i racconti di Milu
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Le era sembrato adeguato e pertinente accettare affabilmente la richiesta di quell’uomo dai capelli grigi, perché in fondo si era schiettamente domandata che cos'avrebbe avuto sinceramente da perdere, in quanto anche lui stava percorrendo in parte un tratto di vita affine a corrispondente alla sua. Non essendo libero, legato già alla stessa donna da troppi anni e da solo, evidentemente isolato e persino solitario nell’animo, concretamente nel pensiero e nel proponimento. Non aveva però né rifiutato né rinunciato a vivere, non si era negata sottraendosi alla passione, giacché aveva continuato a rincorrere i desideri, i corpi e il flemmatico e il lento passeggiare di femmine, però sempre troppo lussuriose e sensuali per lui. Persone che incontrava per caso o ben conosciute, che a un certo punto gli facevano scoppiare in corpo e sulla pelle strani pensieri, anche necessariamente legittimi, naturali e plausibili. Nelle notti in vecchi castelli deserti, incontri inventati lungo i percorsi più periferici delle più sporche metropolitane, panchine di parchi cittadini nel sole giallo autunnale all’ombra del suo miglior impermeabile, quasi degno d’accostarsi a un perfetto e rispettabile guardone.

Lei aveva guardato in quegli occhi come faceva da sempre, aveva azzardato e tentato di capire fin dove potesse arrivare, così come un filo conduttore sottile che assegna dividendo un certo depurato e salubre bisogno di prevaricazione, dai sempre ermetici, indecifrabili e misteriosi buchi neri dove s’annida rifugiandosi quasi sempre l’animale che è rintanato in ognuno di noi. Come sempre, invero, aveva avuto sensazioni contrastanti e discordanti, un misto d’eccitazione e di paura, qualche brivido e molti sussulto lungo i polsi e lungo la schiena, qualche lampo di razionalità nella sua mente sempre troppo complicata e senz’eccezione confusa.

Lei non prendeva mai posizioni troppo precise, perché non era così, alla fine lasciava sempre decidere gli altri, quelli che le dimostravano esprimendole un minimo, medio o grande interesse e sapevano cogliere qualche scheggia superficiale o più intima della sua inquietudine. Quelli che facevano leva su qualche suo bisogno infantile e primario, come un braccio di maschio sulla spalla, una voce sicura che sapeva ordinare e predisporre, occhi che esprimevano desiderio, una massa di muscoli, preferibilmente coperti di peli per poter accarezzare il suo corpo di piccola femmina in attesa e nella speranza d’un principe azzurro. Vestirsi di nero non era stato poi così difficile, per il fatto che quel colore le piaceva, era essenziale, giacché per lei risultava più puro del bianco e poi le faceva sentire addosso un pizzico in più di quella sensualità che aveva sempre un gran bisogno di diffondere e di spargere in giro. Come una maledizione, un destino segnato, sedurre sempre, farsi prendere e usare, goderne, alla maniera d’un viaggio all’interno di quella parte di sé forse un po’ inesplorata e sconosciuta, oggetto e materia nelle mani d’un individuo qualunque, carne mai sazia di quei liquidi caldi dell’orgasmo.

Lui le aveva chiesto unghie smaltate di rosso, lei lo aveva trovato prevedibile. Perché il rosso? Come mai non un arancio, un azzurro, o un lilla? Esistevano altri svariati colori che potevano risplendere su quelle unghie laccate di fresco, eppure aveva obbedito, in quanto le piaceva attenersi e ubbidire, molto più d’agire, di muoversi e di parlare, esserci, come se non fosse per sé stessa, ma per gli altri, sentirsi come in uno scaffale d’un supermercato con la merce in esposizione, o forse come un libro pieno di parole da leggere in una libreria un po’ buia e polverosa. A ogni buon conto quel rosso l’aveva incuriosita, dal momento che lui non era una persona scontata, tutt’altro, perché se aveva scelto il colore rosso esisteva un motivo, perché forse presto anche lei avrebbe saputo il movente, poiché la mattina prima dell’appuntamento lui le telefonò:

“Hai laccato le tue unghie di rosso?”.

“Sì, certo, l’ho fatto”.

“Io t’ho spedito un pacco, indosserai quello che contiene, a stasera”.

