane, dal momento che sapeva che lei avrebbe voluto domandare, sapere ben altro, ma liberamente e volutamente amava lasciarla in sospeso. Aida invero non avrebbe mai osato domandare pur morendo dalla curiosità, visto che era consapevole che il suo padrone avrebbe deciso nel modo migliore come e quando tenerla correttamente informata:

“Andiamo” - disse lui alzandosi e lei prontamente s’alzò per seguirlo.

L’albergo era a pochi passi, una camera anonima e impersonale come le altre naturalmente in cui erano stati insieme, eppure ogni volta nell’aprire quella porta lei sentiva di sormontare, di valicare abbondantemente qualcosa. In quell’occasione lo vide posare il suo zaino, giacché lo conosceva bene quello zaino da cui aveva tratto ogni volta oggetti che avrebbe usato con lei, nel modo che più avrebbe gradito:

“Spogliati” - enunciò lui con l’espressione decisa.

Quella, era solamente una parola mormorata con noncuranza, quasi come se le avesse detto ho sete, eppure non ammetteva esitazioni né repliche, ma esigeva e pretendeva solamente un’inespressa e sottintesa obbedienza. Con cura lei ripose i suoi abiti, perché sentiva una certa tensione che le faceva fremere il corpo, l’attesa di ciò che poteva accadere, visto che si traduceva in un senso d’eccitazione sessuale. Lei s’accorse d’avere delle contrazioni e si domandò se non fosse bagnata, senza tuttavia osare toccarsi per verificarlo, visto che lui non glielo aveva ordinato. Cesare la osservò attentamente, dato che gli piaceva guardare quel corpo nudo, seguirne i contorni con gli occhi, scrutare ogni particolare facendolo suo e imprimendolo accuratamente nella mente:

“Appoggiati al muro con le braccia bene stese e con i palmi aperti assieme alle gambe allargate, perché desidero ispezionarti”.

Aida obbedì prontamente, avendo cura d’eseguire tutto nei minimi particolari come lui desiderava.

“Devi stare immobile, non devi muoverti o girarti per nessuna ragione” - disse con tono sommesso ma deciso Cesare, poi ci fu il silenzio.

Lei avvertì una folata d’aria fresca invadere la stanza e strapparle un brivido mentre sentiva il freddo pungente morderle la pelle, però si mosse lievemente con un leggero ondeggiamento quasi impercettibile:

“T’avevo detto di non muoverti. Adesso conta lentamente sino a cinque, appena te lo dirò”.

Lei percepì scorrere lentamente qualcosa fra le scapole, poiché serpeggiava sino a intrufolarsi fra le sue cosce, lui le allargò quella pelosissima fica divaricando le grandi labbra, infine le piccole, sino a indugiare sul clitoride. Lei riconobbe subito il suo frustino e si sentì eccitata mentre lentamente lo sentì indugiare, successivamente penetrarla e dopo allontanarsi, in quanto stava perdendo il controllo di sé, giacché piccole gocce di secrezioni le colarono fra le cosce:

“Adesso conta e tieni a mente”.

“Uno” - dicendo il primo numero s’irrigidì nell’attesa del colpo, corrugò i muscoli dei glutei mentre il sibilo nell’aria ne annunciò l’arrivo.

Non fu forte quanto pensasse, però sussultò lo stesso trattenendo l’impulso di gridare, poiché sapeva che non doveva, mentre lui la osservava giudicandola, perché voleva essere degna di dimostrare che la sua fiducia era ben riposta in lei.

“Due”. Le arrivò sull’altro gluteo, ne sentì il bruciore, ma adesso aveva capito, poiché era un errore irrigidirsi, per il fatto che doveva rimanere rilassata affinché la carne lo attutisse, lo accettasse elasticamente sino ad ammortizzarlo.

“Tre”. Di piatto, ma più forte intuì la punta imprimerle il segno, avvertiva il dolore ma come se fosse stato un piacere, dato che era una strana sensazione quel miscelarsi dove il primo cedeva passo all’altro, sino a divenire soltanto unico.

“Quattro”. Sussultando quasi le scappò un gemito, si morse la lingua per imprigionarlo fra le labbra, dopo lo trasformò in un sospiro sporgendo il bacino all’indietro.

