i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Lei quella volta la festa in maniera esplicita e solenne l’aveva fatta a me. Io le avevo trasmesso una bella cartolina elettronica scrivendole gli auguri, una di quelle per intenderci che si trovano in rete, anche se a dire il vero non sono mai stato tanto competente né pratico per trovare le frasi adeguate per le varie ricorrenze, nello stesso tempo il cellulare vibra perché c’è già un messaggio che lampeggia con la sua risposta:

“Vediamoci oggi alle ore diciotto. Vieni al Gypsy Bar in viale Vespucci. Io t’aspetterò là dentro”.

Io vado all’appuntamento come per un abituale incontro tra amici, anche se la nostra è un’amicizia un po’ bizzarra e originale, oserei dire di buona qualità, speciale. Il giorno del mio compleanno, pochi mesi fa, sono capitato nel suo ufficio per invitarla nel bere qualcosa assieme, invece ci siamo fatti una grandiosa e inaspettata scopata, veramente straordinaria, poi dopo quel giorno i nostri rapporti sono ritornati a essere quelli di sempre, affettuosi, comunicativi e cordiali, ma niente di più.

Io sono in leggero anticipo, perché mi piace vedere arrivare le persone che attendo, affinché dal loro atteggiamento cerco d’azzeccarne l’indole e d’indovinarne il temperamento e quello che posso aspettarmi da loro, in special modo se si tratta di donne. A quel punto scelgo un tavolo sulla veranda che s’affaccia sul mare e mi siedo in direzione del sole. Oggi è una bella giornata fresca, però i raggi insperati del sole di questo mese di marzo scaldano piacevolmente la mia pelle già annerita. Ho portato con me un rametto di mimosa di quella bella come cresce da noi, per l’occasione la sistemo delicatamente al centro del tavolino, ordino da bere e aspetto, intanto passano i minuti eppure lei non si vede. Dalla mia posizione riesco a vedere agevolmente il viale sul lungomare, in quanto c’è un bel andirivieni, ma di lei ancora nessuna traccia. Bevo un sorso di Prosecco, m’accendo una sigaretta e lancio uno sguardo verso il mare, poiché è calmo ed è colorato d’un azzurro intenso tipico delle giornate che preannunciano la primavera, a dire il vero celeste come gli occhi della donna che attendo a questo punto da tre quarti d’ora. Io comincio lentamente a spazientirmi, squilla il cellulare, adesso è lei:

“Sta’ attento a non scottarti. Lo sai che il sole di marzo è pericoloso, vero?”.

“Ciao, dove sei?”.

“Giochiamo un po’ a nascondino, che cosa ne dici? Vai lungo il viale delle passeggiate e prendi le prime scalette che scendono alla spiaggia. Là di sotto ci sono delle cabine, se riesci a trovarmi c’è un premio per te”.

La comunicazione a un tratto s’interrompe, io lascio alcune monete di mancia sul tavolo, raccolgo la giacca dalla sedia ed esco dal locale. Le scalette sono a pochi passi, scendo per quegli scalini in ferro che nel frattempo si sono arrugginiti per la salsedine, speriamo che non crolli tutto, penso. Arrivo alla spiaggia, il tratto in cemento sotto la passeggiata è coperto in parte dalla sabbia portata dalle mareggiate e come una specie di segugio io mi chino per cercare le impronte dei tacchi, ma è tutta una confusione di tracce lasciate da scarpe da tennis, quindi rinuncio a seguire quella pista e m’incammino cercando d’indovinare dove si nasconda l’improvvisata e astuta compagna di giochi. Io tocco una porta che scricchiola e spingo, però dentro non c’è nessuno, percorro ancora qualche metro e per terra davanti a me trovo una porta sfasciata dove c’è una pallina di mimosa. Sì, la mimosa, accidenti: l’ho lasciata sul tavolino del bar, pazienza, saprò farmi perdonare. In quel momento m’appoggio al muro e accendo un’altra sigaretta, aspiro una boccata e la soffio nella fessura lasciata dalla porta socchiusa della cabina. Lei non fuma, se è là dentro uscirà di sicuro. Adesso la porta si dischiude, spunta una mano, mi prende la sigaretta dalla bocca e la tira dentro, io spalanco la porta, lei è lì in piedi con la camicia di jeans aperta senza reggiseno e con la mia sigaretta tra le labbra.

“Ti sei rimessa a fumare?”.

“Io faccio un sacco di cose che tu non sai”.

Lei mi piglia per la cravatta e mi tira dentro stampandomi un bacio sulla bocca, io le stringo la vita, ma nel fare questo lei con un gesto esperto e pratico estrae dalla tasca un foulard e mi benda con una bravura e una destrezza insospettata:

“Che cosa fai, sei impazzita” - esordisco io cercando di liberarmi, ma una manetta scatta al mio polso destro.

“Questo è troppo, adesso vedrai”.

