i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Questa mattina ripensandoci bene nei riguardi di quello che mi è accaduto posso annoverarlo come un fatto differente, inedito e insolito per la mia anima, per il semplice fatto che lungo tutto il tragitto gaudente e senza tempo quello che mi sposta da casa in direzione dello studio, è che la dimensione attorno a me è prodigiosa, suggestiva e pressoché illusoria, dato che ne sono particolarmente conquistata. A questo proposito, infatti, razionalmente decido insolitamente di cambiare strada per arrivare alla mia tana, stamattina percorro malgrado ciò un’altra via sbucando alla fine in una piazza dove domina e si distingue una grande chiesa.

Quest’ultima, invero, è una piazza silenziosa e tranquilla, lontano dal parapiglia e dal trambusto multietnico quotidiano dei forestieri, dove i gatti sono i perenni angeli custodi di questo santuario e tutto attorno l’atmosfera è contemplativa e taciturna, rimasta peraltro immutata nei secoli. Il terreno sacro riservato alle monache dell’annesso monastero ricorda l’inviolabile e il mondano, menziona ancora gli sguardi libertini e peccaminosi per i fatti che succedevano al suo interno, autonoma, avventurosa e libera espressione di quelle fanciulle blasonate e nobili, che costrette a prendere il velo per elementari e semplici interessi familiari tenevano costumi ben poco equilibrati e sobri. Io sorrido, giacché è incredibile come tutto in questa città si trasformi in perle d’infrequente bellezza, in gioielli inestimabili fatti soltanto di ricordi cristallini, così come le mattine di quella bianca luce invernale che si riflette sulla laguna.

Il profumo della salsedine che impregna l’aria, i muri antichi e scrostati di color rosso mattone e il color del grigio t’innamorano facendo di te un’amante fedele e impeccabile che mai oserebbe tradirli, ospitando per sempre nel tuo cuore l’anima della città che hai sposato, come faceva un tempo il serenissimo principe con il mare. Io arrivo, il mio caffè è già pronto sul tavolino e il sorriso di Daniele nella sua pelle abbronzata di barista e gondoliere mi soffia un piacere di grande e sincero affetto:

“Buongiorno a tutti, ciao Daniele” - intanto che rovisto per afferrare le chiavi del laboratorio dalle tasche dei miei pantaloni di lino che accompagnano di continuo la mia vita estiva.

Con la mente ripercorro gl’impegni di oggi e incredibilmente mi rendo conto che il pomeriggio è libero, dal momento che la spiaggia sarà la mia compagnia fino a sera inoltrata. Fantastico penso dentro di me, allora finisco il caffè e salgo. Le pareti insonorizzate m’isolano completamente da tutto il mondo e da tutto ciò che lo circonda per ore e ore, a volte per notti intere, perché il tempo si ferma fra le note dei miei spartiti che filtrano le scale musicali. Io amo la musica, adoro il violoncello e il mio violino, lo strumento che mi permette di vivere emozioni fortissime equivalenti a passioni e a dolori. Io sono una musicista, suono e compongo musica classica collaborando con violinisti che provengono da vari paesi europei, apprezzati e stimati colleghi, professionisti di grande livello, dato che sto lavorando a un progetto piuttosto ambizioso che indubbiamente mi sottrae energia, però m’elettrizza stimolandomi di continuo, in quanto stiamo preparando una colonna sonora per un lungometraggio riguardante un tema astrofisico d’una produzione americana.

Galassie e violini con innesti di viole in contrapposizione ad altri archi che non ho ancora ben identificato. Io lavoro con zelo dedicandomi con dovizia e scrupolo nelle scelte, tuttavia questa mattina è strana, è alquanto millimetrata e originale, ma la mia mente non è paragonabile al mio strumento che possiede quattro corde accordate a intervalli di quinta. In quell’istante accendo il registratore digitale e ascolto le tracce incise ieri, sono d’indiscutibile perfezione penso, ma non filtrano, non identificano abbastanza né penetrano sufficientemente, avverto che manca qualcosa. Io mi meraviglio e forse mi spavento alla sola idea che mi passa per l’anima, e mi chiedo se sono al culmine della mia carriera o se sono soltanto in una fase d’incontaminato e di schietto delirio. E se devo ricorrere al parere, di solito perfetto di sua maestà Jacques, mi chiedo in che posto nascosto riposa la mia creatività. Io rifletto, ma la voglia di vederla m’appare chiarissima, in quanto l’attrazione che sento è inequivocabile, lampante. In quel momento spengo il registratore e prendo il violino. Lo guardo, lo sfido e inizio a suonare senza spartito, data la mia memoria senza paragoni. Sono venti minuti di genuina e di sincera poesia fatta di suoni e di colori che escono dalle mie mani e da quello strumento infinito.

