i racconti di Milu
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Mi accorsi di Georgi solo quando, alle mie spalle, braccò rudemente i miei seni. Lavavo delle canotte strizzandole con un movimento energico sul lavapanni; nelle orecchie il clamore degli schiocchi dei panni sbattuti sul legno, forzavo le braccia in spinte serrate, recuperavo l'acqua dal tegame e continuavo a sfregare. Georgi mi sorprese con quella morsa lasciva. Balzai poi sorrisi, lo guardai lieta, vogliosa, ci baciammo con la lingua e mi spinse nel vicino capanno. Fui fatta stendere su un tavolo liberato in tutta fretta degli attrezzi che vi erano adagiati e poi riattaccò a baciarmi, conquistando il seno tiepido nella scollatura, con l’ardore che gli era consueto. Levai in alto le ginocchia attorno ai suoi fianchi e lui, facendosi largo oltre il gonnellone, si ficcò nella mia cava del piacere. Mi speronò, mi fotté in modo eccellente, formidabile, senza riguardi, ruvidamente, folle, carico di energia e voglia. Godé nel mio ventre, senza ritengo, come un animale, ed io ne fui sazia.

Funzionava così da bel po’ alla fattoria. Mio marito lo sapeva e gli stava bene, anzi, m’aveva addirittura pregato lui d’essere gentile col fratello. Non avevo lì per lì compreso le sue parole ma fui gentile con Georgi, anche troppo. Che quel tipo di gentilezza fosse proprio ciò che mio marito desiderasse lo scoprii più tardi.

Ricordo che entrò nella stalla scorgendo suo fratello che, alle mie spalle, ci dava dentro tenendomi per i fianchi. Io ero aggrappata ad una scala, venivo fottuta e guaivo, annaspavo in delirio, gemevo disperata. Quando lo vidi urlai fingendomi contrariata: “Dimitar amore mio non… volevo, mi ha forzata… fermalo! E’ un porco!”. Lui però prese una sella e filò via mentre il fratello, senza fermarsi per un solo istante, procedette diretto a fracassarmi dentro. Non potevo credere ai miei occhi. Era forse impazzito?! “Brava. Cerca sempre di accontentarlo, sii gentile mi raccomando e, se ne provi piacere, meglio per te”, mi disse quando lo raggiunsi angustiata e nervosa mentre sellava il bue. Delle sue parole fui sconcertata, non riuscivo a spiegarmele. Mi sentii offesa e confusa e mi chiusi in me stessa nel tentativo di darmi risposte. Qualche giorno dopo tornò a farmi visita Georgi. Ero a raccogliere legna e mi abbracciò, mi palpò il culo. Provai a respingerlo mentre lui mi stringeva e mi baciava. Dimitar ci passò davanti di ritorno dal capanno degli attrezzi, ma non fiatò e si allontanò come se niente fosse. Sconcertata chiesi a Georgi che, arrapato continuava a palparmi, cosa stesse accadendo. Lui tacque. Mi dissi di trarre il meglio da quella situazione e mi ritrovai ancora col cazzo di mio cognato schiantato nella fregna, scopata in piedi, accanto alla catasta di legna, con le mie chiappe ben strette nelle sue mani.

Solo la settimana dopo scoprii finalmente il motivo dello strano comportamento di mio marito. C’era la riunione del comitato e tutti, senza crear contrasti, approvarono le sue scelte perché a dargli ragione era l’elemento più influente e carismatico: suo fratello Georgi. Todor Zhivkov aveva realizzato il sogno di Dimitar, il governo ci aveva permesso la gestione di un’azienda familiare al di fuori del complesso agroalimentare. Così, nelle campagne di Isperih, era nata la nostra impresa, avevamo acquistato un trattore, due buoi ed una mucca, e coltivavamo frumento. Presidente indiscusso del comitato si ritrovava mio marito... sì, grazie a Georgi, o meglio, grazie a me. Insomma io venivo fottuta e lui ne guadagnava l'appoggio del fratello ed i consensi attorno alle sue opinioni. Poco contava il fatto che fossi fottuta da mio cognato col beneplacito di mio marito. La Bulgaria socialista guardava al suo radioso avvenire.