E’ troppo tardi, perché avvantaggiata e facilitata dall’elemento della sorpresa, lei riesce a imprigionarmi anche l’altro polso. Io mi ritrovo in tal modo completamente in suo volere con i polsi ammanettati dietro la schiena, avvolto e bendato e senza conoscere le sue capricciose ed estrose intenzioni:

“Oggi è la festa della donna, e tu sei il mio regalo più incantevole” - la sento io ribattere e sottolineare, con la voce eccitata e altrettanto entusiasta.

Le sue mani slacciano abilmente la cintura dei pantaloni, calano la chiusura lampo facendoli cadere pigramente alle mie caviglie. Un brivido d’eccitazione percorre la mia schiena, lei ha voglia di fare festa e la faccenda può rivelarsi molto divertente e per di più alquanto spassosa, perché sapere poi di poter essere scoperti aggiunge e dona allo scenario tutto un sapore e un tono ancora più conturbante, eccitante e stimolante. Le sue mani s’aggrappano agli slip che vanno a far compagnia ai calzoni giù in fondo ai piedi, io attendo così in piedi immobile che succeda qualcosa, perché distinguo il suo alito caldo davanti a me, indubbiamente adesso lei si è inginocchiata. Essere esaminato e squadrato così onestamente mi dà una sensazione insolita e pure straordinaria, dato che mi sento nudo dentro. Io sento un tocco umido all’apice ancora compostamente coperto dell’asta, un altro brivido, questa volta però di piacere, perché il tocco si ripete, fuorché è meno fuggevole. Il contatto ruvido della lingua sulla pelle sensibile produce l’inevitabile erezione, che cresce via via che la lingua irriverente e spudorata diventa più coraggiosa e spavalda. In questo momento ho la sensazione d’essere un cono di gelato leccato golosamente in una giornata tropicale, giacché vengo afferrato dalla sua mano, in seguito sento il calore e la foga della sua bocca avvolgermi mentre scompaio tra le sue fauci.

In quell’istante io cerco d’immaginarmela coinvolta e immersa nel più scenografico e spettacolare degl’intenti, determinata a trarre da me una sorta d’energia vitale perché sento crescere il bisogno d’esploderle tutto il mio piacere, ma quando sono vicinissimo al massimo finale dell’estasi la sua bocca con studiata abilità e rapida prontezza s’allontana lasciandomi a tal punto il pene duro come il marmo e tremolante per l’eccitazione, ingegnosamente in compagnia per me del più totale disappunto e malcontento:

“Perché mi fai questo?” - replico io incuriosito.

“Non parlare, lasciami fare” - incalza lei audace e piuttosto risoluta mentre prosegue la sua opera.

Le sue mani mi guidano per terra, dapprima in ginocchio, poi seduto mi sfila le scarpe e con loro i pantaloni e le mutande. Io avverto sotto di me il piacevole calore d’una coperta, progressivamente lei mi fa sdraiare, però i polsi ammanettati dietro la schiena mi costringono a inarcarla. Al momento non ho il tempo di sistemarmi, lei mi solleva le gambe facendole poggiare credo sulle sue spalle:

“Che cosa vuoi farmi, si può sapere?” - anche se io temo d’averlo già afferrato e compreso per bene.

Io non ottengo però nessuna risposta alla mia vana richiesta, poiché un dito unto percorre incautamente e sconsideratamente il solco tra le mie natiche cercando l’apertura, visto che la forzano purtroppo senza troppa difficoltà, dal momento che sento il suo dito insinuarsi dentro di me, inizialmente timidamente, appresso con maggior forza sostituito ben presto da una, successivamente da due dita:

“Tu sei completamente dissennata. Lascia che mi liberi un attimo poi vedrai che cosa ti farò”.

Lei incurante e insensibile delle mie deboli e infruttuose minacce prosegue agevolmente e comodamente nel suo intento e ritrae le dita. In quell’occasione segue una breve attesa durante la quale mi sembra di sentirla armeggiare con qualcosa che però non riesco a capire, poi improvvisamente sento che m’appoggia un oggetto, dato che credo sia uno di quegli apparecchi con cui le donne fanno l’amore stimolandosi tra di loro da sole. La strada parzialmente aperta dall’introduzione delle dita molto lubrificate non offre particolare resistenza all’avanzata del mostro di gomma, perché io in quell’istante mi sento infilzato come uno spiedo, avvilito, sconfortato e sottomesso come non mai, perché sento le lacrime rigare il mio volto senza considerazione né dignità. Urlare non serve a niente, anzi, farsi trovare in queste condizioni sarebbe una cosa eccessiva e insopportabile. In quell’occasione io decido di lasciar fare, meditando in seguito di mettere in atto un’appropriata e consona vendetta, perché lei mentre procede violandomi, impugna decisa l’asta ancora eretta descrivendo ampi movimenti su e giù, con un’esasperante e una studiata lentezza. Io devo ammettere mio malgrado, che la situazione nell’insieme non è poi completamente disgustosa né sgradevole, l’altra mano s’aggiunge alla prima senza smettere di trapanarmi tormentosamente, dando così un maggior ritmo alla masturbazione, tenuto conto che io avverto i brividi, sento flemmaticamente avvicinarsi il momento dell’orgasmo e prego che non voglia smettere sul più bello, visto che anche questa volta le mie speranze vengono ancora una volta disattese e tradite per intero.