Dopo esco dallo studio quasi di corsa, in un minuto sono a teatro, entro da dietro come sempre, visto che l’emozione che mi scuote è la stessa nonostante gli anni e i ricordi. La meraviglia e la sontuosità che quel luogo possiede sono veramente incomparabili e senza confronto, in quel rapido frangente mi rivedo bambina che incantata assisto al concerto per violino e orchestra di Tchaikovsky con mio papà commosso, che già aveva ampiamente compreso il mio destino di musicista. A quel punto percorro l’interno salutando a bassa voce, mi soffermo a leggere una locandina e arrivo in sala. Jacques è il direttore d’orchestra che sostituisce per tre settimane il titolare, la mia musa, la mia grande sofferenza, la mia astratta e insopportabile passione verso una donna che non teme né dimostra.

La rapida successione delle note da esporre suona nella mia mente, ma non vedo Helene. La scorgo nel golfo mistico seduta per terra, quasi distesa con gli auricolari e un minuscolo lettore musicale fra le mani. Nessun cenno né un sorriso, lei mi vede e nel mentre mi porge una cuffietta che io indosso senza parlare sedendomi accanto. Lei sta ascoltando la polifonia a quattro voci della scuola di Notre-Dame e scorgo una lacrima, la forza di quella melodia è disarmante e spontanea, dato che io provo un senso d’improvviso sgomento, poiché tanta è la bellezza di ciò che sto sentendo. Io m’alzo mentre lei mi guarda sorridendomi e tendendomi la mano per aiutarla ad alzarsi a sua volta, poi m’abbraccia forte e posso sentire il suo cuore che gronda arte, sapienza e sensualità. Io non ho più la forza di parlare e forse ho dimenticato il reale motivo per il quale sono lì, giacché è la prima volta che riesco ad ammettere verso me stessa quanto m’attrae quella donna fatata, diversa e peraltro angustiante e inquietante sotto certi aspetti. Come quella mattina, con il suo colore sconosciuto, con quegli occhi e quei capelli neri con qualche filo di grigio di fascino, sì, perché ha il fisico asciutto ma è enormemente sensuale, le sue mani affusolate sono d’una pianista d’eccellenza:

“A che cosa devo l’onore professoressa?”.

“Io urgenza di suoni Helene, d’accenti e di spiegazioni. Io francamente non capisco dove sbaglio e perché non trasmetto né diffondo il tono appropriato e giusto alla melodia. Insomma, compongo sì, ma non sono del tutto soddisfatta”.

Io mi sono resa conto di non aver molto tempo a disposizione e Didier aspetta la partitura, sono paralizzata dal suo fascino, così c’incamminiamo verso il suo studio in silenzio:

“Aspetta un istante, lascia che indovini, vediamo un po’. Lo spartito è effettivamente troppo scialbo e in effetti leggermente tenue per la rappresentazione”.

“Sì, è troppo debole, non lo so. Manca di luce, d’armonia, di quel tocco di brio e di fulgore, direi di freschezza” - dico io.

“Non è niente, nessun dramma. Lo intuisco, sai delle volte capita” - aggiunge lei pacatamente rincuorandomi per l’accaduto.

Dopo lei mi parla guardandomi dritta negli occhi che perforano i miei con precisione millimetrica, in fondo lei sa che io alla fine sarei ricorsa alla sua incantevole voce, e non solo. A Helene piace ammaliare, estasiare e sedurre le persone con un’arte innata e può permettersi qualsiasi comportamento desideri, visto che con me ha un conto in sospeso anche se è passato del tempo. E poi lei è una musicista che io ammiro, stimo e rispetto moltissimo, forse altresì l’invidio, ma questa cosa non gliel’ho mai detta. In quell’istante squilla il telefono e Helene risponde in russo, visto che è la sua madrelingua. Io la osservo mentre parla assorta e in modo per me incomprensibile, in seguito chiude la telefonata appoggiando il telefono sopra quella scrivania d’ebano nero:

“Perdonami. Dov’eravamo rimaste?” - mi dice con un’aria sollevata, quasi trattenendo una risata liberatoria.

“Credo che tu abbia appreso un’amichevole e benevola indicazione” - dico io ridendo a fior di labbra.

“Certamente, perché è stato annullato l’impegno di stasera e sono esultante, per il fatto che non potevo sopportare ancora quella rinsecchita della duchessa, assieme al relativo consorte e le loro conversazioni senza capo né coda. Di musica poi, sai che orrore può uscire dalle loro bocche”.

“Fantastico. Ti capisco sai, ma a volte non possiamo evitare né possiamo sottrarci a certe circostanze, però poi penso che il posto in paradiso lo abbiamo già elegantemente guadagnato e così se posso evito pure io” - esordisco candidamente. Helene ride buttandomi le braccia al collo e il mio cuore nel frattempo sussulta:

“Molto bene. Allora stasera riprenderemo il nostro studio e se potrò esserti d’aiuto ne sarò ben felice” - lei m’annuncia in modo ilare e gioioso.