Sia chiaro, la cosa non mi dispiaceva, anzi. Mio marito era vecchio, aveva quasi venti anni più di me, ed i nostri istinti sessuali vivevano stagioni diverse. Così finalmente potevo vivere appieno contando su suo fratello per saziare i miei appetiti. Beh mio marito era felice, io al settimo cielo, suo fratello pure, l’azienda portava guadagni, allora di cosa potevamo lamentarci? Vedete, il problema, il vero problema, fu spiegare tutto questo a mio figlio!

Petar era un ragazzo brioso, pieno d’estro, dal fisico solido. Quel giorno mi vide uscire dal capanno con lo zio Georgi e tornare al lavapanni. Restò impalato a fissarmi, io gli sorrisi. Lui attese che lo zio fosse sufficientemente lontano poi, indignato, mi prese d’assalto. “Puttana! La prossima volta… la prossima volta corro a dirlo a papà!”, mi ringhiò contro infuriato stringendomi un braccio fino a farmi un livido e corse via.

Restai di sasso con quell’insulto che mi colpì nel profondo. Per mio figlio ero una puttana. Già immaginare un mio adulterio doveva essere assurdo per lui, una di quelle cose impensabili, figuriamoci poi scoprirmi con lo zio! Restai a guardare il livido sul braccio e precipitai nel baratro dell’angoscia, anche perché mi resi subito conto che spiegargli come stavano le cose era problematico. Avrei mica potuto dirgli che avevo il consenso del padre?! Optai per una scelta di comodo, lo ammetto, colpa mia: tralasciai ogni commento facendo finta che non fosse accaduto nulla. Il giorno dopo però vide nuovamente me e suo zio intenti a copulare. Eravamo sotto la quercia che, ampia, disegnava la sua ombra sul nostro casolare. Ero assuefatta al piacere e tenevo gli occhi chiusi come se fossi in estasi. Quando li aprii vidi proprio Petar che ci fissava sull’uscio della porta di casa. Restai interdetta per qualche istante, poi avvisai Georgi che Petar ci guardava, ma lui continuò a scoparmi senza sosta. Gli ripetei ancora che c'era mio figlio ma quello niente, proseguì. Ero tenuta per le braccia, leggermente protesa in avanti e con le gambe un po’ divaricate. Guardai il livido fattomi da Petar che ancora permaneva sul mio braccio e vissi un orgasmo fosco ed intenso. Mio cognato continuò a darci giù di brutto ed io senza risparmiarmi mi detti a lui ancora, fino alla fine, con gli occhi ora proiettati in un indecente orgasmo contro mio figlio.

Georgi, sudaticcio, recuperò il rastrello e filò a lavorare, io corsi in casa da Petar. Lo guardai, era attonito, pallido, spettrale. Se ne stava seduto, cupo ed avvilito, un atteggiamento che contrastava molto con la sua corporatura aitante. "Mamma perché?", chiese con voce angosciata. La sua richiesta di chiarimenti era naturale ma io cosa avrei potuto raccontargli? Restai zitta guardando mio marito sopraggiungere. Petar era completamente tramortito e non parlò. Mio marito ci interrogò: “Ma che succede?”. Io lo guardai severa, lui uscì sospirando. “Petar io…”, provai a parlare ma non sapevo cosa dire così mi si riversò ancora addosso tutto il rancore di mio figlio: “Perché fai questo a papà!?”. Io non sapevo proprio che dirgli, la tristezza che era calata sul suo viso mi affliggeva. Provai a calmare quegli occhi dolci ed in difficoltà, mi morsi le labbra e lo abbracciai. “Ohh tesoro…”, gli poggiai la fronte sulla sua ed involontariamente finì col mento sul mio petto nudo nella scollatura. Era affranto, rintanato nel silenzio. Credevo di capirlo ma presto mi accorsi che neppure io potevo comprendere quello smarrimento. Tenni Petar stretto a me fino a quando, stranamente, avvertii le sue labbra schiudersi sulla mia pelle. Rimasi confusa. Che stava combinando? Allentai la presa e, ferma, distinsi chiaramente i suoi baci sui miei seni. Lo lasciai fare stupita per qualche attimo, poi colta dall’imbarazzo corsi in cucina.

