i racconti di Milu
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La pioggia batte persistente sui vetri e in special modo caparbia sul tetto dell’autovettura dinanzi al lampione, mentre al di là del finestrino l’acqua sembra lasciare e prodigare segni indelebili, che rigano la luce giallastra in quella strada deserta ai bordi di quel grande capannone. La pozzanghera per l’occasione, colpita inevitabilmente in pieno dall’automobile ha bagnato irrimediabilmente qualche aggeggio elettronico collocato in una posizione vulnerabile, per il fatto che la vettura dopo alcuni sussulti sventuratamente si spegne. Il grande senso d’impotenza e d’imponente incapacità avanza, man mano che scivolano via i minuti e le ore, dato che sono pressoché interminabili, perché il telefono lasciato a casa adesso avrebbe potuto risolvere facilmente la situazione, tuttavia non resta che l’attesa. Passa un’auto lentamente, in maniera inflessibile distinguo un volto, mi guarda e procede avanti.

Io avevo desiderato intensamente che arrivasse qualcuno ad aiutarmi, ma pian piano che i fanali s’avvicinano inizio gradualmente ad aver paura, perché può passare chiunque, perfino qualche malintenzionato. Dopo alcuni minuti l’autovettura ripassa nuovamente, è lo stesso volto con il medesimo sguardo, io riprovo a mettere in moto ancora una volta, però niente da fare. La pioggia diminuisce, decido che sarebbe meglio uscire e iniziare a incamminarmi, giacché pochi chilometri prima avevo intravisto una casa dove qualcuno forse avrebbe potuto aiutarmi. Con l’impermeabile addosso m’avvio dopo aver chiuso l’auto agguantando i miei oggetti personali, i lampioni si susseguono ogni cinquanta metri all’incirca e attualmente mi sento maggiormente fiduciosa, sicura e tranquilla.

Di nuovo capto il rumore di un’autovettura che s’affianca, tenuto conto la luminosità dei fanali irraggia la corsia contrapposta della strada, giacché scorgo spiccatamente distinguendo che quei fanali sono difformi dal veicolo transitato in precedenza. Non so perché, eppure mi faccio vedere, dato che la corsa dell’automobile termina un po’ più avanti, alla fine ingrana la retromarcia e accosta. Il finestrino s’abbassa alla svelta, io chiedo d’ottenere un passaggio sino a un centro abitato, il signore annuisce e senza parlare fa scattare il comando della portiera, spiegandogli che l’autovettura ha avuto dei seri problemi e che non avendo il telefono non avevo cognizione di come uscirne fuori, frattanto mi giro verso l’autista e il suo sguardo incrocia rapidamente il mio. La sua improvvisa risata risuona nell’abitacolo, io accenno a una smorfia con un debole sorriso, poi mi giro e guardo la strada:

“Non preoccuparti tutto si risolverà, meno che la morte”. Io deglutisco in silenzio a quelle cupe, inaspettate e oscure parole pronunciate in quel frangente.

“A quest’ora dovresti essere a casa per cucinare, non in giro”.

Io vorrei rispondergli malamente e sgarbatamente, però rimango garbatamente silenziosa, tenuto conto che per la circostanza mi conviene. L’autovettura svolta in una stradina sterrata, non faccio in tempo a dire nulla che lui m’anticipa proferendo:

“Non preoccuparti, andiamo a casa mia e da lì telefoniamo per il carro attrezzi”.

Dopo qualche interminabile minuto i fari illuminano una casa colonica, due grossi cani ci vengono incontro, ci fermiamo e i fari si spengono. Lui scende, però io attendo siccome i due cani sono davanti al mio sportello:

“Non preoccuparti, sono un po’ burberi, però abbastanza affettuosi”.

