i racconti di Milu
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Ero concretamente imprigionato nel traffico caotico e frenetico del lunedì mattina, avevo già perso una buona ora nel cercare un indirizzo, imprecando e maledicendo a tutto spiano quegl’infiniti sensi unici che qualche assessore dissennato e sadico addetto all’urbanistica aveva sparpagliato qua e là tra l’altro senza risparmio e senza senso per tutto il centro della città, quando all’ennesimo semaforo rosso fui affiancato da una ragazza in motorino. Erano i primi giorni di maggio, però quel caldo inatteso e soffocante era arrivato notevolmente in anticipo, giacché aveva costretto la gente a un precipitoso e rapido cambio del guardaroba. La ragazza, invero, aveva scelto di lasciare scoperta un’ampia porzione della propria pelle, mostrando generosamente le gambe snelle e già abbronzate con una bella scollatura messa in risalto da un bustino molto ridotto, mentre una cascata di capelli castani fuoriusciva da sotto il casco ricoprendole le spalle come un mantello.

In attesa del semaforo verde che scattasse lei si voltò a osservare il suo vicino di fila. Io dovevo essere in uno stato pietoso e scadente, dato che il condizionatore funzionava poco e male, grondavo sudore come una fontana e la camicia s’era appiccicata addosso come una seconda pelle, il contrario di come avrei dovuto presentarmi all’appuntamento per il quale sarei dovuto essere già presente, lei intanto mi sorrise:

“Non devo essere un piacente spettacolo, vero?” - accennai sorridendo.

“Osservandoti da vicino appari leggermente strapazzato, in effetti non sei per niente male” - rispose.

“Sei molto gentile. Scusa, sapresti indicarmi la via più breve per raggiungere via Brecht, tenuto conto che è da parecchio tempo che viaggio a vuoto?”.

“Dove devi andare di preciso?” - sollecitò lei.

“Devo recarmi presso lo studio legale associato dell’avvocato Neri. Sapresti suggerirmi come si arriva là?”.

“Certamente, quest’oggi sei proprio favorito dalla sorte, non ci crederai ma io sto andando proprio lì, dai seguimi”.

In quel momento scattò il semaforo verde, partii cercando di non perderla di vista mentre s’infilava disinvolta e spedita tra le autovetture. In verità fu realmente un vantaggio della buona sorte averla incontrata, infatti, dopo qualche minuto arrivammo a destinazione, lei trovò subito dove parcheggiare il motorino, mentre io dovetti girare ancora un po’ per sistemare la macchina. Afferrai la mia valigetta e mi diressi verso il portone del palazzo, visto che lei mi stava aspettando lì davanti. Nel frattempo si era sfilata il casco sistemandosi i capelli. Era davvero una bella ragazza, piuttosto alta, snella, probabilmente non aveva più di vent’anni e mi presentai:

“Ciao, mi chiamo Mario. Non saprei come ringraziarti, perché senza il tuo aiuto forse non ce l’avrei mai fatta ad arrivare fin qui” - tendendomi la mano.

“Piacere, io sono Elena. Non c’è di che, perché è stata una cosa da niente, conosco bene la strada”.

Suonai al citofono, mentre una voce distaccata e fredda d’una donna disse qualcosa che non intesi bene, comunque risposi che avevo un appuntamento mezz’ora prima con il difensore:

“La informo che il giureconsulto si è assentato per una seduta presso il palazzo di giustizia, mi rincresce - rispose la voce laconica e sintetica al citofono.

“Porca puttana, lo sapevo, maledetto traffico” - esclamai in modo esagitato scagliando un pugno in maniera rabbiosa contro il portone di legno. Elena sogghignò osservando allietata e visibilmente divertita la scena alla quale aveva assistito:

“C’è poco da ridere cazzo. Ho sprecato una giornata di ferie, merda”. Tutto questo aspetto la fece ridacchiare maggiormente, perché in quel frangente dovevo essere stato davvero goffo, inelegante e ridicolo:

“Guarda che da papà c’è da aspettarsi questo e altro. Ci scommetto che in tribunale non c’è nemmeno più andato, perché è più facile, anzi, è sicuro che sia andato a scopare con la sua amichetta, te lo garantisco”.

