i racconti di Milu
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Il terzo e ultimo racconto delle disavventure di Matteo, Giacomo e Francesco.
Ogni parere, suggerimento o critica è graditissimo: slavegames88@gmail.com la mia mail
Note dell'autore:
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Divisa da jogging, maglietta bianca e pantaloncini neri della Nike. 5 minuti l’ultimo km, 28 minuti il tempo dei 5 km percorsi, sento il fiato che viene a mancare, mi convinco che gli ultimi 500 metri posso anche camminarli. Fermo l’app sul cellulare e comincio a passeggiare. Pian piano si materializza davanti a me il campo sportivo, si sta disputando un torneo amatoriale e la sera la società del Ponticello organizza uno stand gastronomico. Panini e piadine, sia per i partecipanti al torneo, creando un po’ di convivialità, sia per i pochi tifosi presenti e per racimolare un po’ di fondo cassa.
Mi fiondo nella cucina da campo improvvisata , rubo un pezzo di panino con la salsiccia alla cuoca che mi tira uno schiaffetto d’affetto: è mia mamma. I miei genitori sono da poco tornati dall’Austria, nonostante restino solo per pochi giorni, non riescono proprio a godersi la vacanza e insieme danno una mano alla società dove mio padre è stato presidente. Come sempre lui sta alla cassa. Normalità è il loro motto per questi pochi giorni a Bologna e in fondo il motto è anche il mio, che di normalità ho un disperato bisogno.
Vado al tavolo dove sono presenti Francesco, la sua famiglia e alcuni nostri amici. Mi siedo vicino al mio amico del cuore ritrovato. Mi siedo, diciamo così, non proprio in modo composto. Seduto sullo schienale, con i piedi poggiati dove dovrei mettere il sedere. Mangio il pezzo di pane che ho preso in cucina e intanto parliamo del più o del meno. Delle ultime novità e dei progetti futuri.
- Ti vedo bene – mi dice Patric.
- Sì, non potrebbe andare meglio. Si sta bene un po’ a casa.
- Ma sei qui solo di passaggio? -
- Purtroppo sì.
- E Giacomo dove sta? – domanda Filippo, ultimamente i rapporti sono meno tesi che in passato tra i due.
- Ancora a Firenze. Torna domani. Io sono partito ieri, visto il rientro dei miei almeno qualche giorno con loro lo volevo fare.
- Hai preparato la valigia? – domanda Renata, la mamma di Francesco –
- Devo ancora cominciare, la farò all’ultimo. – dico
- Dai, mamma. Lascia perdere. E’ un casinista, e poi manca ancora qualche giorno – dice scherzando Francesco.
- Comunque fai bene ad andare in vacanza da solo, ogni tanto serve ricaricare le batterie. – torna a dirmi sua mamma.
- Da solo non è il massimo, ma chiedigli cosa vuol fare?! Nemmeno il cellulare si vuole prendere! – Tuona da dietro mia mamma.
- Ho voglia di stare due settimane senza rompiscatole.
- Prendilo e accendilo solo la sera! Metti caso che tu abbia bisogno! – mi risponde
- Ci sono i telefoni pubblici.
- Lascia stare Fernanda – si intromette Francesco per farla smettere – è testardo, inutile replicare. E poi se la sa cavare, è troppo in gamba.

(punto di vista di Francesco).
Cerco di interrompere in fretta la discussione tra Matteo e sua mamma. Noto lo sguardo di Matteo. Fa’ di tutto per sembrare sereno, ma lo conosco troppo bene. Lo so perché non si prende dietro il telefono e so perché ora mi sembra già più serio. Dario deve avergli sicuramente ordinato di non prendersi il cellulare in vacanza. Ovvio, non può chiedere aiuto e non può chiamarci.
Ripenso a questi mesi difficili, quando ho dovuto fingermi un crudele padrone per prepararlo al peggio, non è stato per niente facile, ne’ per lui e nemmeno per me.
Ora una leggera inquietudine lo sta cogliendo, perché Patric, ignaro della storia, pronuncia il nome che Matteo non vorrebbe mai sentire.
- Io e Dario ci andammo l’anno scorso a Valencia. Bella città, mi è piaciuta da matti.
- Me lo avevi detto, ricordo. – dice Matteo malinconico
- Più o meno in questo periodo. Sai, anche Dario va via da solo. A Barcellona se non sbaglio.
- Ah sì?