“Cinque”. Questo era più forte degli altri, non sentiva più il freddo della stanza, ma soltanto un bruciore intenso che le donava un insolito godimento, giacché si spandeva attraverso il corpo irradiandosi in esso seppur localizzato, in conclusione sentì la sua mano afferrarla per i capelli tirandola all’indietro.

“Inginocchiati” - sbottò lui.

Aida lo fece, con gli occhi bassi guardava il pavimento e i suoi piedi nudi, intanto che cercava di non pensare, per il fatto che ambiva concentrandosi su di essi esaminandosi le dita, mentre con le mani congiunte e con la testa bassa aspettava. Cesare affondò la mano nei suoi capelli impugnandoli per la nuca, tirò, le fece volgere la testa verso l’alto e la guardò negli occhi, con quel suo sorriso che appariva unicamente in quelle occasioni:

“Brava, davvero molto brava, sei un vero incanto”.

Aida sentì l’orgoglio crescere in sé e la tensione di quegl’istanti, la paura di non essere all’altezza le fece sgorgare le prime lacrime, che scesero dapprima lentamente come una falla in una diga e poi sempre di più inarrestabili e irruenti:

“Tu piangi, perché piangi?” - chiese lui.

“Piango di felicità mio padrone”.

Così facendo si buttò ai suoi piedi abbracciandoli, adesso la mano di Cesare le accarezzava i capelli, poi le prese il mento sollevandole il viso e con il dorso asciugò quelle lacrime mentre la guardava attentamente. Con un gesto quasi delicato la fece rialzare, l’abbracciò e la condusse vicino a una sedia che pose di fronte al letto sistemandola con le cosce ben aperte e le caviglie allineate ai piedi della stessa, le legò i polpacci in modo che non potesse muoversi, poi portandole dietro le mani ne legò i polsi. Cesare la ammirò come per voler contemplare una sua opera, soddisfatto agguantò la benda e assicurandosi che fosse ben piegata in modo da impedirle completamente la vista gliela collocò sugli occhi:

“Adesso farò venire qualcuno. E’ una donna, io la userò davanti a te, però tu la sentirai soltanto sino a che io non decida altrimenti”.

Aida si domandava chi fosse, se fosse semplicemente una donna o un’altra schiava. Nella sua mente al presente s’affacciavano mille domande e nello stesso tempo la cosa l’eccitava all’inverosimile: sentire i suoi gemiti intanto che posseduta e presa da lui, sapere che lei sarebbe stata ben consapevole della sua presenza avendola là dinanzi al letto per ascoltare tutto. Il lieve bussare alla porta le fece intuire che era già arrivata, così cercò d’immaginarla alta, bassa, giovane e matura, perché la sua fantasia in quel momento procedeva velocemente senza limiti, cercò d’affinare l’udito per percepire ogni minimo suono e capire che cosa stesse facendo, tuttavia s’accorse che si spogliava dal fruscio dei vestiti, poi soltanto rumori e schiamazzi indefiniti. Nel frattempo pensava a lui, alle sue mani che l’afferravano, che l’eccitavano e alla sua lingua che s’insinuava fra le sue cosce sino a farla delirare di desiderio per prepararla al meglio. In modo insperato le giunse il suo ansimare, i gemiti, il ritmico rumore delle sue cosce contro il sedere e nella sua mente la fantasia si scatenava sino a farla contorcere sulla sedia, Cesare in quell’istante notò lo scricchiolio della sedia, sorrise e si girò verso di lei:

“Bene, credo che adesso tu possa vedere”.

Così dicendo le tirò con forza la benda liberandole gli occhi, giacché dinanzi a poca distanza dal suo viso sul letto c’era una donna sui quarantacinque anni d’età ben messa, dalle forme piene ma gradevoli voltandole le spalle prona a quattro zampe:

“Ferma, aspetta, mostra alla mia cagna quanto sei brava. Dai, apriti con le mani e falle vedere come sei bagnata” - le disse Cesare.

Senza una parola Aida vide schiudersi davanti a sé quella deliziosa fica pulsante che luccicava di liquidi, fu un istante e la desiderò. Sentiva le corde stringerla, eppure provava un inconsueto piacere da quell’immobilità mentre sentiva martellare dentro di sé il suo intrinseco desiderio. Cesare agguantò la donna per un braccio facendola alzare, le ordinò di salire sul letto con le cosce ben aperte, accostò la sedia e prendendo la testa di Aida per i capelli la spinse su quella palpitante fica:

“Dimmi una cosa, riesci a sentirne il profumo? Leccala”.

