i racconti di Milu
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Conobbi Giacomo e Francesca ai tempi dell’università.

Lei la classica strafiga: statura media, viso da favola, capelli lisci scuri, corpicino nè troppo magro, nè troppo in carne; diciamo formosa il giusto. Il punto decisamente forte del suo fisico era un seno sodo spettacolare: una terza misura più che abbondante, che lei faceva risaltare ancor di più regolando il reggiseno sul gancetto più stretto. Il suo unico problema era che ogni tanto apriva bocca, risultando spesso insopportabile: nonostante la voce melodiosa, era la classica snob “figlia di papà”, che farciva i suoi discorsetti con i classici luoghi comuni da “radical-chic”, salvo poi schifare la gran parte dell’umanità nei suoi comportamenti quotidiani.

Lui invece tutto il contrario: oggettivamente bruttino, un pochetto storpio nell’andatura, oltremodo imbranato in ogni situazione. Era però un ragazzo piuttosto colto e dal carattere mite, con cui si poteva trascorrere qualche allegra serata in compagnia, intavolando discorsi più o meno impegnati, a patto ovviamente che non ci fosse lei in sua presenza.

Ed infatti nessuno tra i miei compagni di corso capì (io compreso) come potè succedere che dopo pochi mesi si fidanzarono e rimasero insieme per tutti gli anni universitari. Certo, tra loro filò sempre tutto liscio, anche perché ogni parola che lei proferiva era legge e lui ne eseguiva all’istante ogni volere, da buon cagnolino fedele.

Li persi di vista subito dopo, con quell’interrogativo che restava nella mia mente. A parte scorgere qualche particolare della loro vita su un noto social network, come ad esempio foto delle vacanze, non ebbi più alcun contatto con nessuno dei due (anche a seguito di un mio forte diverbio ideologico con lei), per cui non rientrarono nemmeno più nei miei pensieri.

Un mese fa rividi con piacere Giacomo, per motivi di lavoro. Mi ero infatti trasferito in una cittadina del nord Italia, assunto come analista in una banca di investimento locale. Un bel giorno il mio capo entrò nell’ufficio della mia divisione, annunciandomi ridacchiando: “Stefano, hai visite!”. Era proprio il mio amico in carne ed ossa, e compresi subito il motivo delle risate dei colleghi: il mio compagno era talmente in soggezione che continuava a balbettare parole a vanvera. Tutto come un tempo, insomma.

Decisi di metterlo subito a suo agio, interrompendo il divertimento di tutto il mio ufficio: “Jack, che piacere! Prendiamoci un caffé nel bar qui sotto!”. Ben presto capii che la questione che l’aveva portato al mio cospetto era decisamente seria. Aveva fondato un’azienda che produceva articoli ecologici (non l’avrei mai detto), insieme alla sua “dolce” metà (indovinate chi aveva preso il ruolo di amministratore unico?), che nel frattempo aveva sposato. Tuttavia, si trovavano in guai grossi, in quanto una bolla in quel comparto aveva messo a dura prova i loro affari. Per farla breve, erano sull’orlo del fallimento: cercavano disperatamente finanziamenti, per questo avevano deciso di rivolgersi alla mia banca. Ed ovviamente lei aveva mandato il suo schiavetto a fare la parte dell’elemosinante. Il mio capo aveva deciso di affidare a me il loro caso, in quanto mi occupavo nello specifico di piani strategici e valutazioni di start-up.

Il mio amico mi mostrò tutte le informazioni nessarie: far approvare il finanziamento richiesto mi sembrò un’impresa davvero ardua. Tuttavia decisi di temporeggiare, dato che egoisticamente volevo godermi l’occasione unica di rincontrare un vecchio amico: la mia carriera mi aveva infatti portato ad abbandonare tutti i legami, per cui mi ero abituato a convivere con la mia solitudine. “Ehi, Jack, devo valutare attentamente il tuo caso. Però penso si possa fare qualcosa per aiutarvi. Che ne dici se ne parliamo meglio a cena questa sera?”. Accettò di buon grado, affermando che avrebbe portato anche la sua fidanzata.
Poco male, pensai, rivederla dopo tanto tempo non sarà poi così male.

Prenotammo in un localino molto chic del centro città, ben arredato e con luci soffuse al punto giusto. Quando li vidi entrare al ristorante ebbi un tuffo al cuore: Francesca era diventata ancora più bella di come me la ricordassi. I lineamenti del viso si erano ulteriormente rifiniti, i fianchi alleggeriti ed il seno ed il fondoschiena rassodati. Indossava un vestitino leggero che evidenziava magnificamente tutte le sue forme. Mi tornò un piccolo rimorso per non essermela giocata al meglio ed essermela lasciata scappare, quando poi lei aveva scelto il mio amico. Ma questa storia era già morta e sepolta.

Francesca mi salutò con il solito sogghigno: “Allora Stefano, la politica non era proprio il tuo forte, vero? Ho sentito dire che ti sei buttato a capofitto sugli affari e sui soldi, non ti fai più problemi di etica?!”. Avrei voluto rispondere che anche lei di politica non ci aveva mai capito un’acca, ma che inoltre il suo senso per gli affari si era rivelato un fallimento. Tuttavia prese il sopravvento la voglia di trascorrere una serata tranquilla, e non decisi di non rovinare tutto subito, per cui risi alla sua battuta e le girai un complimento che la fece arrossire non poco: “Eh in effetti hai proprio ragione! Tu invece sei più bella che mai, non ti smentisci!”. Giacomo provò a smorzare subito i toni: “Ragazzi, che ne dite di metterci a tavola? Ho una certa fame!”.