i racconti di Milu
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In questo momento siamo in marcia verso la vetta, visto che dopo tanti tentativi e varie difficoltà eravamo infine riusciti a programmare una giornata in montagna insieme. Era la fine del mese di luglio, la giornata era soleggiata, l’aria fresca e frizzante della montagna scelta era risultata ammirevole ed esemplare: si trattava d’un monte nelle Alpi della provincia di Torino, una bella cima di circa duemila metri con un’ampia splendida vista sull’intero arco alpino. Appena giunti sul luogo ci avviammo preparandoci per affrontare l’arrampicata, io indossavo la classica maglietta grigia con i pantaloni corti, i calzettoni e gli scarponi, molto più interessante era invece il tuo abbigliamento composto da una canottiera molto larga sotto la quale avevo notato subito che portavi un leggerissimo reggiseno fatto con delle trasparenze. Tu indossavi un paio di pantaloncini corti molto attillati e sgambati, attraverso i quali s’intravedeva la sagoma d’un minuscolo tanga, sennonché dopo qualche minuto di smarrimento, durante il quale avevo pensato seriamente di lasciar perdere la scalata portandoti nell’hotel più vicino, si partiva in conclusione per iniziare l’escursione.

In quella circostanza si parlava, si rideva e si scherzava tenendosi per mano, mentre il tempo passava veloce, dove il sentiero era più stretto io coglievo l’occasione per farti passare davanti per aver così l’opportunità d’ammirare i tuoi glutei sodi che si muovevano davanti ai miei occhi. Ogni tanto facevamo una sosta, ci scambiavamo effusioni amorose, baci pieni di slancio, carezze e palpatine, dato che incurante della possibile presenza di altre persone stringevo forte il tuo seno e le tue cosce provando fremiti di piacere. A un certo punto, dopo una curva sul sentiero, il primo incontro della giornata: si trattava d’un giovane pastore, tenuto conto che avrà avuto suppergiù vent’anni d’età con il quale scambiammo quattro pettegolezzi. Il giovane pareva però più interessato dalle tue forme che ai discorsi che trattavamo: lui non perdeva in realtà l’occasione di guardare di traverso i tuoi capezzoli vistosamente induriti sotto la canottiera a causa del sudore e del lieve vento fresco, così di tanto in tanto con la scusa di mostrarci questa o quella cima, passava dietro di te e ti consumava visibilmente le natiche con lo sguardo.

Io, viceversa, se da un punto di vista ero un po’ infastidito e scocciato dal suo innato comportamento, dall’altra apparenza ero orgoglioso ed eccitato al pensiero che eri solamente mia e che lui avrebbe potuto accarezzarti unicamente con lo sguardo, tu nondimeno naturalmente ti eri già avvedutamente resa conto dell’insistenza dello sguardo del ragazzo ed eri al tempo stesso spazientita, ma apertamente e insolitamente lusingata. In tal modo, salutato il ragazzo e ripreso il cammino, ci avvicinavamo sempre di più alla vetta, visto che il sentiero era diventato più stretto e ripido con alcuni tratti esposti con delle pendenze e con dei pericolosi strapiombi. Noi proseguivamo lentamente tenendoci a tratti a una catena in ferro infissa nella parete di roccia, mentre io t’aspettavo e ti stringevo forte la mano nei passaggi più duri. Passato il tratto più difficile il sentiero ritornava a farsi più ampio e s’apriva in una ampia conca erbosa dove nella sommità s’innalzava austera e imponente la cima.

