i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Lei diventava bella e leggiadra, quando io le passavo due dita su quella guancia bisbigliandole all’orecchio Pina piegati, dato che non avevo bisogno d’alzare la voce né di ripetere l’ordine. Lei interrompeva quello che stava facendo, qualunque cosa fosse, una lettura, un pensiero, un compito, e per qualche istante assumeva un’aria affannata con le narici dilatate in un breve impaccio sospeso tra l’ansia di spuntarla e fra l’emozione di rivelarsi.

Lei mi guardava senza sorrisi e senza tristezza, come un cerbiatto appena giunto allo stagno per l’abbeverata con gli occhi vigili e il fiato in lieve affanno, dal momento che sa il pericolo che corre, ma che conosce percependone anche l’intimo piacere di soddisfare la sete. In tale maniera Pina sapeva il rischio del dolore, eppure amava l’attrazione e quel fascino sottile dell’obbedienza, in quanto non era sottomissione la sua né tanto meno autolesionismo, era ogni volta in verità una scelta consapevole e intenzionale, una condivisione d’intenti e di scopi, un implicito scambio di doni e poche parole svelate fra di noi in quegl’intensi momenti.

Pina nella sera si svestiva placidamente come un’educanda, quando il candore e il pudore l’accompagnava perfino nella solitudine della sua stanza, mi voltava le spalle e cercava un angolo in penombra badando bene nel liberare i propri gesti da ogni accenno di sensualità. Si comportava invero come se tutta la sua attenzione fosse concentrata nel ripiegare con cura su d’una sedia gl’indumenti che andava sfilando, dal momento che io amavo il suo frusciare pacato e silenzioso. A ben vedere c’era qualcosa di religioso nella sua indolente nudità, il rosario delle vertebre, la crocefissione delle braccia, la schiena bianca come un panno d’altare, ciò nondimeno soprattutto l’offertorio che faceva di sé stessa. Pina m’offriva la sua pelle da battere e d’amare, durante il tempo in cui io restavo seduto sulla poltrona ad ammirare il suo muoversi sereno, senza conoscere quale tipo di posa volesse dare al proprio corpo. Era lei a decidere come piegarsi nel migliore dei modi, perché era da quella piega assunta del momento che si poteva stabilire in definitiva la condotta e la gestione esatta delle nostre azioni successive.

Pina se stava in piedi, si chinava alla parete appoggiandovi i palmi aperti, poiché era un invito implicito che io mi dedicassi ai suoi glutei muscolosi con la bacchetta di bambù. Se lei si stendeva sul tavolino basso tra i divani era l’offerta della schiena al cuoio sottile, viceversa se s’inginocchiava alla musulmana invitava il legno flessibile nel benedire quelle tenere piante dei piedi. Poteva addirittura decidere di piegarsi sulle mie ginocchia per ricevere il calore accecante delle mani, oppure d’abbracciare a modo d’angolo retto il piano del tavolo lasciando in questo caso a me la scelta, se percuoterla e dove, oppure visitare subito uno dei suoi santuari e quale di essi.

Erano istanti carichi e vivaci quelli che precedevano l’azione, giacché eravamo un’anima e una vitalità sola in quel momento. Un’armonia d’intenti, l’offerta e la domanda, che venivano precisamente a coincidere combinandosi in silenzio, dato che le parole avrebbero sciupato deformando e spiegazzando la magia del suo precedermi. Ebbene sì, perché Pina anticipava sempre con minuziosa esattezza il mio desiderio del momento e disponeva il proprio corpo conformemente alla precisa geometria del mio volere, prima ancora che io lo avessi concepito nei dettagli. Era questo suo esemplare modo d’adattarsi così come farebbe l’acqua alla forma del bicchiere, che m’appassionava coinvolgendomi ogni volta.

Mi sarei tranquillamente agganciato e fermato lì rimanendo seduto alla poltrona senza fare altro, se non adorare ammirando amorevolmente la piega del suo corpo, Il resto erano solamente atteggiamenti e gesti d’amore.

{Idraulico anno 1999}