i racconti di Milu
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Era il vero capo dei ribelli, indiscusso, amato e temuto. Zio Ioannis era l’elemento più carismatico della resistenza greca nella nostra zona. Aveva lui l’ultima parola su tutto, coordinava le brigate dell’ELAS ed organizzava e gestiva ogni aspetto della vita pubblica nei quartieri sottratti agli italiani. Autorevole ed arguto, esercitava la sua influenza anche in famiglia dove mio padre, suo fratello maggiore, non poteva far altro che accodarsi, fiducioso, alle decisioni che lui assumeva. Sempre armato, spavaldo ed aitante, era il leader della nostra gente ed il sogno perverso di tutte le donne. C’era poco da fare, era così, le donne più aperte gli concedevano moine in pubblico e chissà cosa in privato, quelle più pudiche gli sorridevano imbarazzate ed io, nipotina diciannovenne, ero tra queste.

Le cose poi cambiarono di botto.

Irruppe in casa, armi in pugno, poco prima di mezzogiorno d'un sabato appena ventilato. Urlai terrorizzata, lui mi fece cenno col dito di starmene zitta e corse al balcone. Era a petto nudo, indossava solo dei pantaloni di raso ed impugnava un fucile. Me ne stetti immobile, completamente in balia della paura, ferma in un angolo della casa contro il muro mentre all’esterno si levarono degli spari così forti da far vibrare i vetri delle finestre. Mi accasciai frignando con la testa nelle mani tremanti. “Dove è tuo padre?”, chiese sprezzante. “Alla fila del pane”, piagnucolai. Non ero mai stata così vicina ad un uomo che sparava. Udii ancora colpi fragorosi conficcarsi nei muri della nostra casa, tenni serrati con forza gli occhi poi sentii la voce di zio sghignazzare: “Colpito!”. Mi sporsi col collo. Era disteso fuori il balcone sulla schiena solcata da una muscolatura soda. Dopo poco si voltò verso di me, mi guardò dal basso e rassicurante disse: “Hey che paura c'è?!”. Mi sorrise, io ero troppo impaurita per assecondarlo. Mi resi conto di tremare. Atterrita mendicai sicurezza: “E’ finita? Dimmi di sì!”. “Sì, tutto risolto”, rispose e si sistemò il fucile in spalla con la tracolla che si strinse attorno al petto robusto e compatto. Fu in quel momento che, nel rimettersi in piedi, scorse la mia nudità sotto il vestitino rosa miniato di fiorellini. Stupì sbiancando, io mi coprii immediatamente. Si sollevò impacciato ostentando normalità e notando le mutande stese ad asciugarsi al balcone, le uniche che avevo.

Entrò in casa, io non mi mossi, provai a sorridergli ma non vi riuscii, mi riconobbi nervosa, sconvolta, tesissima. Si avvicinò a me e mi allungò le mani. Gli diedi le mie e mi spinsi in piedi. Fissai lui, il suo petto, la tracolla nera, il fucile che spuntava alla spalla sinistra e le mutande stese proprio dove s’era fiondato a sparare. Vissi un capogiro, fui travolta dal panico e l’impaccio col respiro incrinato ed il cuore che mi pulsava nelle vene l’imbarazzo e lo sgomento. Piombai tra le sue braccia stringendolo forte per non cadere. Fu tenero, mi accarezzò sussurrando parole dolci a me che ero preda di singhiozzi incontrollati in quel puro terrore venato d’erotismo.

Mi accarezzò la testa mentre io piagnucolavo. Restammo abbracciati, per lunghi attimi. Non smisi di serrare le braccia al suo corpo neanche quando riconobbi una folle erezione tra le sue gambe.

Il suo cazzo si stagliava duro contro di me come un bel fucile da guerra pronto a sparare. Non lo mollai, non riuscivo a farlo, era una situazione contorta, lo so, ma mi fu impossibile lasciarlo andare. Lo tenni stretto a me e mi ritrovai la figa grondante. Mi guardai nell’animo, precipitai in una irrequietudine smisurata e licenziosa che sbaragliava ogni pensiero, riemersi con le sue mani che procedevano decise a cingermi le cosce sotto il vestitino e risalivano sino ai fianchi per sollevarmi da terra.