Percorsa la valle ci attendeva un ultimo tratto roccioso, dove occorreva tenersi alle rocce anche con le mani e finalmente la vetta: lì davanti, infatti, un panorama straordinario s’apriva davanti ai nostri occhi, grazie in special modo anche alla bella giornata si potevano ammirare tutte le meravigliose cime: dal Monte Bianco al Cervino, dal Monviso al Monte Rosa. Che vista magnifica, sennonché anche parecchia stanchezza e tanta fame ci attanagliava, cosicché dopo alcuni lunghi minuti contemplando il panorama sceglievamo un posticino riparato un po’ sotto la vetta, dove poter consumare il pasto prima di mangiare però ci sedemmo vicini. In quell’occasione il sole era alto, il clima caldo, ma con un’aria fresca e frizzante, mentre io mi sfilavo la maglietta stendendola al sole per asciugarsi, pure tu desideravi toglierti la canottiera bagnata, eppure avevi qualche dubbio e un’inequivocabile perplessità sul fatto che potesse arrivare qualcuno, anche perché il reggiseno che indossavi era totalmente trasparente, così dopo una rapida esplorazione con lo sguardo verso il basso ti tranquillizzavi: non c’era nessuno nel raggio di chilometri e perciò potevi metterti in totale libertà. Ti toglievi la canottiera e subito dopo ti sfilavi anche il reggiseno, lo posavi su d’una roccia ad asciugare e ti sdraiavi morbidamente sull’erba, io rimanevo per un po’ rincretinito ad ammirare le forme perfette del tuo seno e i capezzoli gonfi dall’aria fresca. Poco dopo, ripresomi dalla sorta di sbalordimento in cui ero affondato, ti facevo notare che l’abbronzatura non sarebbe stata perfetta con quei pantaloncini indosso.

Dopo qualche incertezza, ti sfilavi anche i pantaloncini rimanendo solamente con il ristretto tanga azzurro, in quanto il tanga che indossavi era molto semplice e delicato: con una leggera bordatura di pizzo, la parte che copriva il tuo sesso era trasparente e lasciava abbondantemente intravedere tutto. Io sostavo ancora per lunghi istanti a fissarti, adesso praticamente nuda mentre ti riscaldavi ai tiepidi raggi del sole, intanto t’accarezzavo con gli occhi immaginando il percorso che la mia lingua avrebbe desiderato fare sul tuo corpo partendo dall’orecchio destro, scendendo sul collo, andando al capezzolo sinistro, per poi digradare agevolmente sul ventre e andare a finire nel profondo solco tra le tue cosce. Mi sembrava persino di sentire cogliendo in ultimo in bocca il sapore asprigno però dolce della tua pelle salata e infine il gusto succoso dei tuoi liquidi interni. Chiaramente ti eri resa conto dei miei pensieri, giacché delineavi un sorriso con gli occhi socchiusi, per il fatto che per provocarmi maggiormente ti lasciavi andare a una risatina, dato che ti giravi su d’un fianco mettendo in mostra le tue natiche sode e modellate separate unicamente dal sottile filo azzurro del tanga.

A questo punto la mia eccitazione era schizzata al massimo, perché senz’aspettare oltre io mi sfilavo d’impeto i calzoncini e le mutande rimanendo completamente nudo appoggiandomi con il petto alla tua schiena infilando il cazzo nell’incavo tra le tue cosce. Le mie mani si dirigevano verso i tuoi capezzoli fermandosi però alla base del seno e cominciando a massaggiarlo dolcemente, ma energicamente. A questo punto tu ti giravi di scatto agguantando il mio cazzo tra le dita e cominciando a massaggiarlo con le mani, infine leccandolo con dovizia, poco dopo però la passione prendeva la supremazia in maniera totale, perché io ti rovesciavo sulla schiena, ti toglievo il tanga e spalancandoti le gambe t’infilavo il cazzo per tutta la sua lunghezza quasi con violenza, all’interno della tua fica pelosissima e peraltro bagnatissima. La passione era all’apice: mentre ti penetravo in profondità la mia lingua passava continuamente dalla tua bocca al collo e ai capezzoli, la tua viceversa passava sul mio petto, mentre le mani mi stringevano con forza la schiena lasciandomi quasi senza fiato, poiché entrambi non riuscivamo a evitare d’urlare tutto il nostro sommo piacere sentendo lontano l’eco delle nostre grida. Al piacere del sesso s’aggiungeva nondimeno la sensazione deliziosa dell’aria fresca sui nostri corpi nudi, insieme al sottile piacere del senso di libertà che ci veniva dal potere di compiere indisturbati un atto così bello in quel paradiso.

