i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

[ - ] Stampante
Indice
- Text Size +
Paola ha 70 anni. È una signora del quartiere. È ancora una bella donna, nonostante l’età avanzata. Nel suo metro e sessantasei centimetri risalta sicuramente quella quinta abbondante di seno, strizzata dentro a reggiseni che faticano a fare il loro mestiere e quelle forme risaltano qualsiasi sia l’indumento indossato superiormente. Paola ha 70 anni ma si tinge ancora di biondo. E i suoi capelli lunghi fino a metà schiena fanno risaltare nel suo viso dalle labbra non eccessivamente carnose due occhi castano chiaro. Una bella donna, cui si darebbe tranquillamente una decina di anni in meno.
Gino, il marito, è un signore anziano. Guardandolo ci si domanda con frequenza come abbia fatto a sposare una donna così bella. È un ometto insignificante, di quelli che alla domenica al campo di bocce non gioca, ma passa la giornata di fronte a un caffè a leggere il quotidiano locale passandosi la mano sulla pelata, nella speranza di ritrovare i capelli persi almeno venti anni fa.

Mi presento a casa loro. Sono in pantaloncini corti e maglietta senza maniche, nonostante la stagione. Mi hanno chiamato per alcuni lavoretti. Sanno che nel fine settimana ho qualche ora libera e posso dar loro una mano. Nel giardino incontro Gino che sta girovagando con e mani dietro la schiena. Mi saluta con un cenno del capo.
Salgo due scalini e busso alla porta.
Mi apre Paola, sorridente, come sempre, con addosso una vestaglia multicolor, dal colore dominante rosa, ben chiusa. Mi osserva.
"Buongiorno signora Paola, mi aveva detto di passare questo fine settimana. Mi dica, che lavori ci son da fare?"
Sorride nuovamente: “Beh… il giardino… è da sistemare. Poi, se ne capisce, la lavatrice non funziona” dice sollevando le spalle leggermente.
Mi passo una mano nella barba: “Uhm... beh intanto che non sono ancora sporco direi che possiamo guardare la lavatrice”, le rispondo sorridendo. “Mi dica”, le faccio incamminandomi all’interno.
Paola mi precede e sembra muovere i fianchi in modo evidente, diverso dal solito incedere, tipico di una donna in forma, ma comunque avanti con gli anni.
Mi porta davanti alla lavatrice. La osservo. Paola mi guarda dal lato: “Prego, non si accende” mi dice mettendosi le mani sui fianchi. Osservo il retro della lavatrice. La spingo lontano dalla parete e la sollevo leggermente. “Ah… cooo… sì!”, dico mentre mi chino per strattonare alcuni cavi bloccati. Un cavo era completamente impigliato sotto alla latta posteriore. Riposo la lavatrice e la lamiera mi provoca un taglio non molto profondo, ma abbastanza lungo sull’indice destro. Impreco, mentre spingo nuovamente la lavatrice in avanti.
“Ora dovrebbe andare”, le dico mentre mi allontano leggermente e le passo con la mano destra il cavo della lavatrice per invitarla a riattaccar la spina.
Paola rimane con la spina in mano e osserva il mio dito che inizia a perdere sangue consistentemente. “Ma… si è tagliato! Mi dispiace…” dice osservando preoccupato. Con un cenno le dico nuovamente di attaccare la spinta. Lei esegue e la lavatrice ora, quantomeno, da segnali luminosi nel mini-monitor. Le sorrido e solo ora alzo l’indice “Ha del disinfettante?”, chiedo con naturalezza andando verso di lei, immaginando una risposta ovviamente positiva.
Lei scuote la testa. La osservo, mentre lei continua a osservare la ferita, preoccupata. “Ma non è niente! Succhierei tutto via, ma ho appena finito di fumare e non è il massimo mettere germi su germi”, le dico sorridendo. Le avvicino il dito al viso, orizzontalmente rispetto alle labbra: “Non può sputarci sopra? Giusto per ripulire”. Lei strabuzza gli occhi e mi guarda in viso. Io la fisso e comprende che molto probabilmente non è una domanda. Tutt’altro.
Lei non ci sputa sopra. Annuisce e dice: “Va bene”. Lascia colare un grumo di saliva denso sulla ferita e rimane a osservarmi con la bocca socchiusa, con un finissimo rivolo di saliva che collega il mio dito alla sua bocca. Mi osserva, con il viso leggermente chino. “Lo insalivi bene”, le dico avvicinandolo ulteriormente alla sua bocca. Lei la socchiude ulteriormente e lascia fluire ulteriore saliva, al punto che inizia a colare per terra. Io la fisso negli occhi, mentre lei non si è ancora tolta dal viso quello sguardo preoccupato. Mi fissa con i suoi occhi nocciola, vecchi, ma comunque luminosi, avidi.
Lei avvicina lentamente le labbra, come per lasciar colare con maggiore precisione la saliva sulla ferita. Io inclino completamente il dito e glielo infilo tra le labbra. Non sento alcuna resistenza. Anzi, vedo i suoi occhi cercarmi, mestamente, mentre le labbra si racchiudono morbidamente attorno al dito e la lingua inizia a girarvi attorno. La sento succhiare dolcemente, morbidamente, languidamente. “Lo insalivi bene, forza”. Le dico sentendo la mano spingere contro le sue labbra perché oltre non posso andare. Le muovo l’indice in bocca, spingendo sulla sua lingua umida. Lo spingo come volessi arrivare in gola. Mi avvicino al suo viso e le sussurro sul naso un “Deve muovere di più la lingua”. La risposta è immediata. Inizia a rotearla velocemente attorno al dito.
Improvvisamente le tiro fuori il dito. Cola saliva densa. Sanguina ancora. Osservo il mio dito e, nuovamente fissandole lo sguardo, mi pulisco dalla saliva e dal sangue sulle sue labbra ancora schiuse, lasciando che quella miscela inizi a percorrere con un rivolo denso il suo mento, a scendere.
“Deve essere fortunato, tuo marito”, le mormoro a voce bassa, a meno di un passo di distanza.