Interessante. Ai suoi amici ha detto Barcellona. Probabilmente non vuole che si sappia che lui e Matteo andranno via insieme. Io sto sperando che la partenza non avvenga mai, anche se mancano appena cinque giorni. Giacomo sta facendo di tutto per fermare Matteo, non gli importa di essere sputtunato con un video dell’anno scorso in cui si vede Matteo ai piedi di Giacomo, intento anche a spompinarlo, leccarlo e mangiare qualche boccone masticato e sputato da lui.
Matteo riparte per tornare a casa, decido di accompagnarlo per restare soli.

(punto di vista di Matteo)
Ci incamminiamo verso casa, Francesco ha ancora una fasciatura alla mano destra, ormai sono quindici giorni che la porta. Ridiamo e scherziamo, lo abbraccio durante il nostro tragitto, pensando ai giorni difficili in cui credevo che la nostra amicizia si fosse annullata in maniera irrimediabile. Ma poi gli dico:
- Domani sera Dario mi ha invitato a un calcetto con quelli della sua compagnia. –
- Ah sì. Ma perché lo ha fatto?
- Ho un brutto presentimento. Vuole che tanti nostri amici mi vedano come “uno di loro” e così venga escluso dalla compagnia. Sai, Giacomo continua a dirmi di mollare e di lasciare che mostri il video – dico a Francesco.
- E tu cosa pensi?
- Ho paura. E’ dalla scorsa domenica sera che non faccio altro che non pensare a quello che mi ha fatto. Sono passati dieci giorni e ho paura che a Valencia la situazione possa solo peggiorare.
Francesco annuisce. Io continuo
- E non è solo Valencia il problema. Torneremo a casa, alzerà sempre più il livello. Se dovessi tirarmi indietro un giorno potrebbe diffondere il video ugualmente e chissà come sarò ridotto a quel punto! Sia per i maltrattamenti, sia per le mie amicizie, se vuole veramente sradicarmele quasi tutte!!
- Quindi…ti ha calpestato il cazzo? – mi dice Francesco che mi ha sentito solo per telefono e qualche blando messaggio su whatsapp
Non rispondo, esce una lacrima.
- Scusami – dice Francesco.
- Giacomo si è guardato intorno. Mi ha proposto un last minute. In Malesia, non è carissimo. Due settimane, così siamo là quando Dario diffonderà il video. Se lo farà partire noi saremo lontani per un po’ di tempo, non percepire le ansie, le malelingue e tornare quando tutto sarà più tranquillo. Tu verresti? Se resti qua sarà uno strazio, sarebbe meglio che tu partissi con noi. Se partiamo…
- Se partiamo?
- Giacomo la sta prendendo troppo leggera, sta sottovalutando Dario…
- …Dario che domani sera ti vuole a un calcetto con loro? – mi dice Francesco
- Già
- Vuole farti del male durante la partitella? Anzi, scusa…. Vuole farti del male durante la partitella. – dice Francesco, trasformando la domanda in un’affermazione. - Comunque fatto strano, ai suoi amici ha detto che sarebbe andato da un'altra parte.

La sera dopo al calcetto è molto molto dura. Nonostante qualche volto amico, tutti sono intimoriti da Dario e nessuno prende le mie difese quando entra in scivolata, facendomi battere il ginocchio per terra. Lui se la ride. Non mi diverto, cerco di stare attento dai suoi attacchi. Patric, Gianluca, mio cugino Manuele, nessuno prende le mie difese, lasciano che mi faccia del male, sanno che lo sta facendo apposta. Il lupo e il branco… e io l’agnello… ho paura… mi sento terribilmente solo lì in mezzo.
Nello spogliatoio Dario butta le sue calze in una tasca laterale del mio borsone – pulite domani sera – mi dice sottovoce.
Intanto di straforo ne rubo un paio a Federico, il mio vicino di panca nello spogliatoio – bel ragazzo moro, ben fisicato anche se ultimamente ha messo su quei 2 kg di troppo –, Dario mi ha detto che un giorno mi darà delle calze non sue e dovrò indovinare quando questo avverrà. In caso di errore, sarò severamente punito. Per questo motivo rubo le calze a Federico. Le chiedo anche a Francesco e Giacomo, anche se i loro odori li conosco a memoria.
Vado casa di Francesco, me ne passa un paio. Entrando nel suo bagno mi accorgo dello specchio rotto e capisco il perché della mano fasciata – Credimi, per quello che ti ho fatto sono tre settimane che non ho il coraggio di guardarmi allo specchio -, lo abbraccio. A mezzanotte Giacomo arriva a casa mia, mi porta anche lui un paio di sue calze
- E’ una follia questa! – mi dice incazzato nero.