Eccolo lì mio zio, fiero, maschio, mai insicuro di sé. Lo guardai, so che ero viola dalla vergona, so che ero in balia di un desiderio animalesco, e non seppi trovar freni. Mi baciò, con le mani callose che mi strapazzavano le natiche e le mie che, davanti, corsero a sbottonargli il pantalone.

Sì, fui io a prendermelo, lo sentii caldo e rabbioso inoltrarsi in me, lo accolsi tutto dentro di botto con un dolore lancinante seguito subito da una vampa di assordante piacere. Negli occhi non aveva alcun barlume di razionalità mentre iniziava a sbrecciarmi con batoste rozze. Facevo l’altalena tra le sue braccia con la schiena inarcata per sentire meglio la sua veemenza. Mi morsi un labbro per non urlare il mio primo orgasmo, col secondo non fui altrettanto brava: “Ohhhhhhh siiiii siiiiiii“.

Ero tenuta per i fianchi coi seni che danzavano nel vestitino con un movimento sconcio ed i capelli che si liberavano scomposti. Presi ad accogliere ogni botta con soffici gemiti fino ad esplodere nello strazio di un nuovo amplesso. Colpì furente, più volte, pieno di passione, carico di voglia ed io colai a picco l’ennesima volta. Non ne approfittò però. Non rischiò di ingravidare sua nipote, la figlia di suo fratello. Come un vero capo sapeva bene fino dove poteva spingersi e mostrò quanto l’autocontrollo fosse una sua virtù. Mi lasciò scivolare giù: finii sulle ginocchia a succhiargli il cazzo.

Glielo tirai a lucido. Succhiai le palle, saggiai poi la cappella e mi detti da fare con ciucciate profonde. Volli mostrargli la mia bravura e la mia gratitudine. Feci tutto con gusto, vorace e senza ritegno. E sì, lui venne, venne grugnendo e rilasciandomi in gola fiotti di sperma bollente che mi deturparono il viso.

Mi guardò affannato mentre inghiottivo la sua ambrosia calda e consistente. Appena potè, voltò le spalle rimettendosi tutto nei pantaloni ed uscì sbattendo la porta.

Restai inginocchiata, stordita e lasciva poi mi alzai precipitandomi al balcone. Lo vidi uscire dal palazzo. Incrociò mio padre che andava rincasando col pane tra le braccia. Si salutarono, parlottarono, infine zio proseguì scomparendo alla mia vista. Quando mio padre fu in casa seppi che era stato messo al corrente dello scambio di fucilate cui avevo assistito. Mi abbracciò pensando fossi sconvolta ma notò presto che ero totalmente serena. Non immaginò che addirittura stavo tenendo a bada una felicità straripante: zio Ioannis era stato mio, mi aveva fottuta ed io gli avevo dato piacere con la bocca. Non avevo altre immagini nella mente che quelle del sesso e fu così fino a sera, come onde che s’agitavano, allontanandosi e tornando fragorose a sbattermi negli occhi, nell'animo.

Quei flutti dentro di me si quietarono solo al tramonto, quando mi ritrovai zio alla porta, assolutamente inatteso.

Ammutolii al suo sguardo. Papà era lì e lo invitò ad entrare. Sul tavolo imbandito appariva del gyros pita ben guarnito di tzatziki. Lui rifiutò senza compromessi e nel mentre mi mise nella mano qualcosa. Tenni alti gli occhi nei suoi, seri, fermi, inespressivi e tastai una stoffa leggera e morbida tra le dita. “Spero avrai superato lo spavento di oggi”, proferii risoluto. “Oh sì, è forte Zoe!”, intervenne mio padre, io me ne stetti in silenzio. Zio tornò a guardarmi, gli sorrisi lasciando che il viso mi brillasse di gioia. Lui ricambiò invece frugale poi voltò le spalle.

Restai sola con gli occhi che spaziavano nell’androne vuoto. Chinai il capo e mi guardai nella mano. Erano delle nuove mutandine.