Io rimasi pienamente sbalordito e turbato, di sasso e del tutto sconcertato. Dunque Elena era la figlia dell’avvocato. Meno male che non avevo riferito esponendo a voce alta tutto quello che mi era passato per la mente, sennonché lei mi prese a braccetto rincuorandomi:

“Mi sa che non valga nemmeno la pena d’aspettarlo, perché se le cose stanno così come penso prima di questa sera non si farà rivedere. Vieni, che andiamo piuttosto a bere qualcosa che sto morendo di sete, offro io per farmi perdonare d’avere un padre così briccone e canaglia”.

Adagio c’incamminammo conversando verso il lago che offriva una splendida vista di sé baciato dai raggi del sole mattutino, parlando amabilmente come dei vecchi amici anche se la nostra conoscenza risaliva a pochi minuti prima. Ci fermammo in un bar sul lungolago a poca distanza dallo studio del papà:

“Sono anni che mio padre ha un’altra donna, lui le fa compiere la bella vita, la scopa ogni volta che può e come vedi dà delle sonore fregature ai clienti. A mia madre sembra non fregargliene un granché, giacché per lei l’importante della questione è che non se ne vada di casa, perché a ragion veduta deve salvare concretamente le buone maniere, effettivamente le forme e le apparenze, anche se ormai penso che tutti sappiano della nostra romanzesca situazione”.

Elena esponeva quel concetto parlandone con distacco e con una certa insensibilità, come se si trattasse della vicenda d’un conoscente qualunque e non del proprio genitore.

“Vedi Elena, non sempre le cose procedono svolgendosi come vorremmo, a volte la vita che avanza ti presenta delle occasioni alle quali un uomo difficilmente s’astiene e stentatamente rinuncia, specie se quelle occasioni hanno degli occhi incantevoli come i tuoi” - abbozzai io.

Io avevo già dimenticato il motivo per il quale cercavo suo padre, adesso c’era lei al centro dei miei pensieri scompigliando volutamente la mente.

“Che cosa fai, ci stai provando?” - disse lei sorridendo con furbizia e con una sottintesa scaltrezza.

“Perché, la cosa per caso ti sorprende? Sai di essere aggraziata e vistosa, direi piacente e non fai niente per nasconderlo” - accennai indicando il minuscolo gonnellino. Lei sorrise in maniera candida apprezzando la mia personale nozione.

“Se una donna ha delle cose belle da fare vedere, non vedo perché le deve nascondere, no?” - commentò decisa lei.

“Sono perfettamente d’accordo. Non lo sarà altrettanto il tuo ragazzo, immagino che farai voltare più d’un uomo portando in giro tanto ben di Dio”.

“Non è il mio caso fortunatamente. Io sono felicemente nubile per il momento, però non mi faccio mancare niente lo stesso” - disse ammiccando.

“E tu?”.

“Purtroppo mi faccio mancare parecchie cose, ma non per mia espressa volontà. Non mi capita tanto spesso d’incontrare ragazze così belle e a quanto pare piuttosto emancipate e sciolte, o sbaglio?”.

“Non sbagli per nulla. Io prendo ciò che mi piace quando posso, non lo nego, sono una persona disinvolta, libera e spedita. Per esempio, il nostro incontro non è stato casuale, perché era da un pezzo che ti seguivo nel traffico e avevo voglia di conoscerti. Il fatto che oltre che figo tu sia anche simpatico è diventata davvero una gradita e piacevole sorpresa. Ora, finiti i convenevoli ti va di farmi divertire un poco?”.

“In che senso?” - chiesi non comprendendo bene il concetto.

“Dai, non fare il finto ingenuo, che cosa può fare un uomo per intrattenere una donna, portarla forse al cinema?” - abbassando il tono della voce e sussurrandomi frattanto all’orecchio:

“Ho voglia di fare l’amore, adesso, subito”.

