i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Quell’individuo dev’essere stato in un’altra vita di certo un giocoliere, dato che mi ha scrollato svegliandomi talmente in fretta, poiché io non ho avuto nemmeno il tempo di finire il sogno. Non che fosse considerevole né importante, però non c’è bisogno per niente d’un sogno per sapere che uno t’espugna imprigionandoti l’intelletto in quanto s’innalza la chioma. Ebbene sì, in effetti, era una bell’apparizione, per il fatto che io stavo parlando in segreto con un giovane dal cazzo lungo come piace a me:

“La prossima volta però non svegliarmi” - esordisco io frattanto che sbadiglio.

“Dov’è il mio tesoro?”.

Io mi guardo attorno però non vedo nessuno nella stanza, in quel momento siamo soltanto noi due che amiamo ascoltare il jazz-rock-fusion già nell’aria vibrante del primo mattino:

“In questo luogo c’è un dilemma. Questo si può definire un arresto per congregazione nel violare la legge”.

In quel preciso istante m’echeggia d’improvviso un orecchio, tenuto conto che al momento lui sta attentamente bramando la mia rinuncia, la caduta conclusiva:

“Dai, suvvia, non fare lo scimunito. Qual è precisamente il misfatto?”.

Io agito lo sguardo palesemente sbigottita dall’eccentricità e dalla stravaganza della sua inattesa esaltazione:

“Lo sapete bene, pure tu e quell’altra, perché io infilzerò i vostri due prospetti con un lapis acuminato sullo scrittoio dell’ufficiale giudicante, scrupolosamente quest’oggi”.

Flessuoso e spigliato come un’antilope io mi sollevo dal letto e con la voce vispa da soldato della salvezza esordisco:

“E allora, nessun dramma. Andremo di certo sulle prime pagine dei giornali, non trovi?”.

Io lo guardo nudo come un verme, l’essenza e la sintesi cacciata dal paradiso terrestre, perché mi resta alquanto difficile immaginarlo con la giacca e con la cravatta o ancora migliore in toga, che cospira tramando doppie e subdole punizioni per noi due povere serve della gleba. Sì, perché lui il condottiero se ne sta diritto alla finestra con le spalle tese con quell’atteggiamento e con quella movenza da militare. I peli del pube composti, le unghie ben limate, i muscoli sfregati con un sapone profumato, il prepuzio accuratamente passato in rassegna con la pelle dello scroto sistemata a regola d’arte. Questo è il suo criterio fisico, che probabilmente annuncia e che anticipa rispetto alla commissione che lo attende.

L’altra che lui nomina, invece è bianchissima come un giglio: è una madonnina con gli occhi azzurri e il focolare incorporato in grembo, una santa. La vera carogna sono io senz’amanti né padroni, un mulo cocciuto e granitico, che fissando la lancetta del tempo capisce che nel minuto appena trascorso ha dissipato sperperando al vento centinaia di migliaia di spermatozoi circolanti nei testicoli. Lui standosene lì impettito e rigido nella sua valutazione ragiona, allora io a quel punto lo incito:

“Non temere, perché avrai senz’altro successo con questi due bei coglioni che ti ritrovi. Non trascurare né sottovalutare mai che la pelle ascolta, pensa, percepisce e trasuda fluidi e congetture”.

La mia parola è forse insufficiente e traboccante, perché il suo sguardo prorompe tra le sopracciglia folte simili alla fuliggine e le labbra color del sangue di rospo, quei capelli scuri e lucenti sono come un cespo di rovo falciato sbieco e spruzzato di gocce di rugiada. Il detentore dello scettro si muove fulmineo verso di me e con tutta la sua imponenza mi trascina verso la sedia. Io accetto passivamente, perché se mi soffermassi per pesare ogni parola sulla stanza svanirebbe la mia musica, tuttavia se reagissi allora lui si bloccherebbe di nuovo:

“Adesso tocca a te, più tardi penserò anche a quell’altra”.

Lui mi fissa diritto negli occhi come un lanciafiamme puntato sul sole, poiché vuole la cenere della pelle e delle ossa. Sono stata io a cominciare, lui pretende di finire, in quanto è un uomo di sani principi, un buon padre di famiglia, perché lui predica e richiama. In realtà è soltanto uno scapolo che accumula impreziosendo ogni giorno lo schema enigmistico del suo corredo, stavolta però nel rodeo ci sono io e sotto la sottana da vero demone ho un angelo tentacolare e nostrano, pericoloso e imprudente tra l’altro sempre in procinto di cambiare pelle. Lui m’osserva con quegli occhi freddi e inumani, io sono agganciata alla sedia e nuda con i polsi legati da una sciarpa di seta, con un’altra bandana stretta a forza tra i denti per impedirmi d’urlare. Lui ansimante rimane seduto su d’una vecchia poltrona logora, l’unica che ha peraltro lasciato integra, perché gli altri mobili sono distrutti, spaccati e sventrati. La chitarra invece è sbattuta in un angolo, il pianoforte a coda impolverato, scordato e dimenticato.

