i racconti di Milu
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In tutta la Spagna si respirava un’aria di libertà così forte che senza alcun coordinamento apparimmo in ogni città, nelle strade, nelle piazze, nei bar, suscitando lo sconcerto dei vecchi franchisti, le risa di molti, l’indifferenza di pochi, l’interesse di pochissimi. La transizione alla democrazia era ormai inarrestabile e noi impazzivamo agognando un futuro sereno ed emancipato.

Ad Alicante eravamo in otto, ma i nostri amici eran tanti. Quel pomeriggio pensavo di averne trovato un altro ed invece ricevetti buca. M’ero messa tutta in tiro con un gonnellino corto e svolazzante nero sul culo alto e sodo, tacchi alti, una camicia bianca ed un trucco esasperato e provocante sul viso eccessivamente femminile. Ero convintissima d’andar incontro ad un po’ di divertimento, ma no, tutto vano, tutto inutile. Irritata mi incamminai verso casa raccogliendo gli insulti di una vecchietta e quelli di un gruppetto di ragazzini.

Rientrai tutta immalinconita.

Lui era sul letto, sonnecchiava in boxer, provando a recuperare le ore di una nottata a bere con gli amici. “Esperanza…”, disse scorgendomi. Io piagnucolai alla ricerca di coccole: “Sono stanca di essere maltratta, ma davvero stanca”. Lui si mosse con gli occhi chiusi, sfidando il sonno che lo ottenebrava. Aprì il braccio sinistro sul cuscino facendomi posto sul suo petto. Sfilai le scarpe e mi ci accoccolai.

Mio fratello Enrique era carino, strafigo ma saldamente etero. Gentile con me, si mostrava disponibile, aperto, sensibile, cercava di capirmi, ma non poteva. Era l’unico a chiamarmi Esperanza anziché Cayetano e questo mi faceva impazzire. Mi aiutava, mi accettava, mi proteggeva da tutto e tutti, mi aveva persino dato accoglienza a casa sua permettendomi di lasciare l’inferno che vivevo nell’abitazione dei miei a Valencia. Ed io? Io ne ero attratta.

Mi distendessi sul suo letto nella penombra della camera col mio corpo.

“Dai su, ora calmati”, mi fece tutto assonnato ed io mi calmai nel sentire la sua protezione, il suo respiro, quei polmoni che si riempivano d’aria salendo per poi riscendere. Avevo la testa sul suo cuore, ne seguivo i battiti, restai in silenzio e solo dopo diversi minuti notai che ogni volta che espirava riuscivo a scorgere il culmine voluminoso del suo cazzo ritto sotto l’elastico dei boxer.

Che visione spettacolare! Risvegliò l’appetito sedato nella delusione. Quella cappella era tozza, massiccia, indecente, sotto la pelle candida. Non potetti che allungarci le dita.

Enrique mi allontanò la mano con premura, accidenti! Lo faceva sempre, appena lo toccavo mi respingeva. Riprese a consolarmi: “Non abbatterti mai, devi essere felice tu, te lo meriti”. “Ci proverò”, gli risposi guardando quell’appetitoso cazzo. Attesi e di nuovo vi adagiai la mano.

Mio fratello si spostò col bacino sfuggendomi ma ora riuscivo a vedergli meglio l’affare. Cazzo! Era davvero bello teso nei boxer, la punta corpulenta e tonda mi ammaliava. Morsi le labbra e ci riprovai: “Marco, rilassati un po’ e, insomma, lasciami fare... dai…”. Rise e mi respinse dolcemente: “Nono, fa la brava”. Io non mi arresi e velocemente mi avventai con la bocca sul suo spillone mettendoglielo a nudo. Lui si sollevò sul bacino di scatto e nervoso urlò: “Cazzo fai oh!”. Impietrii mentre lui si sistemava di fianco accucciolato con le ginocchia alte a protezione del suo pisello.

Tacqui affranta e mi voltai sul fianco. Notò il mio rattristamento, ridistese le gambe e tenerissimo prese ad accarezzarmi le braccia. Bisbigliò: “Lo sai, voglio solo che non facciamo stupidate”. Ribattei: “Voglio solo il tuo affetto”. “Quello non si chiama esattamente affetto”, rise ed io con lui poi sollevai il gonnellino sfoderando la mia arma vincente.

Senz'altro notò il culo sodo e depilatissimo, lo striminzito perizoma, continuò a farmi grattini sul braccio ma doveva fissarlo, ne ero sicura, sentivo il peso del suo sguardo. Ne ammirò le forme architettoniche e mi si accostò di più: “Ti voglio bene...”. “Io no”, mi finsi a lui ostile. “Non ti credo”, boffonchiò. Io resistetti in silenzio e lui si avvicinò di più appiccicandosi al mio corpo. Era quello che volevo e lui lo sapeva, mossi il culo e tastai il suo cazzo. Mi stava facendo quella piccola concessione per tirarmi su di morale, ero abituata a questi suoi gesti. Spinsi il culetto e potei sentir meglio il suo cazzo ritto tra le natiche larghe ed accoglienti. Mi ci strusciai. “Mi vuoi bene”. “Non so, dipende…”, e continua a strofinarmi il suo cazzo tra le chiappe. Me lo lasciò fare, mi lasciò saggiare la sua forza.

