i racconti di Milu
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Il peso degli sguardi l’aveva dimenticato, l’affanno di quelle diffamatorie e maligne occhiate trascurate infischiandosene altamente, o forse il disagio di quelle inguaribili e pettegole sbirciate le aveva semplicemente rimosse dalla sua mente. Erano passati parecchi anni, ormai in verità quasi venti, cionondimeno non era cambiato niente, giacché i drappi di pizzo bianco pazientemente lavorato coprivano ancora le finestre spalancate sulla piazza, siccome lei era pronta a scommettere che quegli uomini continuassero a sedersi immobili sulle sedie intrecciate con la paglia davanti all’unico bar di quel piccolo paese, con una caraffa di vino piena a metà e quattro bicchieri sul tavolo di legno, contaminati, imbrattati e infangati, così come quegl’impiastricciati e deturpi pensieri in special modo lanciati da parte delle donne di quel paese che non aveva giammai capito.

Lei era tornata, dato che le circostanze lo imponevano, malgrado ciò in realtà aveva voluto provare verso sé stessa di poter tornare affrancata, diversa, libera e sola com’era sempre d’altronde stata. Il rosso del suo tubino spiccava su quella terra pianeggiante, ondeggiando sui tacchi a spillo attraversando la piazza, avvolta e circondata dall’inconveniente, dal peso e dalla seccatura degli sguardi:

“Hai visto? Lei ha sempre quella finezza e quella grazia leggera d’una ballerina e un bel fondoschiena scolpito nel marmo” - si ritrovò a mormorare Carla, osservandola avviarsi con ampie falcate verso la porta del bar.

Non credeva si ricordasse di lei, in fondo erano state solamente compagne di scuola per un breve periodo vent’anni prima, eppure doveva osservarla da vicino, guardare in fondo ai suoi occhi, in quanto doveva capire. Le andò incontro decisa, lì nel centro assolato della piazza immobile nell’afa del pomeriggio, giacché il contrasto era evidente: la bellezza bruna sfrontata di Livia avvolta nella seta e quella bionda elegante e maliziosa di Carla, esaltata dal color turchese del corto vestitino di lino che indossava:

“Ciao, non credo che ti ricordi di me. Io invece non t’ho mai dimenticato, perché sono anni che aspetto” - disse Carla, puntando i suoi occhi chiari addosso a quelli di Livia.

Livia non permise a Carla di terminare la frase, per il semplice fatto che affondò una mano nei capelli e incurante dell’immobile e silenzioso palcoscenico su cui si trovavano l’attirò a sé mormorandole sulle labbra:

“Questo, se ricordo bene Carla, mio tesoro”.

Lei affondo la lingua in gola succhiando cupidamente all’appassionata e vibrante risposta di quella donna sbucata dal suo passato, che sfrontata era deliziosamente riapparsa nel suo presente. Ambedue risero guardandosi negli occhi, dopo caddero nel silenzio della piazza come delle pietre, infine s’avviarono tenendosi per mano avvolte dal calore bruciante degli sguardi verso la casa di Livia. Percorsero poche centinaia di metri, arrampicandosi graziose nonostante i tacchi a spillo per le stradine tortuose arse dal sole cocente della Sicilia, avvampate anch’esse dalla voglia che le consumava irrimediabilmente dentro.

Ci misero un’eternità ad arrivare, poiché di tanto in tanto dovevano fermarsi appoggiandosi contro un muro per mangiarsi a vicenda la bocca di baci, per insinuare mani ansiose e irrequiete sotto le gonne, incuranti degli sguardi indiscreti delle donne nascoste a spiarle dietro le persiane. Perché in questa terra si sa, sembra che non ci sia nessuno in giro, però tutti conoscono, guardano, origliano, sanno e vedono. La casa di Livia era un’oasi, un fresco riparo agli occhi, anche a quelli del sole. L’interno era essenziale: pochi mobili in noce scuro, forte e massiccio, in contrasto con il bianco accecante delle pareti, in ombra a quell’ora del pomeriggio con le persiane semichiuse per mitigare il caldo e appena un filo di luce ad illuminare la polvere fendendo l’aria d’agosto come una lama.

Livia spinse l’amica in camera senza darle nemmeno il tempo di pensare: aveva troppa voglia di lei, a lungo inespressa e sottaciuta e dunque carica di carnalità e di manie contenute a lungo. Senza spogliarsi caddero sul letto antico in ferro battuto che si lamentò appena, eccitato anche lui per ciò che accoglieva. Le mani di Livia che percorrevano il vestito turchese di Carla lo alzarono lestamente fin sopra alle cosce, seguendo la curva dei fianchi, dopo i seni, fino a portarsi dietro la nuca per attirarla a sé e baciarla con passione scopandola in bocca.