A un certo punto, dopo una serie di picchi di piacere lo sfogo: un lungo, bellissimo orgasmo per di più inatteso e simultaneo: il mio sperma ti riempiva le viscere prolungando il tuo piacere per parecchi minuti e dopo il piacere lunghi attimi d’abbandono in cui stavamo abbracciati e stretti l’uno all’altra, accarezzandoci reciprocamente con i corpi stremati dalla fatica e dal sesso. In quell’attimo si dimenticava e si trascurava ogni cosa, compresa la fame e infine il sonno prendeva la supremazia e ci si addormentava abbracciati. All’improvviso però un brivido: dopo un lasso di tempo non determinabile ci svegliava una spessa coltre di nubi che aveva ricoperto i raggi del sole togliendo calore ai nostri corpi nudi. La situazione atmosferica era cambiata tantissimo in modo repentino, in quel lungo lasso di tempo trascorso da addormentati: preoccupanti nuvole si delineavano all’orizzonte, mentre la leggera brezza si trasformava poco a poco in un vento sempre più violento, sennonché ci rivestivamo in fretta non dopo un ultimo bacio ai tuoi seni duri, giacché ci rendevamo conto d’avere un buco incredibile nello stomaco a causa della fame.

La prudenza sconsigliava però di mettersi a pranzare, in quanto il tempo peggiorava rapidamente e un temporale in alta quota, soprattutto nei pressi d’una vetta è quanto di più azzardato e pericoloso si possa immaginare. Mentre scendevamo sul sentiero con l’aria gelida cominciavano a piovere i primi goccioloni, mentre i tuoni rimbombavano nella vallata alpina, le pietre sul sentiero cominciavano a diventare scivolose e la pioggia diventava via via più insistente e intensa. Il sentiero prima facile e invitante, diventava adesso assai pericoloso soprattutto nei passaggi più esposti verso lo strapiombo, dal momento che camminare diventava alquanto avventato e rischioso: occorreva trovare un riparo al più presto e fermarsi in attesa che il cielo e la montagna avessero scaricato le loro forze devastanti. All’istante mi ricordai d’una piccola baita che avevo notato durante la salita, quella baita veniva utilizzata dai pastori come riparo nei periodi estivi e se fossimo riusciti a raggiungerla avremmo potuto ragionevolmente ripararci e sfamarci.

L’intensità della pioggia aumentava sempre di più ed eravamo ormai bagnati fino nelle ossa, non erano mancate infatti durante la discesa un paio di scivolate, che per fortuna non avevano portato né conseguenze né effetti. All’improvviso al massimo dell’acquazzone s’intravedeva in lontananza la sagoma della baita: accelerando il passo per quanto possibile ci trovavamo in breve davanti all’uscio, provavamo a bussare però nessuno rispondeva. Soltanto allora ci rendevamo conto che la porta era stata chiusa dall’esterno con un grosso lucchetto, decidevamo così di mettere in atto un’operazione non priva di rischi: avremmo rotto un vetro della piccola finestra e da lì ci saremmo introdotti all’interno della baita. Se fosse arrivato qualcuno ci saremmo scusati, spiegando la situazione e avremmo pagato i danni. Del resto che cosa potevamo fare con quel tempo? Detto e fatto: trovata una pietra per rompere il vetro avevamo agevolmente scavalcato in fretta il davanzale ed eravamo entrati. L’interno era abbastanza accogliente, pur se estremamente sobrio, in quanto c’era l’indispensabile per cucinare oltre a un grande camino con di fronte un ampio giaciglio di paglia, accendemmo in seguito il fuoco e ci togliemmo i vestiti bagnati stendendoli ad asciugare. Per fortuna grazie allo zaino in nylon, la nostra attrezzatura da montagna non era bagnata, perciò ci asciugavamo approssimativamente con un telo preso nello zaino e ci rivestimmo con quanto avevamo. Una volta terminata l’operazione indossavamo entrambi soltanto un maglione di morbida lana e un paio di calzoncini corti di ricambio, mentre la nostra biancheria intima faceva bella mostra di sé, vicino alla fiamma del camino. Che bella mangiata, in realtà erano solamente due panini e un po’ di cioccolata, ma con la fame che avevamo ci pareva un pranzo da re. Il temporale non cessava d’intensità e dopo mangiato ci sdraiavamo sulla paglia di fronte al camino, intanto che il fuoco ardeva e crepitava e i tuoni di fuori risuonavano violenti. Entrambi ci guardavamo spesso negli occhi e ci scambiavamo un lunghissimo bacio tra i bagliori del fuoco nel camino. A un certo punto ti facevi più intraprendente e cominciavi a tirarmi giù la cerniera del maglione, infilandomi una mano sul petto e cominciando ad accarezzarmi. Preso dall’eccitazione cominciavo anch’io ad accarezzarti sfilandoti il maglione e partendo dalla spalla, per scendere sulla schiena e arrivare sulle cosce levigate.