Io rimasi manifestamente confuso e interamente spiazzato, dal momento che era la prima volta che ricevevo una proposta così allusiva, esplicita e lampante da una donna. Vedendo che non mi decidevo Elena s’alzò, lasciò una banconota da dieci euro sul tavolino e afferrandomi per mano m’invitò a seguirla:

“Non sarai per caso un invertito, almeno spero” - mi bisbigliò all’orecchio.

Come risposta io le diedi una sonora pacca sul sedere e lei rise divertita. Ci dirigemmo verso la mia auto, salimmo a bordo, infine con un po’ di difficoltà le domandai:

“Non ho un posto dove portarti, farlo in macchina è piuttosto misero e squallido al tempo stesso, per di più in pieno giorno. Tu m’hai colto davvero impreparato. Hai qualche idea migliore?”.

“Abbiamo una casetta di famiglia poco fuori città. Se mio padre non ha cambiato posto al nascondiglio delle chiavi, lì potremo stare tranquilli, fidati”.

Io misi in moto e seguendo le sue indicazioni raggiungemmo in poco meno di mezz’ora una riparata località su d’una collina, dalle quali si poteva ammirare una splendida vista sul lago. Ci fermammo nei pressi d’uno spiazzo dal quale raggiungemmo a piedi la casa di campagna. Non era prudente parcheggiare nel cortile, qualcuno avrebbe potuto notarci. Elena si mise ad armeggiare attorno a un grosso vaso di terracotta, poi con un gesto esultante mi mostrò le chiavi di casa, senza dire una parola aprì la porta e m’introdusse in una stanza buia:

“Aspetta che vado ad accendere la luce”.

Sgusciò nell’ombra alla mia destra e dopo pochi secondi l’ambiente fu rischiarato da una piacevole luce diffusa da una grossa plafoniera sopra le nostre teste:

“Sarà meglio non aprire le persiane. Qua attorno sanno tutti che in questa stagione noi non veniamo mai, quindi se qualcuno s’accorge che la casa è aperta potrebbero avvisare i miei genitori e rovinarci tutto” - precisò lei in modo accorto.

In seguito m’accompagnò attraverso un breve corridoio, quindi mi condusse su per una scala fino al piano superiore, dove si trovava la zona notte, aprì la prima porta che incontrò sulla sua destra e mi fece entrare:

“Questa qua era la stanza dei miei genitori, adesso dormono separati, penso siano anni che non scopano più insieme”.

Tutto questo lo diceva con estremo disinteresse e con considerevole distacco, come se stesse parlando di dimenticati e lontani conoscenti e non dei suoi attuali genitori:

“Mettiti comodo, intanto io vado a darmi una rinfrescata”.

Dalla stanza da letto si entrava direttamente a una stanza da bagno piuttosto ampia, dotata d’una piccola vasca con l’idromassaggio. Non c’è che dire, l’avvocato sapeva spendere e utilizzare bene i costosi onorari che si faceva pagare. Elena non si curò minimamente di chiudere la porta, anzi, fece di tutto per farsi notare, mentre con dei gesti studiati si liberava di quel poco che aveva addosso. Con un leggero movimento dei fianchi fece scivolare per terra lo striminzito gonnellino, alzando lo sguardo allo specchio come per accertarsi che la stessi guardando. Non poteva che essere così. Era bella oltre ogni reale immaginazione, nella straordinaria freschezza della sua giovane età. Fece scorrere l’acqua nella vasca per preparare un bagno tonificante, piegandosi in avanti e mostrando una vista straordinariamente interessante, poi tornò davanti allo specchio come per compiacersi e rallegrarsi in ultimo della sua prorompente bellezza sistemandosi i capelli.

