i racconti di Milu
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Mi svegliai, l’orologio segnava l’una e quarantacinque. Ernst non era ancora venuto a letto. Mi alzai, raccolsi la vestaglia e guardai alla finestra. Lipsia era ricoperta di neve, l’intera Tomasgasse sembrava un soffice manto d’ermellino. Le mani si serrarono sulla seta e, a piedi nudi, seguii la luce soffusa che illuminava il corridoio.

Mio marito era lì, seduto al tavolo con le mani nei capelli. Davanti a lui un bicchiere di alcol, la bottiglia scura ed il Völkischer Beobachter spalancato nelle pagine centrali. “Amore… non hai sonno?”, gli dissi alle spalle adagiandogli la mano destra sul petto. Lui brusco mi respinse. “Tutto bene?”, ripresi la parola stranita dal suo atteggiamento stucchevole. Titubò ed infine rispose: “Hanno arrestato un collettivo di giovani, alcuni universitari, altri degli scansafatiche”. Buttò giù il bicchierino d’alcol mentre io gli rimproverai troppa attenzione per la politica. “Non capisci!”, mi zittì urlando. Io raggelai. “Complotto… complotto!”, si drizzò di scatto strepitando contro di me. “Ma che dici? Perché reagisci così?”, mi mostrai affranta ed impaurita. “Non capisci proprio?!”, si risedette versandosi altro alcol. “Sono… solo… una banda di scapestrati… e sono stati sbattuti dentro no?”, dischiusi le braccia con la vestaglietta che mi si aprì palesandomi completamente nuda. Lui, inerte, svuotò il bicchierino e seccato mi chiarì le sue preoccupazioni: “Dannazione piantala Margarete! Lo sai che Wilhelm conosceva uno di questi idioti arrestati?”. Tacqui sprofondando nello scoramento e mi richiusi la vestaglia. Sentii il mondo crollarmi sotto i piedi mentre Ernst colpì ripetutamente il tavolo col palmo della mano aperto: “Tutta colpa di quel rimbambito professore dell'Università… Arschloch! Sarà comunista! Ti giuro che non gliela faccio passare liscia!”. Mi ritrovai senza forze. Wilhelm, il mio amore, la mia vita con un gruppo di sediziosi, insofferenti alla legge e perdigiorno: che incubo! Il punto era che frequentando quel gruppo di dissidenti non solo metteva in pericolo la sua vita, ma rischiava di distruggere completamente la nostra famiglia. Io casalinga avevo tutto ciò che una donna potesse desiderare grazie a mio marito, Ernst, membro del Großdeutscher Reichstag, politico in ascesa, imprenditore tessile, uomo ricco e di fama, tra i principali finanziatori della Gewandhaus Orchestra. Quelle sconvenienti frequentazioni di nostro figlio potevano seriamente compromettere la nostra felicità, il nostro tenore di vita, la carriera stessa di Ernst. Scheisse!

E mentre il mio animo si sgretolava nella disperazione, mio marito passeggiava nervoso e tornava a bere costernato. Provai a tranquillizzarlo. Avrei parlato con Wilhelm, mi sarei fatta sentire, e l’avrei fatto subito, non potevamo rischiare che qualche avversario di mio marito usasse la notizia di quell’arresto contro di lui! “Tu ora, va a letto, parlerò io con nostro figlio. Adesso”, proferii inquieta ma determinata. “Tu?”, fece lui deridendomi. Lo freddai con occhi incolleriti: “Sì io, è la gleichstellung no? C’hai fatto un’adunanza proprio la settimana scorsa!”. Ernest indugiò, poi abbandonò la stanza.

