i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Fa un freddo porco! Cosa mi è venuto in mente di uscire a correre!
Ho la maglia termica a maniche lunghe, ma i polmoni si aprono inondandosi di aria gelata. Per fortuna è sereno, e i raggi di sole scaldano la pelle.
Saltello sulle punte dei piedi, più per il nervoso di essermi alzato dal letto la domenica mattina per la mania salutista che per riscaldare la muscolatura.
Chiudo a chiave la macchina nel parcheggio della pista ciclabile e inizio a camminare verso il nastro di cemento che si sviluppa all’interno del parco. Non avrei avuto la forza di volontà di lanciarmi da solo all’interno di un bosco o delle strade di campagna: dopo tanto allenamento è giusto anche darsi ad un’attività sportiva più gratificante, incrociando ad un buon ritmo altri runner e godendo delle bellezze naturali. LE runner, ovviamente.
Inserisco lo smartphone nella custodia, collego gli auricolari, avvio l’app per rilevare la sessione, e pompo Sia nelle orecchie.
I passi si allungano, il ritmo aumenta. Lascio che i muscoli reagiscano all’impatto col freddo con calma, trottando per qualche minuto a bassa velocità. Sento le spalle, gli addominali, le braccia tese per i pochi gradi nell’ambiente. Non appena trovo la lucidità per rilassarmi e sciogliermi, divento automaticamente più rapido.
Mi sento una macchina ora. Supero il terzo-quarto chilometro e con esso il momento fino a cui si ha voglia di smettere e tornare indietro, e il fiato diventa regolare, profondo, efficace.
Supero podisti della domenica, uomini che arrancano in tutine superfighe, occhiali da sole, acido lattico e crisi di mezza età, famiglie a passeggio, donne atletiche dalla figura tagliente, che probabilmente sono al 55esimo chilometro della mattinata. Ogni tanto trovo anche qualche bella ragazza che corre la sua mezzora per rimanere bella come un’eterna adolescente, e qualche donna più matura tonica, decisa e con lo sguardo fisso avanti a sé, determinata nel suo voler coltivare lo status di milf. Non posso che approvare con ammirazione.
Mi asciugo il sudore con una manica mentre le fibre di cosce e polpacci si allungano e accorciano rapidamente a ritmo di musica. Ho iniziato da quaranta minuti e posso cominciare ad essere soddisfatto di questa mattinata invernale. All’improvviso, dietro una curva, scorgo un miraggio: un paio di leggins grigi saltellano come le zampe di una gazzella, incorniciando senza lasciare nulla alla fantasia un culetto che deve aver percorso innumerevoli chilometri di corsa.
Non un bel culo. Un culo atletico, sportivo. Un culo superlativo. Allargo impercettibilmente il sorriso, e mi lascio avvicinare lentamente, senza forzare. Non voglio oltrepassare questa meraviglia della biomeccanica subito: voglio godermi un meritato trofeo. Mi avvicino e posso godere completamente della figura di questa ragazza. Non è piccola. Avrà 30 anni. Ancora meglio. Ha muscoli definiti, da donna matura. Corre ad un ritmo non scatenato, ma chi sono io per giudicare tanto piacevole impegno? Ha capelli castani raccolti in una coda alta, che danza richiamando con sorprendente sincronia le contrazioni di quei glutei tondi.
Ha una figura snella, sinuosa, una maglietta termica nera che mostra un corpo tonico. Ha braccia affusolate, come il collo e le gambe, e io, alla faccia del freddo, della fatica e del sangue impegnato a fluire nei miei muscoli, sento vita nei miei pantaloni.
Avvicinandomi alla mia musa della corsa, sento l’uccello che mi si gonfia inesorabilmente. Non è qualcosa di volontario, ma ogni volta che rimbalzo a terra, me lo sento più pesante, più turgido.
Affianco e supero lentamente la mia preda. Non posso certo intavolare un approccio col fiatone, mi limito a guardarla con un cenno di stima per il suo gesto atletico e le abbozzo un mezzo sorriso.
Mi metto davanti a lei, deciso a mostrarle come si corre, al costo di tornare a casa con un’embolia, quando con somma sorpresa sento i suoi passi aumentare di cadenza. Percepisco un aumento di ritmo e il rumore delle sue scarpe si adegua alla mia velocità.
Mi sta succhiando la scia, ‘sta stronzetta!
Tengo una postura composta, con la schiena eretta, il passo lungo e leggero, la lascio osservarmi e studiarmi.