La natura là di fuori sembrava sempre più scatenata che mai, pure noi in mezzo alla paglia cominciavamo a sfogarci sempre più, dato che il mio cazzo diventava sempre più gonfio, mentre la tua fica si bagnava largamente pronta per ricevere la mia asta soda e ben eretta. Il fuoco bruciava vicino e cominciavamo a sudare molto, mentre le luci e le ombre s’allargavano sui nostri corpi così splendidi e nudi, cominciavamo ad avvinghiarci e a rotolarci regalandoci ulteriori sensazioni di piacere. A un certo punto mi sdraiavo completamente sulla paglia e tu ti mettevi sopra di me di schiena. Io avevo così la possibilità di morderti debolmente il collo, mentre le mie mani massaggiavano i tuoi seni e il mio cazzo penetrava in profondità la tua pelosissima fica. Le tue mani insistevano sul ventre e scendevano spesso fino al clitoride, sollecitandolo per regalarti sensazioni ancora più forti, perché quel movimento ritmico assieme al calore del fuoco, alla luce e alle leggere punture della paglia ci regalavano sensazioni fantastiche e indescrivibili. Il primo orgasmo ti faceva letteralmente strepitare dal piacere tanto da coprire il rumore dei tuoni e della pioggia, in seguito io ti rovesciavo facendoti adagiare a quattro zampe, ti davo generosi morsi sulla schiena e contemporaneamente cominciavo a penetrarti da dietro.

Dopo parecchie spinte, durante le quali solleticavo con una mano il clitoride, io provavo a uscire appoggiando il mio cazzo in corrispondenza dell’ano. Dopo qualche esitazione sentivo la tua mano che lo afferrava guidandolo in profondità in quell’antro stretto e proibito: in quel frangente mi sembrava d’impazzire dal piacere, mentre tu sbraitavi interamente la tua focosa passione, io ogni tanto fermavo il mio impeto per prolungare in modo tangibile il mio e il tuo piacere. Successivamente resomi conto che stavi per raggiungere nuovamente l’orgasmo, scioglievo anch’io le briglie e tra le urla provavamo una lunga e intensissima sensazione, successivamente svigoriti ci accasciavamo sulla paglia abbracciati, un solo corpo e un solo cuore stringendoci così forte da farci quasi male. Ci scambiavamo alla fine una fitta serie d’effusioni, di carezze, di piccoli baci, di morsetti e di leccatine, proseguivamo così per un bel po’, mentre il temporale si era calmato e il fuoco s’indeboliva nel camino.

