i racconti di Milu
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Oggi è una bella giornata primaverile, il sole è già caldo, io sono alla finestra e osservo la vita che pulsa e che scorre, l’inverno si sta allontanando e la natura si sta magicamente risvegliando con tutti i suoi colori, i suoi odori e la sua allegria, visto che anch’io mi sto scuotendo dal lungo letargo invernale. In quel momento lo squillo inaspettato del telefono m’allontana distogliendomi lestamente dai pensieri, perché è mia madre che mi sorprende chiedendomi:

“Indovina un po’ chi c’è qui?”.

La sua è una risposta leggermente intricata e oscura, perché da come si è espressa non è certo una delle usuali persone che vengono a farci visita, tuttavia pur sforzandomi nell’intento non riesco a individuare il prezioso ospite della mamma. A un tratto sento però la sua voce che annuncia:

“Ciao Apollonia”.

Diamine, da non crederci, giacché da parecchio tempo nessuno mi chiamava più in tal modo. Bartolomeo, ebbene sì, è proprio lui. Va di fretta, parliamo cinque minuti, però mi rivela che la prossima volta che ritornerà a Chieti andremo tutti a cena fuori. In quel periodo mia madre aveva in custodia le chiavi d’un piccolo circolo estivo per studenti e Bartolomeo aveva conquistato l’attenzione, l’interesse e la simpatia di mia madre e non per ultimo anche la mia. Io rimango alla finestra, chiudo il telefono e la mia mente comincia a volare indietro nel tempo. Ero molto giovane in quel periodo, lui dieci anni più grande di me, a portata di mano, dentro casa: bello, simpatico, aperto, affascinante e naturalmente amante del meraviglioso mondo femminile. Bettina, Cristina, Franca, Lorenza, le sue amiche che spesso telefonavano:

“No, Bartolomeo al momento non è in casa” - era la mia abituale e solita risposta, tagliando corto e chiudendo in tal modo l’argomento.

Lui avrebbe dato volentieri due sculaccioni sul mio sedere per punire la mia scortesia, sennonché un giorno lo fece facendomi pagare quello sgarbo rincorrendomi per tutta la casa e una volta raggiunta la sala m’acchiappò per un braccio, si sedette sul divano e mi sdraiò sulle sue ginocchia. Alzò la gonna e abbassò le mutandine di cotone bianche con i fiorellini rosa, quella posizione mi eccitava oltremodo, il cuore batteva forte e l’attesa della sculacciata aumentava i battiti, giacché in seguito arrivò sonora e abbastanza forte, ma non troppo. Io traballai, perché non credevo che lo facesse per davvero, in quella circostanza feci finta di piangere e lui cominciò ad accarezzare lievemente le mie natiche:

“Hai proprio un bel culetto, non c’è che dire, sei la più bella donna che io abbia mai visto” - mi disse lui alquanto aizzato.

Quel gioco sennonché continuò nel cercare di conquistarlo ogni giorno usando tutte le armi della seduzione, per attirarlo a me, impressionarlo e provocarlo sfrontatamente. Mia madre vigilava, ma il suo lavoro non le permetteva una presenza costante, io entravo in camera sua mentre studiava concedendomi a lui come una piacevole pausa. La camicetta sbottonata lasciava intravedere il mio seno prosperoso, io mi sedevo sulle sue ginocchia rivolta verso di lui, mentre la schiena era girata contro la scrivania. Le sue mani delicatamente e poi sempre con più audacia accarezzavano i seni, la sua bocca avvolgeva il capezzolo succhiandolo, mentre la sua lingua mi sfiorava sull’areola rosa. Io chiudevo gli occhi e mi prendevo tutto il piacere abbandonandomi a quelle mani esperte, a quella bocca e a quella lingua calda, mentre il suo cazzo da dentro i pantaloni premeva contro la mia fica sempre più bagnata. Di solito rientrava a casa verso le diciotto, io preparavo come un cerimoniale la mia dolce trappola. Per andare in camera sua doveva necessariamente passare davanti alla mia, in tal modo mi sdraiavo sul letto su d’un fianco, la schiena rivolta verso la porta intenzionalmente lasciata aperta e le gambe racchiuse facendo intenzionalmente finta di dormire, la minigonna leggermente alzata scopriva solamente una parte delle chiappe e maliziosamente senza mutandine aspettavo.

L’eccitazione aumentava man mano che l’ora predestinata s’avvicinava, la chiave nella serratura, i suoi passi nel corridoio e il mio respiro già divenuto corto si bloccava non appena lo sentivo avvicinarsi. Sapevo che si sarebbe fermato, che avrebbe guardato e che non avrebbe potuto resistere al desiderio di toccarmi. Il mio giovane corpo di donna, offertogli invero su d’un piatto d’argento era una tentazione irresistibile e trascinante, in verità un piacevole capriccio. Lui m’accarezzava delicatamente le gambe salendo su per le cosce fino all’inguine, per poi racchiudere il mio sesso umido dentro la mano e stringerlo forte. Portava poi le dita alla bocca annusando il mio odore e gustando il mio sapore. Dopo insisteva ad esplorare la mia fica soffermandosi sulle piccole labbra e sul clitoride, le sue erano mani accorte, preparate e sapienti, che sapevano trasmettere intense emozioni. La sua mano prendeva la mia e la poggiava su quel cazzo duro e pulsante, la mia mano guidata dalla sua si muoveva su e giù fino all’eiaculazione di quel fiotto denso e lattiginoso che inondava le nostre mani strette l’una nell’altra. Lui adorava la mia fica e amava leccarla all’infinito, dal momento che avevamo accortamente architettato un sistema per far sì che mia madre non ci sorprendesse.

Lo stratagemma scrupolosamente ideato consisteva in questo: la finestra della sala divenne lasciva complice del nostro gioco preferito, perché io rimanendo comodamente affacciata nel guardare la strada giù di sotto, per controllare se lei arrivasse con entrambi i gomiti poggiati sul davanzale, le gambe divaricate e il sedere proteso in fuori, lui viceversa, seduto per terra, a debita altezza, con la schiena verso il muro e con la faccia in alto contro la mia fica. In realtà quest’estrosa postura m’eccitava notevolmente, perché gli sfregavo la fica sul viso muovendomi più volte avanti e indietro, bagnando tutto il suo volto con i miei stessi fluidi, per il fatto che percepivo il suo alito tiepido tra le cosce mentre mi solleticava ingegnosamente la fica. La punta della sua lingua, infatti, s’infilava nella piccola fessura, entrava e usciva ritmicamente, per poi soffermarsi sul clitoride, leccandolo e solleticandolo per svariati minuti fino a farmi raggiungere l’orgasmo. Stremata io scivolavo in conclusione giù verso di lui, mi sedevo sulle sue gambe, baciandolo sulla bocca che odorava di me. Bartolomeo non mi penetrò mai, fu indubbiamente una forma di rispetto e di stima per me, però ritengo soprattutto nei confronti di mia madre per la cortesia, la gentilezza, l’ospitalità che lei gli offriva.

Attualmente sono ancora alla finestra e mi sto appassionatamente toccando, sono bagnatissima solamente al pensiero, le mie dita appiccicose sono adesso sul clitoride e scivolose si muovono avvedutamente immaginando che sia la sua lingua, nel mentre sogghigno quietamente perché Bartolomeo ha detto che tornerà, confido che non mi deluderà.

Sono certa, perché senza dubbio il nostro gioco dopo vent’anni avrà finalmente la sua attraente, piacevole e sensata conclusione, me lo auguro fermamente.

{Idraulico anno 1999}