Io scendo, una delle due belve m’annusa ininterrottamente, infila il naso umido sin sotto la gonna, alla fine dopo un cenno del padrone s’allontana. Al buio m’incammino lentamente verso la casa, sull’uscio prima d’entrare guardo dentro prima destra e poi a sinistra, l’arredamento è spartano, l’uomo accende lo stereo, alza la cornetta del telefono e m’invita a sedere. Parla con un suo amico meccanico e usa il segnale di “viva voce”, in modo tale che io possa udire, dal momento che purtroppo non potrà venire prima di domattina:

“Lui è l’unico che possiamo contattare in questa zona. In alternativa t’accompagno io a casa, altrimenti rimani a dormire da me, poi domani risolviamo tutto”.

“La mia casa è a duecentocinquanta chilometri di distanza” - ribatto, ma penso che seppur non m’aspetti nessuno, dormire lì non è una brillante idea.

Io non faccio in tempo a esprimermi che lui m’invita a vedere una camera vuota, con solamente una rete e un materasso con alcune macchie d’umidità alle pareti:

“Questa per stanotte sarà la tua stanza, adesso ti porterò le coperte”.

Mentre mi guardo attorno confusa, pensierosa e spaesata lui entra, appoggia le lenzuola e la coperta sul letto, poi senza dire una parola esce dalla stanza richiudendosi dietro la porta. Io mi metto seduta sul letto, sono indecisa se rimanere o scappare, m’alzo, vado verso la porta per chiuderla, però non c’è la chiave nella serratura. Nel frattempo m’appoggio alla porta, visto che un sommesso singhiozzare mi esce dalle labbra, infine mi spoglio e m’infilo tra le lenzuola cercando un rifugio per la mia angoscia cercando di placare l’inquietudine, perché medito che questa notte non dormirò. Un rumore alla porta mi desta, una mano mi tocca la spalla e mi scuote, io vorrei gridare, però m’accorgo in tempo che fuori c’è la luce, visto che il sole è sorto, dal momento che ho dormito profondamente per svariate ore senz’accorgermene:

“Sveglia bellezza, è ora che t’alzi, se vuoi la colazione è già pronta” - detto questo esce dalla stanza. Io rimango incredula che nulla mi è accaduto, m’alzo e vado in bagno con gli occhi ancora chiusi, dato che non m’accorgo che sono in mutande:

“Il meccanico ha già ritirato la tua automobile, ci farà sapere al più presto che tipo di problema ha riscontrato”.

In fondo non ho nessun impegno imminente e annuisco alla notizia silenziosamente, il caffè bollente che ha preparato fuma sopra una tavola riccamente rifinita con le tazze e con quella tovaglia lavorata a mano, mentre sono seduta lui arriva con un dolce appena sfornato, un pan di Spagna profumatissimo con due sottili strisce di crema. Mi guarda, io lo squadro e gli offro un grande sorriso per ringraziarlo, vorrei forse chiedergli scusa, però lui non si è accorto per nulla del mio disagio. Io sorseggio il caffè, davanti a me intravedo un uomo all’apparenza arcigno e severo nei suoi riti, eppure in fondo cordiale, gentile e per di più magnanimo. Probabilmente è affamato, poiché non perde l’occasione d’infilare il suo sguardo sotto le gambe del tavolo dove sono seduta, malgrado ciò le mie paure si siano completamente eclissate. Mentre consumiamo la colazione, con uno slancio d’audacia mi chiede se voglio passare il resto della settimana da lui pescando nel lago. Io rimango stupita, resto in silenzio per alcuni secondi, non rispondo, perché non so che cosa mi prende: quell’individuo sconosciuto fino a poche ore fa mi trasmetteva angoscia e inquietudine, al contrario attualmente m’attrae, m’incuriosisce e mi stimola oltremisura:

“Non lo so. Onestamente non saprei, dovrei vedere se ho degl’impegni, adesso non ricordo” - affermo io, non riuscendo però a nascondere l’imbarazzo.