Ambedue iniziavamo nuovamente a eccitarci, tu avevi cominciato a massaggiarmi dolcemente il cazzo che s’ingrossava nuovamente, io ti toccavo il seno e la fica quando all’improvviso percepimmo un rumore alla porta. I legittimi proprietari della baita stavano ritornando e noi eravamo lì nudi davanti al fuoco dopo aver forzato la finestra per entrare. Affannosa diventava la ricerca di qualcosa per coprire le nostre nudità, mentre la porta si spalancava, perché con nostra sorpresa scorgemmo una faccia conosciuta: si trattava del giovane pastore che avevamo incontrato al mattino sul sentiero in compagnia della madre, malgrado ciò la vista di quel volto conosciuto in qualche modo ci rincuorava, però eravamo pur sempre ladri, sorpresi tra l’altro nudi in casa d’altri. Il pastorello rimaneva senza parole, non così la madre, una donna alta quanto me e robusta d’età apparente non superiore ai quarant’anni e dal seno enorme. La madre cominciava ad aggredirci a parole tempestandoci di domande, noi cercavamo di coprirci con i maglioni che avevamo recuperato in mezzo alla paglia e nello stesso momento cercavamo di spiegare il perché di quella deplorevole quanto incresciosa situazione.

Dopo lunghi minuti d’imbarazzanti spiegazioni, dopo che la madre aveva mandato fuori il figlio dalla baita, dopo aver recuperato un aspetto dignitoso le cose erano state finalmente accertate e in ultimo chiarite. Il temporale, la paura, il fuoco, l’eccitazione, alla fine la donna aveva capito tutto, per quanto insistessimo non voleva risarcimenti per il vetro infranto e c’invitava per bere un caffè caldo a tavola con lei e il figlio. Nientemeno ci aveva offerto d’utilizzare il suo povero bagno: una tinozza di legno riempita d’acqua con un secchiello riscaldata dal fuoco. Entrambi avevamo approfittato volentieri della sua offerta, per lavare i nostri corpi sporchi e sudati sia per la polvere sia per i residui dei nostri liquidi organici. Dopo il bagno tonico e il caffè caldo ci sedevamo a tavola e la donna ci raccontava la sua storia, di com’era rimasta prima del tempo vedova a causa della crudeltà della montagna e delle sue difficoltà nel crescere quel figlio, svolgendo da sola l’attività che un tempo era stata del marito. Frattanto il tempo era nuovamente peggiorato, aveva ripreso a piovere e il resto del pomeriggio l’avevamo passato nella baita parlando con i nostri ospiti. Era giunta ormai sera, pioveva ancora leggermente ed eravamo a oltre duemila metri di quota molto distanti dalla macchina. Lina, la madre del pastorello Armando, ci proponeva di fermarci per cena, di dormire presso la baita e di venir giù a valle l’indomani. La proposta era stata inattesa, ci sembrava d’approfittare sin troppo della disponibilità e della gentilezza della donna, ma ragionando a mente fredda sulle condizioni del sentiero dopo quel temporale e sul sopraggiungere imminente della notte, valutavamo che era la cosa più logica e più sensata da compiere.

La cena per quanto fosse semplice era inaspettatamente squisita: Lina era una brava cuoca, il vino era buono e abbondante e pure tu che di solito non bevi alcolici avevi vistosamente alzato il gomito anche a causa dell’allegra compagnia di Lina e del figlio, che sotto una scorza di timidezza iniziale si era dimostrato in definitiva scaltro, simpatico e socievole. Dopo la cena c’era stata la degustazione di liquori a base di radici alle erbe del bosco, che mamma Lina aveva fatto con le sue mani raccogliendo e facendo poi fermentare i vegetali nell’alcool, naturalmente non si poteva rifiutare l’offerta di Lina. Finita la degustazione veramente squisita, eravamo tutti un po’ brilli, in particolare tu e Armando, che non eravate abituati a bere tali quantità di alcolici. Lina ci proponeva allora ad andare a letto, offrendoci il letto nel quale normalmente dormivano lei e il figlio, collocato nella seconda delle due stanze che formavano la baita. Naturalmente dopo tanta gentilezza non potevamo accettare: a noi sarebbe bastato il giaciglio sulla paglia vicino al fuoco. Mai dire mai, eppure Lina fu ferma e risoluta: eravamo graditi ospiti e avremmo dovuto essere trattati come tali. Io le proposi allora una soluzione di compromesso che sembrò non dispiacere a nessuno: tu e Armando avreste dormito nella camera, mentre io e Lina ci saremmo arrangiati tra la paglia e il fieno. Ci sistemammo quindi per la notte, Armando si coricò al tuo fianco in un grande letto, mentre io mi sistemai a debita distanza da Lina.