Ero tutta presa da quel gran sollievo quando notai sul suo comodino la foto della sua ragazza. Trasalii: “Che ci fa quella lì?”. “È la mia ragazza, cosa vuoi che ci faccia”. “Non mi piace, lo sai”. “Piace a me”. Mi rilassai col capo sul cuscino e fu lui a riprendere lo sfregamento sul mio culo.

“Non te l’ha concesso ancora vero?”, chiesi provocatoriamente. Tacque ed io incalzai: “Te l’ha dato o no?”. Tacque ancora allora iniziai a smuovere il mio culo facendogli una vera e propria sega con le chiappe, preso! Mi si mostrò in affanno, mi piazzò la mano di colpo sul fianco e farfugliò: “Ferma”. Mi fermai, lo stuzzicai lasciva: “Non te lo darà mai lei… io invece… potrei anche ora sai?”. Enrique tremò dalla voglia ed io ripresi a muovere il culo senza che fosse in grado di impedirmelo.

Era eroso dalla voglia di incularmi, lo sentivo. Spinsi una mano tra le mie cosce e giunsi ad accarezzargli le palle nei boxer, le trovai piene e grosse come due palle di cannone pronte a sparare. Mi mossi ancora tenendogliele nella mano, l'asta mi scorreva nel solco delle natiche e con prepotenza la cappella indugiava proprio sul buco. “Ti prego… prendimi”, sussurrai flebile con un subbuglio di piacere che m’agitava il corpo. Lui indugiò poi la mano dal fianco si spostò sulla coscia. “Non parlarmi così... non voglio lo sai...”, mi respinse ancora ma la sua mano non rispondeva più ai suoi freni inibitori raggiungendomi il perizoma e tirandolo via. Di colpo, lasciai le palle e trascinai in basso la stoffa del boxer denudandogli il cazzo.

Capimmo entrambi che stava finalmente avvenendo. Enrique si introdusse dentro il mio ano come cascando in un precipizio profondo, un vortice caldo che attrae ed abbatte ogni resistenza. Chiusi gli occhi in un sospiro sognante, mio fratello me lo ficcò tutto dentro principiando a bastonarmi.

Diede una botta, poi un’altra e lo tenne schiacciato nel mio culo, ancora colpì lasciandomi impazzire di piacere poi fece seguire altri colpi brutali. Ero in totale delirio, fuori di me, esaltata e farneticante: aprii gli occhi e spinsi giù dal comodino la foto della sua ragazza. Mossa stupida, accidenti alla mia gelosia! Si staccò da me stappandomi il cazzo dal culo.

“Perché l’hai fatto?”, ci dicemmo quasi all’unisono, io riferendomi al cazzo che aveva tolto dal mio canale, lui parlando invece della foto della ragazza precipitata. Si ridistese sul letto, io mi voltai a fissarlo tenendo ben alto il culo. Dovetti assumere un tono imbronciato davanti ai suoi occhi disperati di sesso. Frignai: “Ricomincia, ti desidero…”. E rieccolo, si avventò su di me con irruenza, schiacciandomi a pancia in giù ed insaccandomi il cazzo di nuovo in culo. Mi picchiava il cazzo dentro come un cavallo imbizzarrito. Sollevai il capo godendo poi lo riabbassai soffocando il mio piacere nel cuscino mentre lui continuava a rimpinguarmi di batoste rozze.

La spalliera del letto cozzava con fracasso contro il muro e lui seguitava ad incularmi indomito, poi d’un tratto fremetti, tremai, veni.

Incredulo si staccò da me: “Tt.. tutto bene?”. Mi voltai, sorrisi, ero finalmente felice, mi guardò meglio: avevo il cazzo duro e sporco di sborra, ero venuta sul suo letto insozzandogli pure le lenzuola sotto di me.

Non gli detti tempo per capacitarsi che glielo presi con la bocca spompando forte più che potevo. Ciucciavo, ciucciavo, ciucciavo. Sentii salire qualcosa di salato, l'asta pulsava, insistetti sicura di quel che facevo con forza, aspirando risoluta e volitiva. Gli tastai i testicoli assicurandomi che si svuotasse tutto ed alla fine, compresso oltre ogni limite, venne. Sì venne con un raglio potente! E ne fece tanta e bella pastosa.

Lo guardai, gli parlai con quella fermentazione biancastra in bocca: “Sono proprio contenta!”. Della sborra finì sputacchiata sul suo stomaco, la raccolsi con le mani e me la portai alla bocca. “Sei sempre stato il mio sogno inarrivabile”, proferii ancora entusiasta. Lui non fiatò, mi apparve completamente straziato di piacere. “Ti è piaciuto?”, attesi col sorriso negli occhi che mi rispondesse ma niente da fare, sembrava imbambolato. Non mi arrivò alcun commento. Mi rassegnai a lasciarlo in pace e feci per andar via: “Bhe adesso… ti lascio dormire”. “Resta ancora!”, proruppe inaspettato e si ridistese sul letto aprendomi il braccio sinistro per accogliere il mio corpo.

“Va bene”, sospirai impazzendo di felicità. Guardai sul pavimento la foto caduta della sua ragazza. Nel migliore dei modi era iniziata per me la transizione democratica.