Le gambe delle sedie metalliche rivoltate verso l’alto sembrano dei giganteschi cavatappi, gli arazzi sono ridotti a brandelli, le tende riadattate a degli stracci e scorticate. Le porcellane sono frantumate, il cestino rovesciato per terra, l’intonaco alle pareti è sgretolato che cade a scaglie, mentre i sanitari sembrano cumuli di schegge impazzite. L’acqua attualmente sta uscendo ininterrottamente dai rubinetti, i nostri abiti sono fatti a pezzi e sparpagliati. Fuori nel frattempo infuria la tempesta, dato che s’avverte solamente la sonorità del vento che sbatte contro le superfici scuotendole, la stanza è una cassa di risonanza trasformata in uno xilofono gigante. Ecco che lui spalanca gli occhi come un caimano, visto che lo sguardo adesso si va a posare su d’una credenza dove si trova l’unico vaso capiente integro e un barattolo di miele. Mi mostra quel recipiente esaltandosi:

“Vuoi sapere qual è il mio obiettivo?” - dice lui compiacendosi.

In quel frangente s’alza dalla sedia e s’avvicina con il barattolo di miele in mano, lo posa per terra e svita il coperchio:

“Adesso ti spalmerò di miele, dalle dita dei piedi alla fronte e sui capelli, avanti e indietro, dappertutto. La punizione conveniente in un bagno di dolcezza”.

Lui esplode concitato consumando la sua follia, pertanto infila un dito nel recipiente, lo intinge di nettare e lo spalma sull’indice del mio piede destro. Continua a strisciare sulla caviglia, sempre più in alto tracciando un circuito incatenato in un gioco umido a incastro senza logica né combinazione, poi ritorna a sedersi di fronte a me e s’accende una sigaretta, però quel profumo dolciastro della miscela m’appesantisce i sensi. Io sto contemplando il cinturino, vorrei perdere i sensi e cadere in avanti, invece un turbinio di scene si rompe davanti agli occhi in una fantasia che fuoriesce nella molteplicità e nella varietà del quiz. In effetti, il segreto è qualcosa d’abilmente dissimulato perché possa apparire qualcosa d’altro, visto che nella perfetta superficie della realtà il giudizio cambia radicalmente d’aspetto.

Nel rumore ininterrotto delle parole e delle cose emerge sennonché un particolare colore che ne altera modificandone completamente lo spartito, io riscrivo la storia come un avvenimento non concepito. Il rapporto è una moneta fasulla che si mistifica trasformandosi in nome dell’amore e avvolge la sua perversione d’un pericoloso splendore di cartapesta o di pelle di diavolo. Ecco però all’improvviso zampillare in me la carne che vivifica, che scolpisce i miei silenzi, le collere e le riflessioni. Una consacrazione in verità, perché la ragione mi riprenda da sé come frammento del suo spirito dinanzi alla totalità del visibile qui, ora gioco d’amore, sì, perché attualmente dovrei svenire per davvero:

“Sei il mio trionfo”.

Le sue labbra si deformano piegandosi in un ghigno perverso:

“Svegliati dormigliona” - mi spiffera frattanto all’orecchio.

Io apro gli occhi e il tesoro ha ricomposto con le sue ali tutto ciò che è andato distrutto, i tasti del pianoforte suonano dolcemente, la chitarra intona un motivo dal vivo, le porcellane sono integre e impilate al loro posto, i tubi risucchiano l’acqua dispersa e la tappezzeria segue senza sforzo la ricostituzione dell’intonaco, come per incanto il barattolo di miele è scomparso, mentre io m’abbandono a un incontenibile e a un’irrefrenabile risata. E’ stato lui a consegnarmi il vaso, io mi sono prestata a ogni mossa della partita, pilotata da un destino dominante e lucido che m’ha battuto. Io ho perso il rompicapo dell’innocenza e del vizio nel quale m’ha coinvolto l’epilogo indubbio e scontato, dove la vittima sconfitta è destinata a diventare carnefice, giustiziere:

“Dai, chiamami un tassì per il tribunale” - mi urla fischiettando dall’altra stanza.

Lui si è già rivestito, beato lui. Io mi siedo per la colazione con caffè e croissant per coccolarmi un poco, con un pezzo d’alveare pieno di miele servito sul piattino di cristallo.

In conclusione, questa è la mia adesione e la mia compartecipazione golosa nella tesi e nell’ipotesi di reato.

{Idraulico anno 1999}