Io mi spogliai rapidamente e m’affrettai nel seguirla nella stanza da bagno, mi fermai appena dietro di lei accarezzandole i fianchi e baciandole le spalle nude, esplorando la sua pelle vellutata con tocco lieve passando dalla pienezza dei seni tondi al ventre piatto fino alla valle del piacere, ricoperta da un manto morbido come la seta. Feci scorrere una mano tra le labbra della fica già umida di secrezioni facendola aderire al mio corpo, strofinandole l’asta già rigonfia lungo il solco delle natiche, mentre le solleticavo il clitoride. Elena mugolò per l’eccitazione ricoprendo con una mano la mia e premendola ancor più forte contro il suo pube, mentre allungò l’altra dietro di sé alla ricerca del cazzo attorno al quale serrò la sua piccola mano. L’orgasmo arrivò per lei quasi all’istante cogliendola nettamente impreparata, talmente intenso e travolgente al punto che temetti sarebbe svenuta. I suoi tratti riflessi allo specchio sembravano trasfigurati, ma la scintilla che brillava nei suoi occhi lasciava avvertire e intendere che il traguardo da raggiungere era ancora lontano. Si voltò inginocchiandosi finendo con il viso all’altezza giusta, per iniziare ciò che in quel momento era comprensibile e logico aspettarsi da lei.

Lei agguantò l’asta con una mano, mentre con la lingua iniziò a tracciare cerchi attorno alla cappella, avvolgendola dolcemente con le labbra per poi lasciarla uscire facendo scorrere la lingua per l’intera lunghezza fino alla base, per poi risalire e infine introdurselo fino in fondo alla gola con grande e piena disinvoltura. Mi lavorò così brevemente esaurendo e fiaccando ahimè ben presto la mia resistenza. Quando avvertì approssimarsi il momento culminante strinse ancora più forte il cazzo, facendo scorrere velocemente avanti e indietro la mano, spalancò la bocca staccandosi da me ricevendo infine gli schizzi un po’ ovunque, sul viso, tra i capelli, in bocca e sulle tette che puntavano impertinenti verso l’alto. Recuperò con le dita il seme sparso qua e là sul suo corpo, per poi leccarlo golosamente fissandomi negli occhi con uno sguardo che definire lascivo e scostumato sarebbe poco. Dopo che ebbe terminato di ripulirsi si sollevò dirigendosi verso la vasca da bagno, dove attivando l’idromassaggio entrò facendomi cenno di seguirla. Leggermente malfermo sulle gambe entrai anch’io nella vasca, sedendomi sul fondo, lei fece altrettanto facendo nuovamente aderire le natiche sode al mio cazzo, in quel frangente in fase di momentaneo riposo. Io l’abbracciai delicatamente tornando a giocare con i suoi seni pieni, pizzicandole i capezzoli senza tralasciare di stimolarle la fica, percorsa dalle infinite bollicine che i getti della vasca lanciavano in tutte le direzioni. Si capiva che non si sarebbe mai accontentata del mio dito, si girò afferrandomi il cazzo in mano con delicatezza puntando sul glande e adoperandosi in un sapiente lavoro riportò in breve tempo il guerriero in condizioni di combattere. S’alzò in piedi, poi si voltò mettendosi carponi esibendo senza pudore le natiche sode, mentre l’acqua piena di bollicine le bagnava il pelo del pube, con un’espressione colma di desiderio mi guardò in modo fisso negli occhi enunciandomi:

“Avanti, mio cavaliere, montami come un cavallo di razza”.

Io mi disposi dietro di lei e tenendomi ai suoi fianchi per paura di scivolare puntai la cappella contro le natiche, lei m’anticipò e con guizzo impugnò il cazzo guidandolo dritto dentro di sé con un ben assestato colpo di reni, infilandoselo completamente con un unico movimento ed emettendo un profondo gemito di piacere. Ci accordammo per un ritmo ben sincronizzato, anche se il livello dell’acqua rendeva i miei movimenti piuttosto disagevoli. La sua fica morbida aderiva strettamente, provocando uno straordinario massaggio lungo l’asta, risucchiandomi al suo interno con un suono liquido. Cercò, per quanto glielo consentisse l’essere immersa nell’acqua d’accelerare i movimenti, sentendo evidentemente avvicinarsi il culmine del piacere, che immediatamente la travolse sconquassandola nel corpo come una scossa di terremoto. Elena gridò come un animale ferito, mentre io l’artigliavo per i fianchi cercando di raggiungere a mia volta l’orgasmo:

“Non così caro cavaliere, i programmi adesso proseguono sul secondo canale” - manifestò lei bloccandomi in maniera decisa.

