i racconti di Milu
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Gorgoglii stenti e respiri turbati si levavano sul fruscio della pioggia. Una nuova folgore precedette di qualche istante un violento tuono. Lui non si fermò, colpì ancora, sfilò dentro di me che, con la camicia aperta e le ginocchia alte, mi concedevo a lui. Ero distesa con la schiena sul tavolo in quella cucina illuminata solo da occasionali fulmini e subivo e godevo. Altri tuoni, altri lampi, altri colpi infervorati. La notte sarebbe dovuta passare come tante altre eppure non andò così. L'ennesimo bagliore configurò davanti a noi l'immagine di Timofej. Io tremai, il padrone no. Continuò a fottermi imperturbabile. Sottosopra, con la testa chinata all’indietro, osservai mio fratello fissarci sconcerto poi un chiarore fugace lo portò via come un'apparizione spettrale.

Completamente all'oscuro di quanto patì quella notte Timofej, vissi la mia senza dubbi né remore e, all'alba, come ogni volta ero già in cucina. C'era da rassettare tutto il trambusto combinato col padrone, riordinare pentole, ciotole, posate. Lo feci in compagnia di Olga, l'altra inserviente. "Che strano, non riesco a trovare il coltello dal manico nerigno", formulò accovacciata sul pavimento. "Sarà finito sotto la madia", le risposi proprio mentre Timofej sfilò all'esterno senza neppure guardarci, lanciando un freddo: "Dóbroe utro".

Guardai negli occhi Olga e ci dicemmo che qualcosa in mio fratello non andava. “Per favore non chiedermi di consolarlo…”, implorò. Mio fratello era un bel ragazzo, assai attraente e dalle grandi capacità intellettive, ma Olga ne era spaventata. Respingeva ogni sua approccio per le cose che diceva, per gli atteggiamenti che aveva, soprattutto perché era stato espulso dall'Accademia di San Pietroburgo col sospetto di frequentare le riunioni dei nichilisti. Non le davo torto, mio fratello era strano.

Le sorrisi poi raggiunsi Timofej al sole freddo delle terre di Olonetskaya.

"Come va?". Si mostrò freddo: "Come vuoi che vada?". "Hai tanto lavoro nelle stalle oggi?", provai ad addolcirlo. "Il solito", tagliò corto. "Senti non dirmi che sei nervoso per stanotte...", saltai al punto. Non rispose. Guardai Olga che ci fissava alla finestra poi insistetti: "Insomma Timofej!". Lui, d'un tratto spazientito, mi strattonò spingendomi contro il muro in un punto in cui Olga non poteva vederci. "Mi fai male così... che ti prende?", rimbrottai ma Timofej sputò inviperito: "Ti sei divertita stanotte?!". Lo guardai perplessa. Mi insultò: "Cagna!". Strabuzzai gli occhi, mi rabbuiai poi mi sforzai di sciogliere quella rabbia: "Certo che mi sono divertita". “Sei squallida”, mi ripeté con sdegno. La situazione era pesante, sbuffai un po' ferita un po' impaurita dall'inconsueta irritazione di mio fratello. "Cosa c'è che non va? E' il padrone, perché non dovrei?". "Ma che dici...”. “Lo fan tutte! Come potrei evitarlo io?”. “Finiscila… quante balle racconti! Tutte! Sei solo una sgualdrina", sbraitò ed io candidamente gli feci: "Allora pure la tua Olga lo è?". Mostrò una smorfia stomacata: "Olga è stupida, cosa hai da spartire con lei?". Mi spiazzò: “Oh credevo ti piacesse”. “E’ un passatempo”. Indugiai impensierita poi ritornai sull’argomento sorridendo affabile: “Un passatempo, giusto! Prendi così anche ciò che hai visto stanotte…”. Pochi attimi e Timofej colpì il muro facendomi sobbalzare. Raggelai levando gli occhi sul coltello dal manico nerigno conficcato nei pannelli di legno. Ravvisai una freddezza terribile in lui. Con voce minuta provai a calmarlo: "E’ tutto... normale, è il padrone, anche suo figlio… dobbiamo essere gentili con loro, ringraziarli perché ci hanno accolti in casa, soprattutto te poi col tuo passato...". S’indignò: “Anche suo figlio? Ma che stai dicendo Sofja, cosa farnetichi? Ti senti quando parli? Non devi nulla a queste persone!”. Sospirai: “Ma perché devi sempre essere così contorto tu?!”. “Perché non tollero catene!”, spolmonò. “Timofej non tirarmi fuori le tue idee strampalate… vedrò di convincere Olga ad essere davvero il tuo passatempo…”. “Di tempo non ne ho più qui”. “Come scusa?”.