Lui aveva sgarbatamente interrotto la comunicazione senza neppure aspettare un suo cenno, un ciao né una risposta. Nel pomeriggio qualcuno aveva bussato, lei aveva aperto, mentre davanti a sé un giovanotto impacciato le porgeva l’atteso pacco. Lei lo aveva aperto in fretta, strappando la carta e lasciandola cadere per terra, aveva guardato dentro come per trovare oggetti morbosi, forse collari e catene, manette e cinture piene di borchie, però era rimasta ancora delusa. In mezzo a una carta velina morbidissima aveva intravisto una delicatissima tutina di pizzo leggero e trasparente di colore rosso, unicamente rossa. Anche questo non sarebbe stato difficile, perché quella tutina le stava talmente bene addosso come un velo di zucchero adagiato sopra un dolce.

Lei si squadrò allo specchio pienamente soddisfatta e disse a sé stessa come sei bellissima. Aveva la chiave, doveva aprire la porta, entrare e aspettare seduta sul divanetto che avrebbe trovato, davanti all’unica finestra lasciata aperta sulle luci della strada. Lei era al buio, in quanto l’unica striscia di luce arrivava da quelle persiane spalancate, poco per volta i suoi occhi s’abituarono all’oscurità della stanza e iniziò a distinguere qualche ombra. Seduta sul velluto del divanetto aspettava in silenzio, s’accese una sigaretta, s’allungò pigramente incrociando le gambe in una posa non molto sensuale, anzi, si sentiva tranquillamente sola, poiché poteva rilassarsi, pensare, guardarsi intorno e scrutare:

“Non hai avuto il permesso di fumare” - echeggiò frattanto una voce.

Quella frase e quella voce la fecero sussultare, poiché lui era già lì e lei non se n’era accorta, si girò verso l’angolo più nascosto alla luce cercando di distinguere qualcosa di più, possibile che non avesse sentito almeno il suo respiro? Come mai era così sicura e tranquilla? Adesso in piedi davanti a lei lui guardava fuori strofinando le ginocchia con quei pantaloni di seta grezza sulle gambe scoperte appena divaricate:

“Alzati”.

Lui l’afferrò per entrambi i polsi e la portò verso una delle pareti della stanza, le mise le mani sulle spalle e lentamente la spinse verso il basso:

“Inginocchiati qui”.

Lei s’inginocchiò, pure lui lo fece, le prese una caviglia per volta e liberò i suoi piedi dalle scarpe altissime, allungò dolcemente un piede alla volta in modo che quasi si spalmassero sulla moquette, poi si dedicò all’abito nero che copriva la parte alta delle cosce, i fianchi, i piccoli seni e una parte delle spalle. Lo tirò via come se fosse piuma nel vento e liberò tutto il rosso di pizzo che ricamava la sua pelle, lei sentì il suo respiro in quel momento, un sospiro accennato che avvertì distintamente. Lui continuò così, mentre percorreva con la punta delle dita la linea delle gambe e quella delle braccia fino a toccare i capelli. Nient’altro né viso né collo né seni, soltanto la linea più esterna di tutto quel piccolo corpo, come per tracciare una sagoma, disegnandone un’ombra, definendone un confine. S’alzò e quando fu in piedi s’abbassò di nuovo per poi rialzarsi nuovamente, avvicinandosi con il ventre al suo viso. S’allontanò soltanto un attimo, per tornare con alcuni cuscini, ne mise uno sotto di lei e ancora si sollevò. Non bastava un solo cuscino, perché la sua bocca doveva trovarsi allineata all’altezza che desiderava, perciò ne mise un altro e finalmente fu soddisfatto del risultato che aveva ottenuto:

“Da questo momento in poi non potrai più scegliere né decidere. Sei sempre sicura di volerlo fare?”.

Lei non rispose, lo guardò soltanto dal basso verso l’alto e restò ferma a fissarlo, poi abbassò la testa. Aveva consapevolmente accettato l’invito, adesso che stavano iniziando i primi brividi di sottile attesa e di paura, non voleva di certo andare via. Poco dopo, ebbe il piacere di sentirsi legare i polsi dietro la schiena con una sciarpa di seta e pensò che quella notte avrebbe probabilmente vissuto qualcuno dei suoi sogni proibiti. Lei lo osservò allontanarsi nell’angolo buio e tornare con qualcosa nelle mani, mentre lui era girato di spalle e inginocchiato un po’ distante da lei, mentre nel buio accese una luce con la torcia. Sistemata sul pavimento una prima torcia e poi molte altre, tutte vicine tra loro, una dietro l’altra disegnando all’incirca la forma d’una grande mezzaluna che percorreva quasi tutta la stanza. Tanti piccoli fuochi lungo una semi curva davanti a lei, come un altare, un nido, un palco, l’interno d’una conchiglia spalancata e immaginaria, ben presto capì che là in quello spazio ben delineato e preciso sarebbe accaduta ogni cosa.