In conclusione quello scomodo intruso esce dal mio corpo, dando almeno un po’ di sollievo al buco piuttosto afflitto e tormentato, in seguito sento il frusciare dei vestiti, in quanto lei si sta spogliando, io annuso il profumo del suo sesso, giacché si siede sul mio volto e non posso fare altro che tuffare la mia lingua tra le pieghe della sua carne sugosa. Lei frigna, m’agguanta la testa tra le mani premendosela ancora più forte contro il ventre, io insisto per quello che lo consente la scomoda posizione nel cercare il centro del suo piacere, eppure nonostante ciò che lei m’ha appena fatto la sete di vendetta si è provvisoriamente addolcita attenuandosi. Lei adesso ansima sempre più vistosamente, cerca il proprio piacere con una determinazione quasi insana e morbosa, ruotando il bacino per sostenere l’avanzata della mia lingua nei suoi anfratti più nascosti, esplodendo finalmente in un orgasmo liberatorio e per di più rabbioso. Io la sento scivolare sul mio corpo, le sue labbra sfiorano le mie ancora intrise del suo sapore, alla fine mi bacia delicatamente e poi si solleva.

E’ tutto finito, penso io, invece percepisco nuovamente il calore del suo alito in prossimità del mio ventre, ormai sono un oggetto nelle sue incontinenti e libidinose mani, perché assorbe facilmente il mio cazzo mezzo floscio, riportandolo ben presto a una più autorevole e poderosa consistenza. Lei succhia rumorosamente lasciandolo a volte uscire dalla sua bocca golosa e leccandolo lungo tutta la sua estensione, per poi ripiombare in profondità arrivando a lambire con il naso i riccioli alla base dell’asta mentre l’apice le invade la gola. Io non ne posso più, perché se adesso smette di nuovo giuro che mi metto a urlare, però questa volta porta a compimento nel più glorioso dei modi l’azione intrapresa, portandomi a una vetta orgasmica quasi dolorosa. Lei mi ripulisce accuratamente in silenzio, poi m’afferra per i fianchi e mi rivolta a pancia in giù, in quanto lei s’adopera nuovamente, giacché io temo d’indovinare ciò che m’attende, ma ormai sono rassegnato. Lei mi spalma nuovamente con della crema che con mia sorpresa risulta piacevolmente fresca, poi fa scattare le manette e finalmente posso di nuovo muovere le braccia. Al momento mi libero anche del foulard, poi mi siedo dolorante, lei adesso è inginocchiata sulla coperta seduta sui talloni con l’espressione seria e anche un po’ indispettita:

“T’ho fatto tanto male?” - mi risponde in maniera canzonatoria deridendomi.

Io non le rispondo, per il fatto che il mio sguardo credo sia abbastanza efficace e significativo. In quell’attimo getto un’occhiata attorno, la cabina è rischiarata debolmente da una piccola lampada portatile e l’oggetto con il quale lei mi ha violato giace abbandonato in un angolo. Io torno a squadrarla negli occhi, cerco un perché a tutto questo e finalmente trova il coraggio di parlare:

“Devo confessarti una cosa. Sai, io credo che ogni donna desideri provare e verificare almeno una volta come ci si senta a essere maschi. Nel giorno della mia festa però, forse potevo tutto sommato inventarmi qualcosa di meglio” - mormora quasi disorientata, sbigottita e persino stupefatta.

Lo schiaffo da parte mia le arriva senza che lei possa fermarlo, in quanto le viene assestato come se il braccio fosse animato di vita propria. Lo schiocco è brusco e secco, il segno delle cinque dita sembra un tatuaggio rituale, mentre le lacrime sgorgano senza modestia solcando il suo bel viso senza che lei si curi tanto d’asciugarle. Io l’avvicino a me e la bacio, lei piange in silenzio, ma non penso per lo schiaffo, perché ho voglia d’abbracciarla, a quel punto la stringo ancora più forte a me. Il contatto con il suo corpo è ardente e focoso, dato che avvia riaccendendo in me una nuova scintilla, il battagliero individuo da poco ammaestrato torna a impadronirsi d’una nuova energia, in quell’istante mi stendo sulla schiena e faccio salire la mia amazzone per un galoppo decisivo, energico e alquanto travolgente.

A quel punto io la conduco e la guido verso il confine dell’incanto e del rapimento proprio come un cavallo, stando attento però a non sbalzarla fino a giungere anch’io al traguardo sospirato, concludendo infine la corsa nel suo bel ventre accogliente, confortevole e ospitale.

{Idraulico anno 1999}