Se fosse stata un uomo le sarebbe stato già dentro risalendole decisa lungo il ventre, perché probabilmente fu quella la sensazione che provò quando le tirò via con uno strappo deciso l’intimo scollato che la copriva appena, giacché con una mossa fulminea le fu dentro con le dita della mano, poi con la lingua e con i pensieri. Digradò con la bocca lungo le gambe levigate guizzando ogni centimetro di pelle, avvolse le caviglie con la sua lingua, le amò come fosse un fallo da accarezzare intorno e risalì piano soffermandosi dietro la piega del ginocchio, lungo le cosce tese allo spasimo, per tuffarsi in mezzo a quelle altre labbra che parlavano la sua stessa lingua.

Carla conteneva a stento tanta passione, non aveva quasi il tempo di rispondere a quell’assalto che le divorava assieme alla carne ogni proposito e qualsivoglia volontà residua. Le piaceva quella donna così calda, impetuosa e violenta, da superare in emozioni e in stimoli erotici qualsiasi uomo. Doveva però fermarsi o il suo piacere sarebbe esploso troppo, smisuratamente in fretta. Le agguantò il viso tra le mani togliendola a malincuore dal suo nido caldo e la guardò a lungo quasi per cercare un perché, quasi per chiederle dove era stata in tutti quegli anni, eppure le parole non servivano, perché la passione senza freni di Livia era un male contagioso e anche lei la baciò con passione, quasi con rabbia come per volersi riappropriare del tempo perduto.

Non ci fu effettivamente il tempo di pensare ad altro, dal momento che Carla cadde in modo pesante sul cuscino ed era ancora lei sopra, ancora lei a guardarla perdersi solamente del piacere di due dita dentro, l’altra mano immobile contro la spalliera del letto bloccata con dovizia dal polso della mano di Livia. Non le serviva altro: occhi, parole e due dita a portarla in alto nell’estasi più naturale che esiste. Carla non durò a lungo, Livia era davvero brava ed esperta, perché l’amplesso fu immediato, fulmineo, inaspettato, istintivo e semplicemente carnale senza aiuto di nulla, nemmeno della fantasia.

Dopo parlarono, poiché Carla era adesso un fiume in piena, voleva sapere tutto di quella donna il cui corpo aveva saputo darle in pochi minuti quello che per tantissimi anni aveva unicamente fantasticato. Chiedeva, però non fece in tempo a terminare un punto interrogativo che già un altro andava formandosi nella sua testa, invece Livia non aveva voglia di parlare, era tornata perché doveva, invero non era mai più fuggita da allora, da quel dannato pomeriggio all’inizio d’autunno. Il mare scintillante, la spiaggia deserta e loro, certo non erano dove dovevano essere e indubbiamente erano nude. Nessuna però di queste ragioni sarebbe davvero bastata se Livia avesse scosso la testa affondando quasi involontariamente le unghie laccate di nero nella carne morbida del ventre di Carla. Ora erano libere. Per Livia tuttavia poteva esserci soltanto quello, il disarmante appagamento della pelle, la pace momentanea dei sensi travolti. Lei non poteva più amare, non lì, non aveva nemmeno ascoltato il parlottio persistente di quella donna che non ricordava, lei viceversa si era persa nella spirale demolente e divorante della facoltà di ricordare, infausta e sfavorevole memoria, però al momento era ben erudita di ciò che stava manifestandole:

“Mi porteresti con te?”.

Livia non poteva credere che l’avesse detto, proprio lei la ragazza che aveva accettato, obbedito e taciuto. La femmina bellissima che aveva calpestato, disonorando e maltrattando sé stessa e lei in nome della famiglia. Attualmente la voleva, però ovviamente non lì. Livia al presente ribolliva tremando dalla rabbia, non sapeva nemmeno più lei se per la donna che Carla era diventata o per la ragazza che lei era stata. In ogni caso il finale lo avrebbe scritto lei e sarebbe stato redatto nel sangue, l’energia e la vitalità dell’anima, sennonché spense la sigaretta con forza, afferrò Carla per i lunghi capelli mordendole le labbra divorandogliele in un bacio implacabile e violento:

“Portarti? Dove di grazia dovrei portarti mia dolce ipocrita e menzognera signora? Nel mio mondo forse? Che cosa fai? Taci, sì, è meglio che tu faccia silenzio, sei stata sempre bravissima nel farlo, perché tacere è la cosa che ti viene meglio”.

Livia s’infilò il vestito sul corpo nudo, calzò le scarpe rapidamente e afferrata la borsa gettò le chiavi di casa, di quella casa che lei aveva sempre vissuto come una prigione addosso a Carla:

“Ecco, goditela, fanne il rifugio dei tuoi incontri amorosi, bruciala, vendila, non m’importa. I conti sono chiusi e i giochi sono fatti. La vittima è diventata carnefice”.

Fuori, al sole, Livia riprese a respirare, adesso era finita per davvero. Lei aveva bisogno d’un bagno e sapeva esattamente dove andare a farlo.

{Idraulico anno 1999}