Sbuffai seccata poi scalza raggiunsi la camera di Wilhelm. Accesi la lampada sul suo comodino. Lui aprì gli occhi piano, sbadigliando: “Mamma che succede?”. Avrei voluto fargli subito un bel discorsetto ma sulla coperta c’era un volantino che titolava: “Nieder mit der Diktatur!". Mi innervosii, con un movimento istintivo, serrai i pugni e mi misi le mani sui fianchi. La vestaglia tornò a mostrare le forme dei miei seni, il rossore vermiglio dei capezzoli, il tiepido alabastro della mia pelle e quello spicchio di pelliccia folta e bionda, stavolta però non a mio marito… “E quello cosa è?!”, urlai contro Wilhelm senza accorgermi della mia nudità. Lui tacque, lo guardai imbufalita. Improvvisamente destato dal sonno, teneva gli occhi spalancati sul mio corpo. Solo allora mi accorsi che la vestaglia mi si era aperta e corsi ai ripari in modo impacciato per poi riprendere diretta: “Allora cosa è quella schifezza?”. Lui di scatto afferrò il volantino portandoselo sotto le coperte. “Niente mamma!”. “Wilhelm… dimmi che non hai rapporti con questa feccia”. Lui tacque. “Conoscevi quelli che hanno arrestato?”. Tacque ancora, poi voltò lo sguardo lontano da me. “Guardami!!”. Tornò a fissarmi in volto. “Sincero, li conoscevi? Hai a che fare con loro? Non osare dirmi bugie!”, ero su di giri, tesa, affranta, avvilita. Wilhelm tartagliò mesto: “Mamma sono bravi ragazzi! È una cosa indecorosa che li abbiano messi dentro!”. Non potevo credere alle mie orecchie ed inavvertitamente tornai a liberare le braccia levandole verso l’alto e sbattendogli in faccia tette e figa. “Indecorosa?! Indecorosa dici? Sono contro lo Germania!”, ero scossa ed elettrizzata ma chiaramente Wilhelm aveva altro su cui concentrarsi. Mi colpirono i suoi occhi colmi di desiderio, le pupille dilatate e scintillanti, il collo proteso verso di me. Imbarazzatissima richiusi tutto. Lui allora continuò: “Eeee quindi? Fanno bene lo sai!”. Sbigottii ancora: “Ma… con il lavoro che fa papà e… e la nostra casa, la nostra auto, la servitù, la nostra posizione… tu dici questo?”. Wilhelm ammutolì. “Interromperai con loro ogni contatto”, sentenziai decisa, lui invece controbatté, non l’aveva mai fatto prima d’allora: “Scordatelo. Non esiste! Non fermerete la libertà!”. Wilhelm, il mio amore, ohh Wilhelm! Era diventato un indisciplinato frequentando quella marmaglia. Cosa era un ribelle? Un bolscevico? Sembrava un’altra persona. Voltò le spalle e spense la lampada tornandosene a dormire.

Impietrita mi vidi precipitare il buio addosso. Cosa dovevo fare? In quegli attimi me lo chiesi mille volte. Non potevo lasciar perdere. Mi vedevo già sull’orlo del precipizio. Le mani cascarono senza forza e la vestaglietta mi si aprì. Pochi attimi e mi guizzò l’iperbolica idea di dare a mio figlio l’unica cosa che mi era chiaro gli interessasse di me. Sì, lo feci davvero. Lasciai cascare sul pavimento la mia vestaglia e con lei cadde ogni freno inibitorio: mi introdussi nel suo letto.

“Mamma che…”, non gli lasciai finire la frase e gli strinsi il pene sotto le coperte. “Lo sai che la mamma tiene alla famiglia”, dissi con voce improvvisamente divenuta calda e bassa. Era duro, sì, forse grazie a quanto io inavvertitamente gli avevo mostrato prima, ma ciò che più mi sorprese fu l’iniezione di eccitazione che mi balzò incontrollata lungo il braccio conquistandomi totalmente. Continuai a tastare la sua calda spranga. Massaggiai quella erezione corpulenta, su e giù, su e giù, lentamente, adagio, ancora su, ancora giù e sibilai: “La mamma dorme con te se mi prometti che non frequenterai più quegli individui”. Masturbai ancora mio figlio per qualche istante poi mi frignò esaltato: “Va bene…”.

