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Giulia di Lee
[ - ] Stampante Capitolo or Storia
Indice
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Giulia è nuda. Di fronte allo specchio. Il corpo è cosparso di sabbia e polvere di sabbia. Ha addosso ancora il pareo, avvolto alla bell’e meglio a tal punto che porzione delle natiche deve essere rimasto scoperto anche nella fuga dalla spiaggia. Giulia guarda i suoi occhi neri dentro allo specchio. Le lacrime le rigano il viso e spostano la polvere di sabbia dalle guance. Gli occhi sono arrossati. Ogni tanto si china nel lavandino a sputare ancora sabbia. Si sente violata. Umiliata. Da una amica della sua insopportabile figliastra. Di fronte alla sua figliastra. E alle sue amiche. Giulia piange, di fronte allo specchio, con il corpo molle, vuoto.
Lascia andare il pareo a terra. Si guarda. Il corpo pieno di sabbia. I seni umidi di crema, sudore, sabbia. I capezzoli turgidi svettano e la curva del seno è evidenziata dalla sabbia inumidita da quella miscela. Giulia abbassa una mano tra le cosce. Sente la sua umidità. È eccitata. L’umiliazione la ha eccitata. China il viso. Non riesce più a guardarsi negli occhi neri. Infila un dito nel suo sesso. Gli umori sono densi. Lo estrae lentamente e quel rivolo denso si stacca dopo vari centimetri di percorso in cui il dito rimane unito alle grandi labbra attraverso quel filo tremendamente profumato. Chiude gli occhi e inspira il suo profumo.

Si volta e si lancia nella doccia, sempre a occhi chiusi. L’acqua passa da ghiacciata a calda in pochissimi secondi. La testa è china. L’acqua scorre bollente sul corpo, bagnando i capelli. La sabbia scivola lungo il corpo, formando piccoli grumi che vanno prima a depositarsi sul piatto della doccia e poi finiscono nello scarico. Giulia ha gli occhi chiusi, è immobile, per vari secondi, mentre l’acqua toglie il grosso della sabbia. A un certo punto apre gli occhi, ma non osserva nulla di particolare. Passa le mani tra i capelli, come per districarli e lasciar fluire via i capelli raggruppati dall’acqua. Prende lo shampoo, ne prende una grossa noce nel palmo della mano e lo spalma tra i capelli. Per tre volte. Si massaggia la testa, lavando accuratamente i capelli, massaggiando continuamente le tempie.
L’acqua scende. E allo stesso modo le lacrime. Copiose. Singhiozza, sotto la doccia. L’acqua lava via la lieve copertura di contegno che cerca di mantenere nella quotidianità. Ma quel bruciore e dolore alle natiche ora prevale. Prevale la vergogna. L’umiliazione.
Piange anche mentre i capelli son lavati e inizia a pulirsi il corpo. Piange anche mentre passa le mani a pulire i seni. I capezzoli turgidi offrono resistenza ai palmi delle mani e alle dita. Inspira per un attimo. Non smette di piangere e singhiozzare. Le mani puliscono tutto il corpo. Scendono sul sesso. Lo pulisce. La parte inferiore è arrossata, per un colpo ricevuto. Il sesso è bagnato dall’acqua ma ciò di per sé sarebbe inumidito di umori densi. Lo pulisce accuratamente. Le dita schiudono le labbra e uno dei singhiozzi si converte in un brivido molto intenso, elettrico, che le percorre tutto il corpo. Trema per un attimo sulle gambe. Le mani tremano, mentre con il bagnoschiuma inizia a lavare i glutei. Li tocca come se le dita fossero seta. Bruciano. Iniziano a spuntare i lividi nei profili dei colpi della ragazzina che la ha sculacciata con il sedere nudo, esposte alle amiche della figliastra e alle ue amiche. Hanno visto il suo buco del culo. Il suo sesso. Trema. Freme, mentre allaga le natiche e pulisce dalla sabbia con cura. Chiude di nuovo gli occhi. Con la punta del medio si massaggia il buco del culo, morbidamente. Inserisce un polpastrello, spingendolo lievemente. Lo estrae improvvisamente e riapre gli occhi, fissando nuovamente un punto vuoto.

Finisce di lavarsi, Giulia, come fosse un automa. Esce dalla doccia. La luce naturale la illumina, entrando dalla finestra. Non si è nemmeno asciugata. Gronda acqua. Non prende l’accappatoio, né un asciugamano. Cammina a piedi nudi, lentamente, lasciando grondare l’acqua da ogni parte del corpo. Gli occhi vuoti. Cammina verso la stanza da letto, con la luce che ora riflette sulle sue natiche sode, bagnate, arrossate in modo tremendo. Socchiude gli occhi, una volta arrivata in camera da letto. Arriva di fronte al gigantesco specchio che sta ai piedi del letto matrimoniale. Alza lo sguardo e incontra i suoi occhi neri e un piccolo asciugamano. Lo afferra e si asciuga solamente tra le cosce e, passandolo lievemente sul culo. Tra le natiche. Lo getta a terra e osserva il suo sesso che sembra nuovamente umido. Si lascia andare sul letto, di schiena. Divarica lentamente le gambe e con lo sguardo osserva la curva delle natiche visibile allo specchio. Chiude nuovamente gli occhi. Il corpo freme. Non è ferma, vibra. La mano sinistra si avvicina al sesso e allarga le grandi labbra, mentre il medio della mano destra insiste sul clitoride, con movimenti vigorosi, continui. La destra scende, con due dita che entrano nel sesso umido, morbido, accogliente, burroso. Lo schiude completamente, mentre il polso impazzisce. Ansima, Giulia, mentre la mano affonda colpi sempre più forti, velocissimi. Ansima a bocca aperta, in modo sguaiato, come se effettivamente qualcosa la stesse scopando come la più invitante e accogliente e desiderata delle puttane. La vergogna. L’umiliazione le bruciano il cervello. Le dita diventano tre e i colpi ormai non sono più colpi ma un ritmo continuo, forsennato. Urla, improvvisamente, mentre un flusso denso di umori è ormai condensato sulle dita. Le gambe tremano e lasciano quella posizione in tensione. La mano si muove velocemente anche durante quell’urlo e fremito. Poi dolcemente le dita tornano a essere due. Continua il movimento in quella miscela densa, tremendamente umida. Rantola lievemente. Estrae le dita e con indice, medio e anulare a coppa preme sul suo sesso, raccogliendo umori e portandoli alla bocca. Lecca le dita. Riapre gli occhi e osserva il soffitto, ancora ansimando, lievemente, però, ora.
Fissa il vuoto. Umiliazione.
“Mammaaaaaa” sente dalla stanza in fianco. “Che stai facendoooo?”, la voce fastidiosa della figliastra. Chiude gli occhi. Vergogna. Umiliazione.