i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

[ - ] Stampante
Indice
- Text Size +
In questo preciso istante ricordo tutto, il letto mezzo sfatto, quel lenzuolo vissuto che porta ancora quegl’indizi e quei segni d’una notte di passione consumata in un sogno dedicato a lei, la scrivania in vetro piena di libri e quei fogli annotati, la sedia, il metallo nero su cui sono poggiati gli abiti che fino a poco fa portavo e poi quelle fotografie. Ebbene sì, quei vecchi ricordi della mia gioventù appesi al muro, poi l’armadio blu che richiama il cielo, la finestra socchiusa con le tapparelle abbassate, il tappeto che attualmente sento sotto le mie ginocchia e ancora il ticchettio continuo di quella goccia, che da quel rubinetto non vuole smettere di scendere e ritma implacabile e rigoroso il trascorrere del tempo.

Io rammento totalmente, perché ho fotografato ogni dettaglio prima che la benda calasse sui miei occhi, ho registrato tutti i suoni prima che i tappi mi togliessero qualsiasi possibilità di sentire altro in quel buio felpato che mi trasmette brividi e immagino d’avere la pelle d’oca. Un bavaglio mi forza le labbra, apro la bocca, sento la cinghia che si chiude dietro la mia nuca, visto che non posso più parlare se non verso me stesso, poi i polsi che s’uniscono dietro la schiena, le dita fermate a una a una con le altre, al presente non posso più muovere le mani, giacché al momento sono inerme. Anche le braccia vanno a unirsi al tronco superiore in quanto sono fissate con delle corde, dato che sento che passa alle caviglie e alle ginocchia, perché anche loro sono bloccate, considerato che non posso più muovermi.

Io la cerco con lo sguardo, però non so dove girarmi, per il fatto che il buio m’avvolge, provo a sentire i suoi movimenti, eppure è tutto inutile, perché posso soltanto affidarmi alla mia memoria e all’unico senso che mi è rimasto, l’olfatto. Annuso infatti così come farebbe come un cagnolino alla ricerca d’aromi, del suo profumo, per capire almeno dov’è posizionata, però niente, poiché è la prima volta che mi trovo in una situazione del genere, dal momento che l’olfatto non è così raffinato né sensibile da permettermi di capire, dato che posso usare esclusivamente il sesto senso per immaginare quello che potrà succedere. Il tempo scorre in modo inflessibile, io scandisco mentalmente il ticchettio di quelle gocce che potevo sentire fino a poco fa, perché scende ogni cinque secondi, cerco di riprodurre interiormente quel rumore per rimanere agganciato alla realtà, per non perdermi nello scorrere dei minuti e delle ore, dal momento che rimango disinteressato e indifferente a subire gli eventi che verranno, poiché me l’aveva detto in quanto me lo ricordo bene:

“Oggi proverai dolore, perché a procurartelo saranno quegli oggetti che nel quotidiano accompagnano la vita di ciascuno di noi, in quanto sono impensati e insospettabili, eppure talvolta ci appaiono così crudeli e spietati. Basta un po’ di fantasia e tutto può succedere”.

Io prendo in esame ogni singola parola, che cosa mi succederà? Me lo chiedo di continuo, in quanto i pensieri fanno a pugni in questa sorta d’esclusione e d’isolamento forzato che m’ha imposto. Poi avverto un colpo, un dolore intenso alla schiena mette pace conciliando i crucci nella mia testa. Il gioco è cominciato, lei è entrata nella parte, io sono qui a sua completa disposizione, la frustata non viene seguita da altre, dato che è difficoltoso capire che tipo di oggetto abbia usato. Mi sento come un foglio di carta bianca sul quale ha voluto apporre la sua firma in calce, il bruciore è insistente, percepisco anche un forte piacere bloccato sul nascere da quella cintura di castità composta da mille cinturini che m’ha imposto. Io mi concentro, chiudo forte gli occhi, spalanco le orecchie per cercare di uscire dal mio isolamento, ma è tutto inutile. Ci pensa invero lei a farmi sussultare, dato che capto distintamente il momento esatto quando un oggetto mi viene collocato tra le gambe, in quel lembo di pelle tra il mio ano e i testicoli che oltretutto vanno a poggiarsi proprio sopra. Fa male già così, a lei però non basta, perché la sento mettere una gamba attorno al mio collo, poi l’altra. Tutto il peso si concentra sulle ginocchia che vanno lentamente ad aprirsi e il mio busto va a schiacciarsi in basso su quell’oggetto.