Lui sparì e subito dopo iniziò a suonare nel buio la prima aria di un’opera che lei conosceva benissimo, la Norma di Bellini. Stava salendo piano e lentamente riempiva l’apparente vuoto della stanza. Lei amava quella musica e ascoltarla in quel momento là in quel buio, inginocchiata ai piedi dei mille piccoli fuochi con i polsi legati e la gola chiusa, le fece nascere dentro il desiderio d’accompagnare con movimenti del corpo quella struggente melodia. Chiuse gli occhi e lentamente iniziò a muovere la testa seguendo il ritmo lento che stava entrando dentro di lei, però dovette riaprirli di colpo. Lui era tornato e le stava stringendo il collo con entrambe le mani, stringeva e le infilava i pollici ai bordi della bocca, inizialmente l’apriva piano e poi con forza:

“Tienila aperta, bene, sì così”.

In piedi, completamente vestito, aveva lasciato la presa e con una mano adesso stava accarezzando la stoffa dei suoi pantaloni, proprio in mezzo, lì sopra il suo sesso e sotto più in basso era sceso ad accarezzare i testicoli. Saliva e scendeva, girava in tondo, nel momento in cui il pantalone adesso tradiva la sua erezione, lui l’impugnava tirando la stoffa, stringendo con forza, come per fare uscire fuori il suo membro duro senza spogliarsi. Le stava addosso vicino al viso e alla bocca, si strofinava su di lei continuando a stringerlo nella mano, lei iniziava a immaginarne l’odore e le sue labbra parlavano di quella voglia incontrollabile e ribelle che conosceva bene. Lo avrebbe voluto in bocca subito tutto dentro di lei, fino in fondo alla gola, a ingoiare ogni più piccola goccia della sua essenza, fino a soffocare.

Un po’ di sudore che le scese giù dalla fronte rivelando la sua eccitazione, lui s’allontanò leggermente e finalmente aprì la chiusura lampo dei pantaloni. Non portava biancheria intima e il suo pene si liberò nell’aria, lucido e teso, mostrò alcune piccole vene rigonfie che lo rendevano ancora più interessante, diritto e fiero, in pratica perfetto, anzi, bellissimo. Lei continuava a fissare quel cazzo davanti a sé, perché sentiva salire alla testa tutto il suo sangue e il suo fluido che la stava allagando scendeva chiaramente in modo spudorato lungo le cosce, davanti e dietro. L’odore però era il vero colpevole, la fragranza indiscussa e inimitabile di quel cazzo indurito che aveva a pochi centimetri ormai dalla sua lingua, in quanto le entrava nelle narici, animale invadente, sfacciato e tagliente:

“Questa è la mia arma migliore, ecco, te la presento. Vuoi essere il suo bersaglio?”.

Lei lo teneva tra le due mani puntandolo contro di lei, forse mirando verso la gola, forse al cuore. Lei lo voleva, non desiderava nient’altro in quel momento, soltanto quel cazzo. Lui di colpo iniziò a masturbarsi con movimenti veloci, ansimando, liberando rumori e gesta come se lei non esistesse, come se si fosse trovato di fronte a uno specchio e stesse ammirando sé stesso, il suo sesso, quella carne viva bollente sull’orlo del piacere pronto a eruttare la sua candida e densa lava vitale. Lei spalancò ancora di più la bocca, perché se non poteva avere quella carne eccitata nella sua gola, che almeno ne potesse accogliere il succo, per gustarlo e per nutrirsi, eppure non accadde. Dietro l’uomo eccitato, davanti alle torce, stava strisciando lentamente una figura femminile, piegata sulle ginocchia e appoggiata sulle mani, mostrando le natiche libere e inarcando leggermente la schiena per essere brandita. Lui si girò, le fu dietro e l’afferrò, attualmente sprofondava dentro di lei, sembrava oltrepassarla, la donna urlava, lui le chiuse la bocca e le ordinò di tacere. Lei incominciò a strofinarsi come un’indemoniata e dopo le urla e i lamenti la spirale del suo piacere aumentava, mentre lui come se stesse montando un animale con un morso le ferì la schiena. In quel momento il suo cazzo si liberò offrendole tutto lo sperma e con l’ultimo deciso affondo raggiunse il fondo di quella pelosissima galleria proibita, alzò la testa verso il soffitto e per un attimo sembrò perdersi nei suoi stessi occhi sbarrati, soltanto per un attimo. Di colpo lo vide arrivare verso di lei, avvicinarsi esponendo il suo cazzo svuotato e bagnato, mentre puntando verso la sua bocca ancora aperta le manifestò:

“Leccamelo tutto”.