Mi ritrovai a sbucciare cipolle, col cuore a mille, super accaldata, incapace di ragionare. Da quella volta, mio figlio negli abbracci avrebbe sempre cercato i miei seni ed io, in un subbuglio immobilizzante di incredulità, curiosità e strano senso di maternità, glieli avrei sempre concessi. Sì, al mattino appena sveglio e la sera prima d’andare a letto, sempre quando eravamo soli, e dopo ogni volta che mi beccava in qualche angolo con suo zio. Qualcosa era cambiato tra me e mio figlio. Mi cercava, mi stringeva, poi chinava il capo sulla mia scollatura a baciarmi ed ogni volta sorgeva la sua perversa erezione, rigida come un tronco, decisamente piacevole per una donna. Mi resi conto che era turpe e morboso solo quando iniziai ad essere io stessa a porgergli i seni, prorompenti, irresistibili, così pieni. Glieli tiravo fuori e gli offrivo i miei capezzoli. Il livido sul mio braccio scomparve.

Mio marito non sospettò nulla, mai, era solo concentrato sulla direzione della nostra azienda e, dopo Georgi, mi chiese d’essere gentile anche con suo cugino Nikolay.

Il sole picchiava forte. Tutt’intorno a me si respirava il profumo del grano che stavo raccogliendo. Un centinaio di metri più in là, Petar era con suo padre e suo zio, tutti a raccogliere il frumento. Quando Nikolay mi prese, la sua irruenza mi rese impossibile zittire gemiti e gridolini. Sentii mio marito provare a coprirli con una tosse forzata mentre Petar lo soccorreva ingenuo e dolce come sempre: “Papà, come ti senti? Che hai?”. Nikolay colpiva, mi sbrindellava, mi trapassava con affondi baldanzosi e furenti in una triviale danza di piacere difficile da tacere. Capii di star esagerando e feci di tutto per zittirmi. Ci riuscii per poco. “Sto bene... sto bene... torniamo a lavorare…”, mio marito tranquillizzò Petar ma Nikolay mi rompeva e mi scapparono nuovi sospiri frignati. Così Dimitar ancora dissimulò tosse convulsiva e mio figlio, spaventato, si rivolse a Georgi: “Zio corri, non vediche papà sta male!”. Mio cognato doveva essere molto vicino a loro ma, a differenza di Petar, sapeva perfettamente cosa stava accadendo. “È solo un attacco di tosse, devo aver respirato qualcosa…”, lo sentii dire poi riuscii ancora star muta e mio marito cessò quella stupida farsa,probabilmente pensando che suo cugino l’avesse piantata. Invece no, ero sull’erba, Nikolay, tra le mie cosce, continuava a trapanarmi, mi scuoteva tutta e mi lasciava tramortita da irruente raffiche di godimento. Credetemi, il piacere mi logorava, non riuscivo a spegnerlo nel mio stomaco ed alla fine tornai a vociare i miei orgasmi scandalosi sorprendendo Dimitar.

Petar allora dovette riconoscere chiaramente la mia gioia lussuriosa, probabilmente guardò lo zio e ritrovandoselo accanto capì che mi stavo donando a qualcun altro. Mollò tutto e corse a cercarmi tra il grano.