Avverto mille punture sulle parti basse, ma che cos’ha messo lì sotto? Dev’essere un oggetto comune, ma che cosa? Poi, mentre il dolore cresce io cerco infruttuosamente di divincolarmi, ecco che giunge l’inattesa illuminazione, una spazzola per i capelli. Quello strumento che si usa per rendere più belle le chiome, per valorizzare i boccoli delle fanciulle ora è lì a farmi impazzire di male. Le setole rigide non si spostano d’un millimetro, bersagliando sempre gli stessi punti, le punture si trasferiscono nella mia mente a intermittenza, ma in modo continuo. Quanto tempo è passato? Non ce la faccio più, io provo a urlare, però è tutto inutile, il bavaglio strozza in gola il mio urlo. Ho una piccola pallina tra il pollice della mano destra e il dorso, dato che è l’unico dito che m’ha lasciato libero per sicurezza. Mi basterebbe far cadere per terra quell’oggetto sferico per interrompere tutto, ma non voglio perché adoro soffrire per lei.

Dopo un tempo interminabile la sento alzarsi e di riflesso anche il mio corpo riemerge da terra allentando la pressione su quella spazzola, poiché la toglie, adesso sono libero, se così mi posso definire vista la posizione. Passano alcuni istanti senza che succeda nulla, poiché le ultime scariche di dolore arrivano nella mia mente, per poi lasciare spazio nuovamente ai pensieri che s’accavallano mescolandosi in maniera nervosa. E adesso? Che cosa succederà? Non ci vuole molto per capirlo, perché un fendente forte e preciso s’abbatte sul mio fondo schiena, poi un altro ancora. So che non dovrei, eppure perdo il conto, visto che lei mi chiede sempre di stare attento, di non perdere la concentrazione.

La situazione però è diversa dal solito, i sensi cancellati mi fanno vivere in una realtà parallela, una materialità equivalente, da non so quanto tempo ormai dato che continua a colpire, perché sta prima ideando e in seguito disegnando il suo piacere sul mio corpo, poiché le vedo con la mente lo strascico di quelle lunghe strisce rosse sulla mia pelle. Questa volta non è stato difficile capire che i colpi sono portati con quella piccola e terribile canna di bambù che si è fatta regalare, in principio è nata per sorreggere le piante, ma nelle sue mani si è rapidamente trasformata in un pennello che invece della tavolozza per dipingere usa il mio corpo.

Lei si ferma, il mio respiro è affannato, le gocce di sudore scendono sul mio corpo, una leggera brezza dovuta probabilmente al suo spostamento mi dona un po’ di sollievo, dal momento che in contemporanea brucio di dolore e di passione, di desiderio e di devozione nei suoi confronti. La mia mente si lascia abbandonare cullandosi dal pensiero di quello che sta succedendo, dato che non ci vuole molto per capire che il mio riposo è finito, perché un’altra scarica di colpi s’abbatte sulla schiena parzialmente difesa dalle mie braccia legate. Lei ha frattanto cambiato strumento, in quanto è lo stesso che ha usato dall’inizio, giacché è la mia cintura, adesso ho capito, questa volta conto perché non voglio agire come prima, però mi sforzo: tre, quattro, le frustate sono continue, il dolore cresce, malgrado ciò si ferma, grazie padrona.