Aida avvertiva spiccatamente un odore dolce e penetrante che l’eccitava, vi posò dapprima le labbra assaporando la morbidezza di quella fessura, dopo la morsicò leggermente succhiandone infine il clitoride come se fosse un piccolo pene lasciandolo sennonché scivolare sulla sua lingua in un movimento verticale e poi circolatorio. Piccolo tocchi ma sapienti, cui si lasciò andare con sospiri sino a che si sentì penetrata:

“Basta, non voglio che goda, deve imparare, dosa bene i tempi”.

In quella circostanza Cesare tirò ad Aida la testa indietro strattonandola per i capelli e rivoltosi verso Lia le ribadì d’accucciarsi di nuovo. Cominciò a giocare sul suo buchino dinanzi agli occhi ipnotizzati di Aida, infilò due dita e lentamente iniziò ad andare su e giù, mentre lei cercava con il bacino di sentirsi penetrare più a fondo, poi iniziò a possederla in contemporanea. Con la mano destra rimasta libera impugnò la cinghia colpendola sul sedere: il ritmico rumore sembrava dare il tempo a ogni affondo, un perfetto equilibrio di dolore e di piacere abilmente mescolato in cui il primo diventava il secondo. Aida non riusciva più a controllarsi, sentiva la sua pelosissima fica pulsare, si sentiva colare fra le cosce nel modo più indecente che vi fosse e sapeva che lui ne era cosciente e godeva di quel suo stato di desiderio. Cesare volse la testa verso di lei pur senza smettere, quasi a porre l’accento che Lia era solo il suo oggetto di proprietà, notò la voglia dei suoi occhi mentre vedeva il suo padrone possedere l’altra donna e ne rimase risolutamente compiaciuto:

“Vedo che la questione ti eccita, vero?”.

Aida annuì deglutendo, giacché non riusciva nemmeno a parlare tanto era il suo smanioso desiderio, lui si staccò con un sorriso e si collocò davanti a lei, la cinghia prese vita nelle sue mani, serpeggiò sino a colpirla sul pube facendola sobbalzare, ma stranamente non fu dolore ma un efficace e incisivo stimolo. Le afferrò la testa con la mano e piegandogliela gl’infilò il sesso gonfio e pieno dei fluidi di Lia in bocca, frattanto le spingeva la testa su e giù mentre le sue labbra succhiavano avidamente, nel tempo in cui l’odore di quelle sessualità mischiate accentuava la sua eccitazione. Cesare sborro pacificamente in bocca e sul in viso, perché ciò che non ingoiò si sparse sul suo corpo, mentre strofinava il cazzo su di lei pulendoselo. Successivamente si staccò e ritornando verso il letto afferrò la catena, agganciò il moschettone al collare di Lia facendola camminare carponi sino alle sue cosce ponendola con il viso dinanzi a lei:

“Adesso spetta a te mia bella, Lia è il tuo turno, falla godere”.

Aida sentì i lievi colpi di quella lingua appassionata e umida ripulire completamente il suo sesso come lui aveva sempre preteso che fosse da quando era sua, poi le dita l’aprirono completamente e portarono alla luce il clitoride dove le piccole labbra si congiungevano. La punta iniziò a girare circolarmente alla base quasi carezzandolo, poi andandoci sopra esercitando dapprima una pressione e successivamente rilasciandolo, se lo sentì addentare mentre ormai era completamente immersa nel piacere, le giunse un colpo di frustino sulla coscia, così inatteso come un lampo attraversandole speditamente la mente.

Quelle dita femminili iniziarono a penetrarla, una invero s’insinuò tra lei e la sedia profanando il suo sedere, le altre viceversa avanzarono dentro quell’odorosa fenditura sino ad avvertire ambedue un senso di completa pienezza. Ogni tanto le giungeva qualche colpo su d’una natica, ma era soltanto un puro godimento, fulmini intensi che le attraversavano la mente e il corpo scuotendola sino nel profondo delle viscere scompaginandola.

Fu piacere, un’onda che la travolse facendole perdere sistematicamente ogni cognizione sino a lasciarla appagata, esausta e svigorita. Cesare la guardò in silenzio, nei suoi occhi c’era un’infinita dolcezza, le scostò delicatamente i capelli e le accarezzò il viso baciandola.

{Idraulico anno 1999}