Me lo ritrovai davanti, in piedi, proprio mentre Nikolay, con la faccia rivolta verso il terreno, completava la sua corsa sborrandomi dentro. Io spalancai gli occhi dal basso spingendoli in quelli persi di mio figlio che mi disse straziato: “Perché fai questo… a papà… con zio Georgi e pure con zio Nikolay!“. Io ammutolii in grave disagio mentre Nikolay si sollevava riallacciandosi i pantaloni come se niente fosse. Mio figlio mi guardava indignato ed io come sempre non sapevo che dirgli. Alle sue spalle la voce roca di mio marito improvvisamente gli gelò il respiro: “Abbiamo un’azienda da portare avanti e tua mamma ci aiuta”. Mio figlio si voltò verso il padre inacidito: “Tu lo sai?!”. Non ricevette risposta, vidi i suoi pugni stringersi poi fuggì in casa.

Mi sollevai, mio marito fu pacato: “Vallo a calmare. Domani c’è la riunione e non voglio guai…”. Annuii: "Sarò gentile non ti preoccupare". Raggiunsi così Petar.

Mio figlio era visibilmente turbato, in affanno, sconvolto, in piedi al centro della cucina. Mi avventai su di lui spingendo su le tette. Le afferrò, le bacio, con una lacrima me le bagnò. “Do una mano a tuo padre, portare avanti un’azienda è difficile”, confessai. Lui continuò a sbaciucchiarmi i seni prendendone i capezzoli. Era così amorevole, poppava affettuoso, palpava, tracciava decori di baci teneri e continuava a bagnarmi la pelle con silenziose lacrime. “Guarda che io sono contenta. Non devi piangere per me”, gli dissi sorridente accarezzandogli il capo e lui mi stupì con un’ammissione inaspettata: “Mamma piango solo perché… mi vergogno di me stesso, vorrei averti anche io e non si può”.

“Chi lo dice che non si può?”, ruppi un silenzio lunghissimo di carezze e baci ai seni. Mio figlio sollevò il capo attonito, io allungai le mani a tirargli fuori il cazzo. “Sei l’unico con cui lo farei per amore… e poi… poi sono sicura che papà non si arrabbierebbe affatto”, parlai licenziosa impugnando una sorprendente costruzione.

Levai in alto la coscia sinistra tirando su il gonnellone, Petar fece un passo, me la prese; fece un altro passo ed io urtai la cucina. Sgranò gli occhi e la sua cappella fu nella mia figa. Un brivido mi assalì, espirai. La sentii larga e compatta conquistarmi, la presi tutta. “Oh si…”, gli dissi più lasciva che mai e lui spingendo mi imbottì. Prese a fottermi a mitragliate violente, quanta bramosia aveva represso! Mi abbandonai subito a folli effusioni, con gli occhi strabuzzati e la lingua che mi si riempiva di saliva nell'eccesso di quel dolce ed inatteso piacere. Urlai, lo feci con gusto, senza pensare che lì fuori gli altri ci avrebbero sentito. Lo guardavo, era impetuoso, bello duro e mi stava donando un piacere folle con una audacia che mi lasciò sorpresa. Il primo orgasmo non tardò, anzi, si fece accompagnare subito da un secondo. Petar era spasmodico, frenetico, convulso, stringeva i denti e fotteva deciso, lo sentivo dentro di me come uno spuntone roccioso e conobbi ancora un altro orgasmo, la mia figa grondò di piacere, subito dopo fu lui a riversare il suo piacere nel mio corpo. Lo fece straripando e troncandosi tra le labbra una specie di muggito. Io ansimai entusiasta stringendomelo a me ed in quel piacere folle, vidi il volto di mio marito alla finestra.

Lo tranquillizzai con voce alta: “Torniamo subito a lavoro caro!”. Lui voltò le spalle, l’azienda era ancora una volta salva grazie alla mia gentilezza.