Io sfilai il cazzo con studiata lentezza percorrendo all’inverso quel luogo così confortevole, puntando poi la cappella contro la seconda apertura che temevo non sarebbe stata altrettanto facile da violare. Spinsi con decisione per far entrare almeno la cappella, poi attesi qualche istante affinché s’abituasse al nuovo ospite:

“Spingi, dai pigia, che così mi fai morire. Avanti, che cos’aspetti, infilamelo tutto” - mi propose lei con la voce diventata roca, quasi irriconoscibile.

Io l’agguantai strettamente per i fianchi e con un deciso colpo di reni le infilai completamente il cazzo fermandomi un attimo in fondo per poi ripartire, riversandole colpi profondi che le facevano sobbalzare vistosamente i glutei. Elena ansimava dal piacere, mentre io le trapanavo con violenza crescente la fica, come se volessi farglielo arrivare chissà dove. Il contatto era massimo, era stato abbastanza agevole entrare in lei, ma adesso mi sentivo avvolto come da un guanto strettissimo che mi provocava sensazioni impareggiabili, straordinarie e uniche. Introdussi un dito nella sua fica risalendo verso il clitoride, solleticandolo sulla punta finché non raggiunse un nuovo e travolgente orgasmo.

Uscii dalla sua fica, lei si girò facendomi sedere sul fondo della vasca, montando cavalcioni e impalandosi con un gesto esperto e iniziando ad andare su e giù come una forsennata, cavalcandomi come un’indemoniata e masturbandosi con una mano, mentre con l’altra si massaggiava un seno, stimolandosi con le dita il capezzolo eretto. Fummo ben presto entrambi travolti da una nuova ondata dell’orgasmo di un’intensità irresistibile e sconvolgente. I nostri corpi avevano vibrato all’unisono come due strumenti ben accordati, mentre l’acqua spumeggiante di bollicine avvolgeva i nostri corpi appagati, avvinghiati e sfiniti dal piacere:

“E bravo il mio bel lancillotto” - affermò Elena con un filo di voce.

“Hai usato bene la tua arma. La tua Elena attenderà il prossimo torneo dopo che ti sarai ripreso”.

Trascorremmo l’intera giornata nella casetta di campagna, facendo ancora l’amore nei posti più diversi, sul tavolo della cucina mentre preparavamo qualcosa da mangiare, nella stanza da letto, meno provocante ma infinitamente più comoda, saziandoci di sesso come in nessun caso mi era capitato nella vita, perché solamente verso sera inoltrata scendemmo in città. Durante il tragitto ci tenemmo per mano, tra di noi si era creata un’armonia e un’intesa, che andava probabilmente al di fuori di quello che ci saremmo immaginati quando tutto era iniziato.

“Scusa se te lo chiedo, ma che cosa ci sei venuto a fare da mio padre stamattina?” - disse lei rompendo inaspettatamente il silenzio.

“Sto iniziando le pratiche di divorzio e avendo bisogno d’un buon matrimonialista m’avevano indicato in lui la persona giusta. A conti fatti, forse è meglio che mi rivolga a un altro, perché non vorrei che si verificasse un conflitto d’interesse, tenuto conto che gli ho scopato la figlia”.

“Non è da me che devi divorziare, anzi, quasi rinuncio alla mia vita da single, perché uno che fa l’amore così, per il fatto che non posso lasciarmelo sfuggire” - disse lei sorridendo.

Inutile e superfluo dire che ci mettemmo assieme all’istante. Da allora è passato qualche tempo e le cose tra di noi vanno e proseguono piuttosto bene.

Mi sono disimpegnato e in ultimo definitivamente liberato da una moglie fastidiosa e scomoda, però in compenso mi sono ritrovato tra le palle una suocera, che ha tutta l’aria e l’intenzione di volersi fare una scorpacciata di sesso con il sottoscritto.

Speriamo bene, chissà.

{Idraulico anno 1999}