- E’ una follia anche essere sputtanati.
- Matteo, fregatene. Guarda come ti ha ridotto al calcetto! E la scorsa volta! E tu vuoi stare due settimane a Valencia, solo con lui? No, ti prego, non puoi pensare di farlo per davvero!
Giacomo se ne va. E comincio a leccare e annusare tutte le calze. Chiudo gli occhi e cerco di capire le differenze. Francesco ha le calze che puzzano il giusto, se non litigasse con suo padre per via delle bollette del gas e dell’acqua, si laverebbe quattro volte al giorno. I suoi piedi non fanno in tempo a puzzare.
Giacomo ha dei piedi più sudati che puzzolenti. Il puzzo è in una calza che sto leccando e annusando. Chiudo gli occhi e cerco di capire le differenze della calza di Dario con quelle di Giacomo, Francesco e Federico.
Quando penso di aver capito qualcosa di più e di potermi mettere alla prova sulle seconde calze di tutti, mi arriva un messaggio su whatsapp.
- So cosa hai fatto frocio. Perché hai preso le calze di Federico?
Un numero sconosciuto, è la faccina standard di chi non mette foto su whatsapp, con l’aggiunta di un dito medio in bella mostra. Sono quasi sicuro si tratti di Dario, ma non rispondo. Non si sa mai.
Altri messaggi arrivano, li leggo solo dalla barra delle notifiche, senza entrare su Whatsapp, per evitare che i messaggini per il mio interlocutore si baffino di azzurro.
Ricomincio a giocare con gli odori. E’ dura. Non riesco a distinguere Dario da Federico.
Ma Dario non ha preso bene la mia non risposta ai suoi messaggi.
Sabato mattina. Sui pali della luce del quartiere una quarantina di volantini, due ragazzi col volto occultato, uno che spompina l’altro. Siamo io e Giacomo.
Il fuoco lento è cominciato.
I progetti di mollare tutto saltano in aria, la Malesia salta in aria. Perché Giacomo è a casa, sta tremando come una foglia. Un volantino era di fronte al negozio del padre, che lo ha portato a casa. I suoi sono indignati, ma non hanno fortunatamente riconosciuto nessuno di noi due.
Ha paura e come sempre non se la sente di affrontare il problema. Non mi chiama, si fa’ negare al telefono, qualche blanda parola detta a Francesco. Che viene da me. Mi dice che ho il diritto di tirarmi indietro, ma mi comunica le vere condizioni di Giacomo.
E alla fine niente Malesia. Vado in aeroporto con Dario il mercoledì successivo. Una scarna valigia, cinque vestiti, belli e nuovi, come da istruzioni di Dario stesso. Niente portafogli, niente riviste, niente libri, niente cellulare. Ho solo 50 euro nascosti dentro la scarpa che sto indossando.
Francesco mi ha garantito che venerdì saranno a Valencia anche lui e Giacomo, per trovarmi e aiutarmi. E’ due mosse avanti, sempre. Ma Dario è ancora più avanti. Al punto che al check in, quando mi accorgo che il volo per Valencia è partito da oltre quaranta minuti, in tutta tranquillità mi dice.
- Puttanella, gate 5. Destinazione La Valletta. Muoviti. E dammi la tua scarpa.
Me la tolgo
- Grazie del regalo frocetto, non era necessario.
E si prende pure i soldi. Mi ha fregato. Non ho il telefono e non ho i mezzi per dire agli altri che mi servirà aiuto in un altro posto.

(punto di vista di Francesco)
Un avatar senza volto e un dito medio in bella vista, la foto sembra la stessa di Dario, quando ha minacciato l’altra sera Matteo.
Mi scrive su whatsapp
- Lo hai capito vero che il tuo amico non andrà a Valencia?
Gli rispondo
- Dario, non azzardarti a toccarlo. O saranno guai!
Ribatte
- Grazie per aver risposto al mio dubbio. Ora so cosa devo fare.
Non scrive nient’altro nemmeno alle mie successive suppliche. Disdico il volo per Valencia e lo dico a Giacomo. Questa conversazione è ancora inquietante. Cosa vuol dire “grazie per aver risposto al mio dubbio”? Che gli farà del male? Che si accanirà su di lui? E come faccio a capire dove si trova Matteo?