“Adesso non posso fermarmi, dato che non ho la mente sufficiente per te, ma stasera sarò tutta tua”.

Il suo sorriso beffardo e malandrino m’annienta, distogliendomi ancora una volta dall’effettivo motivo per il quale sono lì e per il quale mi sono rivolta a lei.

“Allora t’aspetterò nello studio dopo cena” - dico.

“Sì, certo, verso le ventidue sarò lì. A dopo, buona giornata”.

Io esco dal teatro camminando sollevata a un metro da terra per la contentezza, ritorno nel mio studio, ma non ho più voglia di lavorare quindi decido immediatamente d’andare al mare. Saluto velocemente Tiziano e mi dirigo verso le imbarcazioni dove fra dieci minuti passerà il diretto per il Lido. Al momento ho il pomeriggio tutto per me, la musica penso che potrà aspettare, poi stasera Helene m’aiuterà nel ritrovare la giusta circostanza e un brivido istantaneo mi percorre la schiena. Già, la musica, ma poi? Il profumo del mare m’accoglie salutandomi, respiro profondamente, mi distendo nel lettino e lascio che il sole mi contagi con il suo calore, mentre il pomeriggio dell’estate detta i pensieri e le sensazioni del tempo che ne seguirà alle ventidue precise. In seguito mi tuffo in mare e nuoto fin oltre la diga a bracciate lente, scandendo il ritmo del respiro con precisione senz’affaticarmi. Dopo m’immergo fra le piccole onde spumeggiati e ritorno al sole strizzandomi i capelli che hanno la fragranza del sale, la mia mente riposa e penso a lei. Questa sera sarà da me e per nulla al mondo girerò il viso dall’altra parte, sfuggendo al bacio che voleva rubarmi quella volta dopo il concerto. Questa sera sarò io a baciarla profondamente e senza ritegno iniziando quel rito, visto che da parecchio tempo aspiro nelle notti fatte d’immagini bagnate.

Lei m’agguanterà tra le sue braccia con quello sguardo che solamente lei possiede che ti taglia il fiato a metà, e lentamente appoggerà le sue labbra sulle mie per unirsi poi in un abbraccio fatto di carezze e di tocchi leggeri. Non mi fermerò, perché lascerò che le sue mani accarezzino il mio seno e poi più giù, mentre io ricambierò le sue carezze e i suoi baci che diventeranno sempre più audaci e seducenti, fino ad arrivare a toglierci i nostri vestiti leggeri facendoli cadere per terra lentamente. Dopo faremo l’amore con l’ardimento e l’audacia come i grandi amanti, grideremo i nostri orgasmi alle stelle, che silenziose saranno partecipi lucenti, infine io mi concederò a lei. Dopo respireremo in pieno accordo mentre ancora i nostri corpi sudati s’uniranno per godere, nel momento in cui le nostre bocche cercheranno i nostri seni salati, le nostre mani si toccheranno, dato che faranno sussultare i nostri sessi. In seguito io le carezzerò i capelli quando sfiniti i nostri occhi si chiuderanno per riposare un po’, per poi ricominciare ad amarsi ancora bagnate delle nostre voglie. Io sarò sua e lei sarà mia. Questa volta uniremo le corde dei nostri strumenti e insieme suoneremo melodie che assaggeremo con un piacere profondo per farci ancora gemere e godere, per regalarci orgasmi come mazzi di rose bianche.

Io apro gli occhi mentre sento l’eccitazione bagnarmi il costume di cotone leggero, sono già le diciannove, il sole è ancora alto, faccio un altro tuffo, poi rientro a casa senza fretta. Il vaporetto è pieno di forestieri chiassosi e rossi come dei peperoni, la loro confusione mi dona allegria e rinnova dentro di me la meraviglia e l’orgoglio d’appartenere a questa città incantata, che con i colori di mezza sera estiva dipinge d’oro e porpora il cielo sopra di noi. Nella mia testa le note che non riesco a tracciare mi colgono ancora impreparata, ma il pensiero di Helene prende il sopravvento e riesce a distogliermi senza darmi scampo. Io salgo nel mio appartamento, apro le persiane e l’ultimo raggio di sole illumina il mio volto abbronzato. Faccio una doccia, mangio una pesca con il pane e infine un ultimo sguardo alla posta. Ripercorro per tornare al mio studio la stessa strada fatta alla mattina, mentre ascolto il canto delle rondini che volano sopra i tetti e fra le altane fiorite, infine salgo e aspetto.

Lei arriva, giacché è meticolosa e puntuale come sempre, visto che s’accomoda nell’insenatura contemplativa, invisibile e sovrannaturale del grembo della mia anima.

{Idraulico anno 1999}