Il mio respiro torna a essere regolare, mi rilasso un po’ anche se sto andando a fuoco, sento il suo piede che mi spinge indietro, mi sbilancio e cado appoggiato sulle braccia, mentre le caviglie legate alle cosce seguono il mio corpo. Adesso sono esposto, sono a sua disposizione, sento qualcosa di freddo avvicinarsi al mio buchetto, lei sa che io sono vergine, che nessuno m’ha giammai violato, ma lei vuole compierlo per prima. L’oggetto non sembra molto grosso, la crema che ha usato ne facilita l’ingresso, eppure fa male, io scuoto la testa per quel poco che riesco, ma lei non accenna a fermarsi. Lei mi sta possedendo senza fretta, inesorabilmente, poi il dolore lascia comprensibilmente spazio a una specie di piacere tutto nuovo per me, che non posso però manifestare, poiché il mio pene è imprigionato, in quanto sento che esce, visto che non so che cosa abbia usato, poiché questa volta non riesco neppure a immaginarlo. Mentre provo a pensare sento una prima stretta ai testicoli, poi un’altra e un’altra ancora, dal momento che mi sta utilizzando come un panno da stendere, non ho dubbi. M’accorgo che sono mollette quelle che m’applica, sì, ma quante sono? La pelle inizia a tirare di qua e di là, in un continuo e costante dolore che si somma alle punture di prima. Io provo a gemere, è tutto inutile, provo sennonché a isolarmi ancora di più per scacciare quel male continuo e costante, malgrado ciò non serve neanche questo, anche perché altre due mollette si posizionano sui miei capezzoli. Sopporto almeno fino a quando un oggetto non inizia a strofinarsi contro la loro punta, esposta grazie alle mollette. Ma che cos’è? Fa malissimo, che diavolo sta utilizzando? E’ sempre la spazzola? Credo di sì, ma come faccio a esserne certo? Graffia, punge, il dolore è fortissimo, non riesco neppure a mettermi in modo d’alleviarlo e dopo non so quanto anche questa pratica finirà.

Io vengo ricollocato nella posizione originale, in ginocchio e sento di nuovo la cintura abbattersi su di me, sono stremato, questa volta non riesco a contare, alla fine sento le corde sciogliersi, prima quelle sulle gambe, poi le braccia, le dita e le mani. La circolazione inizia a tornare normale, il sangue che torna a scorrere pizzica, un altro dolore aggiuntivo. Lei m’afferra un polso, poi l’altro e me li guida sul mio pene, perché mi fa capire che devo togliere la cintura di castità. Che sollievo, poi mi guida comunicandomi che devo toccarmi. Non ci vuole molto per venire, non so dove sia finito tutto, io sospiro, dopo la sborrata sono stremato. Il bavaglio s’apre, vengo spinto in avanti fino a ritrovarmi a quattro zampe, capto che lei ha avvicinato alle mie labbra un piatto piano, io tiro fuori la lingua e lecco tutto. E’ il mio seme, lei ama trattarmi da cagnolino e anche stavolta non si è smentita. E’ tutto finito, penso, adesso mi toglie i tappi e la benda e potrò finalmente vederla. Passa però altro tempo, lunghissimo in quel buio imposto e obbligato, dato che sento d’essere in un dormiveglia particolare, provo a riaprire gli occhi e finalmente posso vedere anche se sono nella semioscurità. Provo a tendere l’orecchio e quella goccia è ancora lì, a scandire pigramente il tempo, io allungo un braccio, accendo la luce, giro ripetutamente la testa per cercarla, ma lei non c’è.

Era soltanto un sogno, un fantastico e inatteso sogno di quello che sarà. Controllando più attentamente vedo le mollette, tante in verità, una spazzola, la canna, la cintura e un contenitore di metallo che si usa per conservare i sigari appoggiati ordinatamente sulla scrivania.

Il mio corpo è segnato da tante rigature, con un mezzo sorriso sulle labbra richiudo gli occhi, perché forse il sesto senso mi dirà che cosa sia successo veramente.

{Idraulico anno 1999}