Iniziamo un gioco masochista e piacevole di inseguimento, in cui non forzo il mio passo, perché non voglio staccarla, e in cui lei si adegua ad una velocità che evidentemente non le appartiene. Ci rincorriamo così per qualche chilometro.
Poi lei mi grida “Basta!”
Mi giro rallentando e la vedo inchiodarsi senza più energie, in un’esplosione di capelli che le si incollano sul sudore, con le sue scarpe da corsa che frenano il suo moto.
Ha un sorriso stampato in faccia e si avvicina finché non si ferma davanti a me, piegata sulle gambe.
Mi ha distrutto. Ho un fiatone che non mi fa parlare. Un po’ sorpreso provo a ricompormi. Mi asciugo la fronte grondante e mi rendo conto che il mio pene le sta puntando la faccia da sotto i pantaloncini.
Mi piego allora imitandola. Sorrido come un idiota e mi appoggio ad una sua spalla. Sembra un uccellino affannato, il petto le si gonfia ritmicamente sollevando il suo seno scarso.
“Mi hai fatto faticare”, le dico ridendo.
“Volevo vedere se ti stavo dietro” mi risponde con aria di sfida.
“Sei stata una bella compagna di corsa. Mi hai messo un po’ d’ansia, ma è stato piacevole”. Lei sorride di rimando, rispondendo con sospiri di approvazione.
Provo a rilanciare: “Si vede che sei una tipa sportiva, corri forte. Anche se forse potresti provare con un appoggio più di avampiede mentre corri...” – Ansimo – “Giusto per dare un consiglio eh, hai un gesto che mi piace molto...”.
Mi alzo in piedi. Stacco il braccio da lei, che intanto ha slacciato la sua maglia mostrando un top sportivo aderente al suo busto, con quelle tettine inturgidite dal freddo e la pelle imperlata di sudore. Annebbiato dalla fatica, non mi accorgo che, accovacciato davanti a quella creatura dal naso appuntito, il sangue smette di fluire ai muscoli e al mio tronco, e mi gonfia il membro come un randello.
Lei mi osserva dal basso. Per un attimo smette di ansimare e trattiene il fiato.
“Ho visto, come ti è piaciuto il mio gesto...” bisbiglia con un ghigno diabolico.
Mi giro colmo di vergogna ed entro nel prato che costeggia la pista. Mi appoggio ad un albero. “Sì, intendo, sei elegante. Poi, con tutta questa attività, ci vuole un po’ di stretching per allungare i muscoli”.
La gazzella si alza aiutandosi con le mani, stanca. Il suo culo si spreme con fatica per riportarla in posizione eretta, e il mio uccello continua a muoversi nei pantaloni.
Mi piego per allungare i bicipiti, toccando le punte dei piedi. E soprattutto per nascondere la mia erezione.
Lei abbozza qualche esercizio, poi si sdraia su una panchina tiepida in legno. Il sole la bacia. Il torace le si solleva ancora ritmicamente per la fatica, e tiene le gambe piegate, leggermente divaricate.
Ha una sinuosità magnetica. Ed è qui con me. In un parco. Mi sorride inventando sciocchezze, parlando del più e del meno, di cos’ha mangiato a colazione, di quanti chilometri percorre a settimana.
Decido che ha bisogno di allungare anche i suoi muscoli teneri. Mi avvicino a lei e le raccolgo una gamba.
E’ soda come la immaginavo, muscolosa, flessuosa. La sollevo tenendola per il polpaccio e la stiro, tenendola lungo il mio petto.
Lei mi guarda sorridente, la bocca semiaperta.
Le abbasso la gamba accarezzandola gentilmente, e passo all’altra. La porto a me e la spingo dolcemente con il mio corpo.
Il mio pene, attraverso la stoffa, le accarezza l’arto.
Vedo i suoi leggins bagnati dalla fatica, e soprattutto lungo l’inguine sono scuri e umidi forse non solo per il sudore. Come sono attillati. Si vede il monte di Venere.
Tengo la gamba tra le mani, e spingo dolcemente il mio uccello su di lei.
“Sei bravo a fare stretching”.
Smette di parlare. Mentre sto spingendo ancora la sua coscia, lei la piega portandosele entrambe al petto, tenendosi le ginocchia con le mani.
Io mi chino. Le accarezzo le cosce: ora stringono al loro interno la sua patatina, i solchi inequivocabilmente bagnati dal suo piacere post-corsa sono come acqua fresca per me. Le spingo con fermezza verso il suo volto arrossato, e con un movimento circolare le divarico, facendo emergere i segni dei suoi umori.
