i racconti di Milu
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Mi passò il binocolo rubato ad una guardia dell'UCK e potetti dare uno sguardo alla nostra vecchia vita: le poche case, gli ovili, un bar ed un alimentare. C'eravamo rifugiati sulle montagne sopra Neprosteno, abbandonando il nostro villaggio al controllo dei macedoni. Adesso era in corso una specie di tregua e, appena fuori l'abitato, la fortificazione di sacchetti di sabbia, che bloccava la strada, appariva completamente abbandonata. Delle mitragliatrici vi campeggiavano come dimenticate e ciò insospettiva mio fratello che supponeva i macedoni appostati da qualche parte ad impugnare i loro fucili di precisione in attesa della mossa di qualche sprovveduto. Lui era stato abile, era riuscito a sgattaiolare tra le case trafugando tre cipolle e quel binocolo col quale, al riparo, potetti soffermare lo sguardo sul mio amato villaggio.

Venne il tempo di tornare ai nostri baraccamenti e lo affiancai silente nel sentiero sassoso troppo duro per i miei sandali.

Egzon camminava aiutandosi con un bastone tra le mani, tutto pensieroso sotto il suo qeleshe, forse come me immalinconito dai ricordi. Avanzavamo entrambi con fatica quando fummo catturati da un uomo ed una donna che facevano sesso ai piedi d’un olivo.

Ignoravo chi fosse lui, lei invece la conoscevo, era la bella Lirihana, una mia amica, sogno senz’altro di parecchi maschietti per le sue forme ed i modi affettati da oca allegrotta.

Lirihana, presa con cupidigia alle spalle, stringeva tra le mani un tozzo di pane concedendosi dei morsi. La fissai, lo fece pure mio fratello, poi in silenzio passammo oltre. Ormai c’avevamo fatto l’abitudine, era qualcosa di consuetudinario per noi. C’era talmente tanta miseria che con una mezza pagnotta, un brandello di carne o un pezzo di formaggio si poteva avere una donna. Così capitava non di rado di incontrare tizi a copulare all’aperto. Fortunata io che avevo Egzon che provvedeva a me mentre le mie compagne dovevano abbassarsi a tali espedienti! Lo fissai, infransi il suo silenzio: “Piace anche a te Lirihana?”. Sembrò imbarazzarsi poi ammise: “E’ una bella ragazza no?”. Facemmo ancora qualche passo. “E allora perché non vai con lei?”. Mi respinse coprendo di pudicizia il suo evidente disagio: “Piantala Merita!”. Sentirmi parlare di sesso in maniera così sfrontata lo turbò, io ne risi. “Su dalle queste cipolle, vedrai che ci sta”. Egzon arrossì poi intonò inasprito: “Per farti fare la fame?“. Tacqui, in quell’attimo mi sentii la più stupida del mondo. Mio fratello mi donava tutto se stesso e, tanto per cambiare, aveva appena rischiato la vita per me pur di darmi quanto possibile ed io? Io, insensibile ottusa ventenne, mi beffavo stupidamente del suo pudore! Egzon era la mia famiglia da quando mamma e papà erano periti travolti nello scoppio d’una maledetta mina, la stessa che lo costringeva a zoppicare. Egzon non mi aiutava, Egzon per me era tutto, protezione e sostegno, calore e speranza, nonostante i suoi diciotto anni. Pentita, mi chiusi nel silenzio.

Proseguimmo per un po' poi il sentiero si fece scosceso, divenne ripido e difficoltoso per i miei piedi imbavagliati nei sandali. Fu allora che, inaspettatamente, Egzon lasciò cadere bastone e cipolle con la bizzarra scusa di volermi aiutare nella risalita.

Avrei voluto dire: “Chi? Tu? Con quella gamba vuoi aiutarmi a salire?”. Lo rispettai e tacqui, del resto lui con la sua disabilità era sceso dai monti e si era inoltrato sin nel villaggio! Gli sorrisi dunque, poi le sue mani apparvero sul mio sedere e la cosa assunse una piega diversa.

Mi sentii raggelare. Non l’aveva mai fatto. Lo guardai stupita, non si ritrasse. Capii allora che se io ero fortunata a non aver bisogno di vendermi per un po’ di cibo, lui di sesso ne aveva bisogno. Quel rapido scambio di battute su Lirihana gli aveva fatto perdere il controllo. Era alle mie spalle e mi palpava i glutei con una avidità che mi lasciava attonita. Rapito dall'architettura voluttuosa del mio fondoschiena, toccava a dita larghe con la scusa di reggermi. “Ti aiuto a risalire Merita”, formulò più volte a me che lo guardavo interdetta. Non si placò, non si fermò davanti al mio stupore, non si mostrò intimorito dai miei occhi, dal ribrezzo che gli comunicavo, dall’abominio di quel piacere che stava estorcendo al mio corpo. Contenni il respiro e feci per svincolarmi dalla sua presa ma lui mi frenò cinturandomi lo stomaco e, zitto, continuò a godere della pienezza soda delle mie natiche con una sola mano. “Vorrebbe Lirihana e non può averla per colpa mia. Ecco qui il prezzo da pagare per le sue premure”, mi dissi straziata ed afflitta in un costernato batticuore. Lui colse il mio stato d'animo e tentò di calmarmi baciandomi una guancia. Fu tenerissimo. Ci fissammo ed improvvisamente mi ritrovai accaldata.

Volli la sua bocca per scacciare via ogni pensiero. La ottenni mentre proseguì a sollevarmi il gonnellone per deporre le mie mutande. Ci scambiammo baci immorali e nel mentre mi fece sua, si appropriò di me.

Si scagliò nella mia carne costringendomi a vivere un piacere inconsulto. Stetti a subire le sue bordate insaziabili col binocolo appeso al collo che ciondolava scalmanato. Mi sorprese l'irruenza di colpi sferrati per spaccare il mondo, stangate continue, compresse, inflessibili. Cazzo quanto l’attizzava Lirihana! Mi distruggeva, cercava nuove profondità. Io lo guardavo annaspante, stordita da tanta eccessività ed alla fine traboccai di piacere. Si accorse di tutto e non si mostrò turbato. Procedé scippandomi gorgoglii ed esclamazioni compiaciute in una figa brodosa che già accondiscese ad un altro orgasmo. Seguitò fino a quando quelle batoste furenti si infransero in una muta burrasca di sperma bollente che seppi salutare con gioia.

Raccolsi le cipolle mentre lui mi tirò su le mutande coprendomi una figa fradicia; si ricompose ed io gli presi il bastone. Mi sorrise e, stavolta seriamente, mi sospinse col braccio alla schiena continuando a regalarmi baci. Fu tenero, premuroso, lo lasciai fare. Voleva Lirihana ma aveva preso me per non cadere nella tentazione di sperperare il cibo che serviva al mio sostentamento. Vissi delle sensazioni oscure, indecifrabili. Pochi lunghi passi e sollevammo gli occhi davanti ai terrei tuguri del nostro accampamento.

Ci fermammo a prender fiato.

“Allora? A quanto pare mangeremo zuppa di cipolle...”, lo guardai, mi sorrideva appagato: “La prossima volta penserai a me?”. “In che senso?”, continuò a sorridermi. “Promettimi che quando rifaremo l’amore penserai a me e non a Lirihana”, affondai nei suoi occhi. Stette zitto poi sbocciò passionale: “Per me esisti solo tu, non ho pensato a Lirihana neppure prima”. Ci guardammo in silenzio per lunghi attimi poi chinai il petto sulla sua spalla e sussurrai: "Farò la migliore zuppa di cipolle che tu abbia mai mangiato".