Quella sera salvai Wilhelm, salvai la nostra famiglia, la carriera di mio marito, tutto ciò che possedevamo. Fu pancia in su ed io mi chinai sotto le coperte. Respirai l’odore di mio figlio, ne fui stordita poi inghiottii il suo cazzo, di colpo, fino in gola quasi asfissiando. Wilhelm doveva essere evidentemente sorpreso, sconvolto ed al contempo straziato dal desiderio. Mi sembrava così potente la sua erezione, la divorai come un mulinello veemente ed ininterrotto fino a quando mi scoprii bagnata tra le cosce. Incredibile. Mi resi conto di quanto fossi troia. Risalii allora lungo il suo corpo e, senza troppi indugi, me lo imbucai indirizzandolo con le mani. Ohhh che sensazione magnifica il suo pingue cazzo, ben saldo nella mia figa. Lo cavalcai con irruenza mentre lui mi teneva le natiche. Ero avida, ingorda, smodata. Mi reggevo sul suo petto e mi scaraventavo sul suo inturgidimento con slancio e passione. Una piccola pulsione vaginale e gli rovinai tutto il mio piacere sul cazzo con un soffice: “Siiiii”. Continuai imperterrita, ero eccitatissima con gli occhi spalancati nel buio della stanza e la mente smarrita in quella intensa e perversa goduria. Non so come ma sotto il piede destro ravvisai della carta: era il volantino dei contestatori. Che sensazione farlo con mio figlio, calpestando quel simbolo del suo traviamento. Mi fu chiaro che ero stata capace di allontanarlo da quegli scalmanati, che l’avevo recuperato alla famiglia ed alla Germania. Wilhelm era rinsavito. Ne gioii, mi fermai, gli presi il viso, lo baciai sulle labbra: “Tesoro liberati pure dentro di me…”. Lui mansueto mi disse di sì. Lo baciai ancora poi ripresi al trotto col bacino, tappandogli bene la bocca con entrambe le mani perché non urlasse il suo piacere. Fu così che mi ritrovai stracolma di sborra spumeggiante. Ne fece tanta e bella grassa.

Ci scambiammo altri baci. Wilhelm fu tenerissimo: “Lo rifaremo?”. Restai un po’ lì in silenzio, coi pensieri ingarbugliati nei nostri liquidi impudici. Lui ripeté la sua richiesta io sospirai: “Se non ci darai più preoccupazioni…”. “Lo farò, so già come…”. Io risi, chissà che stava progettando per riavermi! Respirammo all’unisono fino a quando le campane di ThomasKirche rintoccarono. Diedi a mio figlio il bacio della buona notte, sulla fronte, mi accorsi che dormiva beato. Sgattaiolai allora dal letto, recuperai la vestaglia, quando fui in camera matrimoniale, Ernest russava.

Di nuovo nuda, mi distesi accanto a lui acquietandomi con la mente in trambusto sino a prender sonno all’albeggiare. Sognai, non ricordo più cosa. Quando schiusi gli occhi, l’orologio segnava le otto e cinque minuti, l’ora in cui Ernest iniziava la sua giornata, ed alle orecchie mi arrivava una strana conversazione.

“Hey che ci fai già in piedi?”. “Papà devi sapere che in questi mesi mi sono infiltrato in un circolo di sovversivi…”, era Wilhelm con una voce magra e nervosa. Nel letto io aggrottai le ciglia incuriosita, mio marito prese ad interloquire stranito: “Tu? Infiltrato?”. “Sì, guarda questo volantino! C’è una stamperia segreta in un vicolo di Marktplatz! Ti dò le prove, falli arrestare! Puoi usarli per la tua scalata ai vertici no?”. Ecco il piano di Wilhelm per avermi ancora! Mi scappò un risolino mentre iniziò ad elencare, al padre incredulo, tutti i nomi dei dissidenti di Lipsia.