i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Il peccato è il mio mestiere, lo so, adesso starete di certo già sorridendo in modo beffardo, canzonatore e tagliente. Va bene, ve lo concedo, perché detta così può suscitare più d’una gomitata complice, eppure è la verità. La sola peculiare e distintiva verità che sia applicabile alla mia persona. Il malcostume infatti, così come il traviamento è il mio mestiere, una vocazione divenuta uso, consuetudine e dimestichezza in un certo qual senso, effettivamente un’inclinazione a tratti faticosa né per nulla facile, spesso ingrata e ostica, almeno per una persona con uno spirito indisciplinato, resistente e ribelle come il mio.

E’ inutile che scuotiate la testa dondolandola in quel modo, è inefficace, perché sarebbe opportuno che prima di continuare a leggere vi cancellaste quel sorrisetto fintamente comprensivo e tollerante dalle labbra. Io da bimba sono sempre stata una seduttrice in parte consapevole, in verità una precoce ed edotta ammaliatrice stretta in un cappotto di panno verde, che travolgeva il suo affascinante e giovane zio mettendolo sottosopra di mille perché, dopo più tardi sono diventata una ragazzina provocante e adescatrice quindicenne, che rivelava il suo innato talento per le variazioni orali del piacere, contro la parete d’una cabina nella spiaggia d’una affollata località balneare del mare Adriatico. La mia è stata un’ascesa quasi inarrestabile, a tratti fortissima e trascinante, per il fatto che raramente ho avuto dubbi di natura morale né mi sono rivolta domande del genere, per esempio che cosa penseranno di me se dovessi svolgere questa o quella mansione. A ben pensarci, una grande perdita di tempo in verità è l’andare contro la propria natura, giacché è in concretezza la forma di tortura prolungata più acerba, crudele e penosa che conosca. Ci ho provato una volta tanto tempo fa, perché chiaramente non ha funzionato andandomene sennonché appena in tempo, un minuto prima d’abbandonare in un angolo la mia individuale dignità, così come i miei adorati tacchi a spillo. Lui m’ha cercato dopo, ma questa è un’altra vecchia storia che ho già raccontato comunque.

Torniamo sennonché al mio inverecondo, lascivo e sconveniente mestiere. Peccare, già. Ripensandoci bene, il divertente lato di questo tipo d’occupazione è che per quanto ci provi non riesci in nessun caso a esaurire né a dissipare le occasioni di lavoro, perché c’è di continuo una nuova versione, un progetto innovativo, una tendenza inesplorata, per di più qualcosa che ancora non hai composto né fatto né esplorato a fondo, qualcheduno che in realtà non hai ancora pienamente conosciuto. La noia insomma, il grande male di questo e dello scorso secolo è stato allontanato, certo ha la sua abituale routine e le sue incontrovertibili e innegabili complicazioni, tuttavia non è il caso di nasconderla. Io sono però dell’opinione che nella vita non esistono rischi o pericoli assoluti, ma sono relativi alla persona che si trova ad affrontarli, perché pagare è il prezzo dell’amato mestiere che io svolgo. Il traviamento è il mio mestiere, una professione ci tengo a precisare che m’ha portato ricchi profitti in termine di piacere condiviso, un’occupazione che m’ha predisposto donandomi emozioni ricevute in regalo, scoperte sorprendenti di luoghi, di persone e in ultimo di forti irripetibili sensazioni, ma neanche un centesimo di euro, perché per quello c’è l’altro mestiere, quello che appaga la mia mente, mentre questo soddisfa placando unicamente le mie viscere.

Io sono invero una donna fortunata e prospera, ho due attività che m’appassionano, non m’accontento né mi placo perché se ci riuscissi non sarei io. Vi confesso svelandovi una cosa, vi spiffero che un uomo che ha fatto parte della mia vita per un lunghissimo periodo, e che io ho amato come un fratello realmente soltanto come tale, tenuto conto che era irriducibilmente omosessuale, m’ha detto una volta una cosa che a distanza di venticinque anni è ancora validissima e conforme alla norma:

“Non si può chiedere di fermarti, si può soltanto armarsi di zaino, di piccozza, di corde e di molta pazienza e starti accanto sul sentiero quando è abbastanza largo per camminare insieme e dietro quando è troppo stretto per contenere lo slancio d’entrambi”.

Com’è vero Salvatore mio prediletto, com’è vero attualmente ancora adesso quello che avevi annunciato all’epoca tanti anni addietro. E come oggigiorno mi manchi, quanto sei assente e distante quando ripenso a questi tipi di episodi, dato che tu sapevi decifrarmi accuratamente leggendomi attentamente dentro come pochi. Tu, come forse solamente un’altra persona dopo di te, sapeva comprendermi come un libro aperto.

Il vizio è il mio innato mestiere, visto che io lo alleno esercitandolo con creativa passione, in special modo con un’illimitata abnegazione e con una libera dedizione. Adesso lo svolgo persino con divertita ironia, perché io vivo e trasformo la vita in scrittura, siccome scrivo, convertendo e truccando le parole in vibranti emozioni, incarnate e raffigurate nella vita che ho trascorso.

Io abolisco la barriera, sopprimo il diaframma, perché in fondo io sono sempre stata un’attrice di varietà con tanta passione, con parecchio impeto e con molta partecipazione. In fondo, sono sempre rimasta una soubrette, con la passione per i commediografi, gli scrittori e i poeti. Il peccato è il mio mestiere e lo esercito con creativa passione e con assoluta dedizione.

Quest’ultimo aspetto devo però ammetterlo sinceramente, approvarlo pienamente e riconoscerlo lealmente.

{Idraulico anno 1999}