Come un pugno nello stomaco, quell’unica parola le girava in testa mentre leccava quel cazzo imbrattato delle secrezioni e degli odori dell’altra femmina. Sentiva la sua soddisfazione aumentare nel vederla così ubbidiente eseguire il suo ordine, pensò d’essere stata brava quando lui le accarezzò le spalle facendole scendere le spalline della tutina, poi continuò liberandole i seni e attorcigliandole il rosso del pizzo intorno alla vita:

“Sì, brava, resta in questo modo”.

Da dietro la donna che era stata posseduta si stava avvicinando, lui la sentì, la vide, si girò, la spinse per terra e spalmò tutta la lingua tra le sue gambe, penetrando con le sue dita ossute quella fessura proibita. Lei urlò quasi subito e scendendo dal suo orgasmo gli lasciò sulle spalle segni evidenti delle sue unghie, perché i polsi legati le impedivano ormai quasi di pensare. Impazziva per non poter almeno infilare anche un soltanto dito dentro di sé, o accarezzarsi il pube, le cosce o il sedere, poiché quell’odore di sesso le spaccava la testa. L’altra donna soddisfatta s’alzò e sparì, forse in un’altra stanza, adesso erano da soli, forse sarebbe arrivato il godimento anche per lei:

“T’aspettavi un orgasmo magnifico questa notte?”. Non riusciva a rispondere.

“Avevi forse voglia di lei? Credo di no, di certo ti sarebbe bastato farti scopare da me, perché tu non sei di gusti difficili”. Forse voleva piangere.

“In questo momento ti voglio coperta di rosso. Posso disegnare il mio rosso su di te?”.

Credette di sentirsi scoppiare il cuore nel petto quando iniziarono a cadere lente su di lei piccole gocce di sangue rosso. Con la lama d’un coltello affilato lui si stava procurando leggere ferite sul petto e vicinissima lei poteva sentirne l’odore. Il pizzo e le gocce mischiati assieme sulla sua pelle, l’odore dello sperma e del sangue. Chiuse gli occhi e immaginò di rivedere la scena di un film, lei immersa in mezzo a milioni di petali di rose rosse e Casta Diva che ricominciava a suonare. Le torce che bruciavano lente, forse a quel punto qualcuno accese la luce, o forse era ormai giorno. Riaprendo gli occhi davanti a sé nelle sue mani un calice colmo di vino rosso, i gomiti delle sue braccia appoggiati su d’un tavolino di un’enoteca del centro, mentre i suoi occhi che la fissavano allegri:

“Alla nostra mia piccola” - le disse lui, alzando il bicchiere verso il suo.

“Alla nostra” - rispose lei.

“Sei stata davvero magnifica”.

Lei cercò in fretta sotto il tavolo la carne rosa tra le sue cosce, in quanto era ancora bagnata e gonfia perché non aveva goduto, si tirò su dalla sedia avvicinandosi a lui seduto dall’altra parte del tavolo, piena di furia gli aprì la camicia che aveva addosso, lui però non si scompose e lasciò fare, bensì lo aiutò a liberarlo. Si scoprì da solo, tanto che lei poté vedere tracciate sul suo petto una fila di piccole ferite come dei segni scritti ancora rossi di sangue. Avvicinandosi meglio poté leggere due parole che per tutto il tempo aveva enormemente desiderato sentirsi dire da lui: “sono tuo”.

I loro bicchieri s’incontrarono ancora per tutto il tempo che poteva servire, seduti a quel tavolino di un’enoteca del centro, fino all’ultimo brindisi, giacché sbattendo violentemente tra loro i due calici colmi si frantumarono in mille piccoli pezzi di vetro, cedendo in conclusione e sbriciolandosi come una pioggia ai loro piedi sotto il tavolo, mischiandosi al vino e divennero anche loro rossi di sangue.

{Idraulico anno 1999}