Brusco, mi zittì schiacciandomi la bocca contro la mia. Restai di stucco poi provai invano ad allontanarlo. Sentii tutta la sua forza rendermi prigioniera. Pronunciai qualcosa che non ricordo ma uscì fuori ovattato e sbilenco. Si avventò su di me con le mani a pressarmi i fianchi, poi i seni, e quella bocca che non la smetteva di scagliarsi contro la mia. Tentai ancora di respingerlo, non mi mollò. Smorzai un sospiro. Lui calcava, palpava, mi si impose.

Rassegnata ed allibita, fissai il coltello mentre, sollevandomi il gonnellone, mi faceva sua. Sull’impugnatura screpolata e scura e la lama argentea e cruda si infransero le sue parole: “Spegni l’inquietudine che mi distrugge, ti prego…“.

Mio fratello fu dentro di me, ruvido, aspro, durissimo. Mi cinse i fianchi con le mani ed iniziò a darmi il suo cazzo come si deve. Resistetti, almeno provai. Fissai il coltello ancora poi cedetti ed il piacere mi divorò. Timofej mi guardava rapito e si inabissava nella mia carne flettendo il bacino, serrando i muscoli dello stomaco, inarcando la schiena in un movimento lento. Mi dava qualche bacio, mi palpava ed io me la godevo così, presa morbosamente contro il muro. Mi ritrovai ubriaca di depravazione, col viso deturpato dal piacere. Spasimavo con quegli affondi di cazzo che mi rimbombavano nel cervello. Ero inchiodata al muro e colavo una fiumana di umori. Pronunciai il suo nome, lo incitai, ribollii poi lui strepitò tutto sudato di sesso, trattenendo l'armonia del suo piacere fin quasi a ringhiare.

Mi lasciò andare, il gonnellone precipitò alle caviglie. Non volli guardarlo in faccia. Non so dire cosa fece. Ero sconvolta, avevo goduto, m’era piaciuto da morire eppure non seppi accettarlo. Mi detti una sistemata ai capelli poi estrassi il coltello dal muro e turbata rientrai per andare a riporlo nella madia.

Pochi passi ed un urlo mi immobilizzò. Olga si precipitò dai piani superiori urlando: "Il padrone... il padrone è stato ammazzato!". Le andai incontro scioccata: "Come è possibile?". Lei, piangendo palesemente colta dal panico, provò a stringermi per trovar conforto poi si allontanò squadrando nella mia mano il coltello dal manico nerigno. Tramortii: “Olga non crederai che io…”. Prese a tremare. “Non è come credi!”, disperai poi alle mie spalle si erse Timofej: “Sono stato io. Morte all'autorità! Ci siamo liberati di un altro farabutto!”. Fui sopraffatta dallo sbigottimento. Guardai mio fratello, non mostrava sensazioni, non paura, non confusione, non un briciolo di tormento. “Scappa Timofej, scappa!”, furono le ultime parole che riuscii a dirgli.

Non lo vidi più, né soffrii della sua mancanza. Restai a lavorare nella stessa casa, al generoso servizio del figlio del vecchio padrone. Olga pure, ma per poco: morì nel tentativo di partorirgli un figlio. Timofej allora prese a tornarmi in mente ogni giorno colmandomi di indecifrabile inquietudine. In quei momenti liberavo i polpastrelli carnosi tra le mie cosce ed il tormento diventava piacere, piacere vero.

Seppi della sua impiccagione tre anni dopo, dai giornali, quando lessi il suo nome associato a quelli dei cospiratori di Narodnaja Volja. Non piansi. Quel giorno afferrai il coltello dal manico nerigno e pugnalai a morte il mio nuovo padrone.