Le percorro con le mani l’interno delle gambe, dure per l’attività fisica, finché trovo la carne più morbida.
La accarezzo e la tengo tra le mani, inumidendomele e sentendo tutto il fuoco che sprigiona.
Di colpo serra le gambe come una tenaglia e si alza in piedi.
“Ma cosa stai facendo, scemo?” Mi chiede rimproverandomi.
“Sei proprio un porcellino...” Mi afferra la punta del pene con una mano e la studia con le dita, dandomi dolore, con la cappella ormai umida che sfrega sulla stoffa.
Mi prende per mano e mi conduce dietro a dei pinetti, gli unici alberi ancora verdi che offrano un riparo.
La osservo mentre camminiamo fianco a fianco. Ha degli occhi da gatta azzurri che sorridono, anche se incrociamo lo sguardo più volte con uno strano pudore, sapendo di fare una follia.
Ci nascondiamo ai pochi sguardi rimasti lungo la ciclabile. Mi abbassa i pantaloni e i boxer sudati, l’uccello balza fuori come un saltatore con l’asta, e lei lo acchiappa con le dita esili. Potrebbe stringermelo con tutta la forza che si ritrova in quelle manine e mi farebbe solo piacere.
Mi guarda ridendo mentre apre le labbra sottili e lo mette in bocca. Ha delle splendide rughe fini intorno agli occhi, non posso far altro che ricompensarla muovendole dentro la testa il mio cazzo.
Mi afferra il culo, muscoloso e ancora più sodo per i chilometri macinati questa mattina.
La sento che mugola e che affonda le unghie nella mia carne, eccitata.
Sento la sua voglia che si trasforma in un gioco frenetico ma sapiente di lingua, che mi si attorciglia fin quasi a trascinarmi in un orgasmo contro la mia volontà.
Estraggo l’uccello da quel bel faccino e mi chino. La sdraio davanti a me tenendole la vagina nella mia mano, quasi a trasferire il calore vitale che rilascia. Lei inarca il suo favoloso culo e mi permette di sfilarle i pantaloncini. Ha una fighetta profumata, che stilla commoventi fili di umore denso, come la tela di seta di un ragno, e delle labbra ben definite che spuntano in un praticello curato.
“Che spettacolo”, le dico mentre mi insinuo nel suo ventre. La sento ridere, prima che la mia bocca inizi a baciarla e a farla mugolare.
Mi dedico a lei con piccoli baci e leccate prima dolci e poi svelte, riempiendola di suoi succhi e di mia saliva, roteando intorno al suo clitoride.
Forse anche lei vorrebbe prolungare il suo piacere e la sento implorare più volte di smettere. Ma senza abbastanza convinzione, e io aumento i ritmi della nostra attività aerobica finché mi stringe le gambe attorno alla testa, sollevando il sedere e contraendo ogni suo muscolo.
Le permetto di respirare dopo la sua implosione di godimento, poi la bacio gustando la sua lingua morbida. Ci scambiamo i sapori. Ci accarezziamo.
La alzo. Ho un pensiero fisso dal primo momento in cui l’ho vista.
Ci guardiamo occhi negli occhi e limoniamo velocemente come dei ragazzini, mentre il mio pene duro si infila tra le sue gambe, accarezzandole la fessura.
Poi la giro e lei, sorridendo nuovamente, si appoggia all’albero che ha di fronte.
Inarca la schiena mostrando ogni suo muscolo, ogni sua vertebra.
Io afferro con le mani le sue natiche, le mescolo con le dita, le impasto, ma tornano sempre a guardarmi. Le apro, bacio il suo buchino e lo lecco. Percorro tutto il suo solco, mangiando la sua carne, salata, saporita. Voglio avere di fronte questo spettacolo mentre possiedo questa donna.
Appoggio il mio pene rigido e gonfio alle labbra della sua figa. Sono ben tornite e strette, ma tutto il suo umore oleoso mi fa scivolare dentro di lei vincendo questa piccola resistenza. La sento roteare il bacino, accompagnare armoniosamente il mio incedere nella sua carne.
Le percorro la schiena coi polpastrelli, le accarezzo il costato, raggiungo un suo capezzolo e lo torturo provocandole piccoli ansimi.
La cappella violacea si dibatte indemoniata nella sua spaccatura, e piccoli fiotti di liquido pre-seminale sgorgano in lei, in una festa di umori caldi.
Credo che verremo insieme, arrivando al traguardo ancora una volta sudati.
Dopo tanta fatica, è il premio che ci siamo meritati.