La sua casa immersa nel verde, è adiacente a un grande lago, ha un piccolo molo e un paio di barche, il silenzio e la tranquillità sono dominanti, visto che un paio di giorni qui potrebbero anche essere una buona variante per rinvigorirmi lasciando lontano il caos e il pandemonio quotidiano della mia città. Nel frattempo arriva il meccanico che mi riporta l’autovettura, infatti come pensavo, una pozzanghera aveva bagnato ogni pertugio del motore e adesso è ritornata come nuova, in tal modo frattanto che sistemo la camera messa a mia disposizione lui entra, mi dice di chiamarsi Daniele domandandomi il nome, in fondo non ci siamo ancora presentati:

“Io sono Amalia”.

Si vede nettamente che lui sta ancora aspettando con apprensione la mia risposta, io annuisco semplicemente e sul suo viso un sorriso s’espande, si gira ed esce dalla stanza. E’ novembre, il bosco attualmente regala i suoi colori autunnali, l’aria umida e la luce del tramonto sull’acqua ne fanno un bel ritratto. Io resto al freddo sul molo bevendo una tazza di tè, in quanto non ho mai visto un’abitazione in un luogo più meraviglioso. La figura alta e possente di Daniele arriva dietro di me, lui mi chiede se sento freddo, io annuisco, allora il suo braccio m’avvolge e sento già un inconsueto e sorprendente calore occupare il posto dei brividi. Io alzo lo sguardo verso il suo viso, le nostre bocche sono vicine, chiudo gli occhi, un primo lieve tocco delle sue labbra, poi il secondo e poi mentre svuoto la mente, lui mi stringe a sé e mi bacia in modo appassionato, la sua lingua entra riempiendomi la bocca, io mi lascio andare in balia della sua lingua, delle sue braccia che mi stringono, delle sue mani che scivolano sempre più audaci e temerarie.

Daniele mi prende in braccio, s’avvia verso la casa, io aggrappata al suo collo mi lascio trasportare nella sua tana, nella sua camera nuziale. Nella sua stanza un paio di lampade a olio emanano una calda luce di colore giallo, Daniele mi cala direttamente nel letto e inizia a spogliarmi togliendomi le calzature e la giacca, poi mi sbottona i pantaloni e delicatamente li tira facendoli scivolare lungo le gambe, mi sfila anche la maglia di lana, poi mi viene sopra mentre io inizio a sbottonare la sua camicia, infilo le mani sulle sue spalle nude, sode e pelose. Scivolo lungo la schiena e infilo le mani nei pantaloni, i suoi glutei duri già spingono lievemente il suo cazzo ancora intrappolato verso il mio. Daniele si solleva e si spoglia completamente, il suo fisico non è atletico, però è massiccio, da boscaiolo, cosicché mentre sta lì in piedi in fondo al letto io m’alzo e termino di spogliarmi lentamente.

Il suo cazzo sta esplodendo dalla voglia, prorompe dalla bramosia di saggiarmi, io m’avvicino con i seni all’altezza della sua bocca, lui m’agguanta i capezzoli, li mordicchia sino a farmi scappare dei lamenti di dolore e di piacere messi insieme. Decido in quell’istante di prendere in mano le regole del gioco, lo faccio sdraiare sul letto e inizio a baciarlo e a leccarlo dappertutto. Adesso è lui che geme, dal momento che far gemere un uomo così grande e forte mi fa sentire potente e sicura e quando infine decido di farmi prendere, è come se fossi io a possederlo e non lui.

Quella notte abbiamo fatto l’amore per lungo tempo, con foga, con passione e con sentimento, perché ci siamo lasciati andare completamente ai nostri desideri più libidinosi e ai nostri istinti più intrinsechi e smodati.

In quella settimana è nato il nostro amore e insieme a esso nel mio grembo nostro figlio Gabriele; lui è per magia il figlio di quei colori d’un tramonto d’autunno, diffusi, riflessi e sparsi sopra uno specchio d’acqua.

{Idraulico anno 1999}