In realtà avrei desiderato essere ben più vicino a Lina, poiché il pensiero delle sue forme e il ricordo di quanto già successo in giornata, accompagnato dal quel senso bizzarro d’euforia dell’alcool in corpo, mi faceva eccitare pensando a quello che avrebbe potuto essere il termine ideale di quella stupenda giornata. Armando era coricato un po’ distante da te e nella tua mente correvano veloci i ricordi della giornata appena trascorsa, in quanto tu non potevi fare a meno di ripensare alle nuove esperienze che avevi vissuto e facendo ciò ti sentivi eccitata e provavi il forte desiderio di cominciare a passarti una mano delicatamente tra le cosce. Lina senza dire una parola si era avvicinata e la sua mano aveva cominciato ad accarezzare gentilmente il mio cazzo, il quale aveva risposto prontamente alle sollecitazioni, mentre la mia bocca aveva cominciato a giocare con i suoi enormi capezzoli, spudoratamente usciti dalla camicia. Una mano delicata e timida aveva cominciato a percorrere l’interno delle tue cosce, una mano che non avevi saputo ricacciare, perché ti dava piacere appagando il tuo desiderio di godere ancora. Su e giù, prima a toccare e poi a penetrare il tuo sesso bagnato, mentre un’altra mano entrava a toccare il tuo seno sodo, mentre ti sfuggiva un lieve mugolio di piacere.

Lina era su di me, attualmente cavalcava prepotentemente il mio cazzo ben eretto, mentre la mia bocca si nutriva dei suoi seni enormi e le mie mani stringevano forte le sue cosce. Provavamo il desiderio d’urlare tutto il nostro piacere, eppure dovevamo controllarci per non disturbare il vostro sonno e ciò rendeva il tutto ancora più eccitante e proibito. Armando era su di te, giacché il suo piccolo membro aveva cominciato a penetrarti con foga, tu cercasti di calmarlo un po’, ma com’era prevedibile dopo poche spinte tutto era finito. La tua voglia però era ancora grande, per cui dopo alcuni minuti in cui lo stringesti a te, lo facesti sdraiare al tuo fianco prendendo delicatamente in bocca il suo piccolo membro e cominciando a pomparlo delicatamente. Lina era venuta quasi subito, io avevo potuto sentire i movimenti avventati del suo sesso e il mugolio soffocato, eppure non avevo fermato le mie spinte desideroso di farla godere ancora.

Con esperienza e con pazienza tu eri riuscita a recuperare Armando alla sua forma e ti eri fatta nuovamente montare, poi leccare e poi succhiare. Io e Lina avevamo goduto ancora stretti insieme in un abbraccio di membra sconosciute e piene di desiderio. Armando si era addormentato al tuo fianco con la bocca su un tuo seno, mentre gli accarezzavi delicatamente la schiena e dopo un tempo interminabile Lina era crollata al mio fianco. In quel momento, con una mano ancora tra le cosce di Lina io pensai a te, perché mai e poi mai avrei pensato in un’unica giornata d’averti per la prima volta e subito dopo di poterti tradire, sicché mentre tu dormivi tranquillamente con il ragazzino, io me l’ero spassata con la madre, in quanto era stato tutto naturale, perfetto, senza sensi di colpa né di lamentele.

Il sonno confortante e ristoratore scese sulle nostre menti e sulle nostre membra, chiudendo in questo modo una giornata bizzarra, originale e alquanto impareggiabile. Lina e Armando ci accompagnarono alla porta con un grande sorriso stampato sulle labbra, nel salutarli noi li abbracciammo e ci congedammo da loro ringraziandoli di tutto e promettendogli di tornare prima o poi a trovarli.

Nel tempo in cui ci allontanavamo sentimmo da lontano l’eco della montagna che caldamente ci ringraziava.

{Idraulico anno 1999}