i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

[ - ] Stampante Capitolo or Storia
Indice
- Text Size +
1. Tre fantasie, una scommessa e due pompini – prima parte




Ciao, sono Jennifer Lawrence. Sì, vabbè, ciao, sono Annalisa, la sorella anoressica di Jennifer Lawrence. Mi conoscete, spero. Se non mi conoscete andatevi a rileggere i miei due racconti precedenti: “Diversamente vergine” e “La penitenza di Annalisa”. Se volete, eh? Perché in caso contrario a me non me ne frega un cazzo. Quanto a Jennifer Lawrence… vabbè, vedrete.

Questo racconto comincia proprio dove finisce quello precedente, alle quattro e mezza di una piovosa notte romana tra un sabato e una domenica.

Non c’è molto da dire. Sono tornata a casa fradicia e devastata, mi sono fatta una doccia avendo cura di mettere prima direttamente in lavatrice i miei panni, tutti, sporchi di uno sporco imbarazzante. O che almeno lo sarebbe stato agli occhi di mia madre. Mi sono asciugata, capelli compresi, e un’ora dopo ero a letto. Mi sono svegliata poco prima dell’una, direttamente per pranzo. In realtà mi bruciava lo stomaco e non avevo nessuna voglia di mangiare, ma l’ho fatto per evitare le solite rotture di coglioni dei miei. Non è che sono cattivi, ma sapete com’è… Ho solo inventato la palla (quella di inventare palle all’impronta è una specialità nella quale riesco particolarmente bene) dicendo che era l’ultima volta che bevevo caffè la sera, che ero rimasta sveglia come un grillo e che insomma era per quello se ero tornata a casa così tardi. Non ho mai capito se i miei ci credono o no a tutte queste cazzate ma chissenefrega. L’unica che non ci crede, di certo, è mia sorella Martina. Ma tanto lei questo week end è andata in campagna con il suo fidanzato per cui il problema non si pone.

Dopo pranzo ho riacceso il telefono e ho trovato il delirio. Tre chiamate di Viola e poi un lungo messaggio in cui mi diceva che ormai la penitenza era finita, la colpa espiata, che mi vuole tanto bene e che non vede l’ora di rivedermi, di cazzeggiare, di andare a mangiare una cosa insieme e di far finta di troieggiare in giro e illudere qualche coatto. E anche di leccarmi la fica. Già, in effetti, meno di ventiquattr’ore fa ero io che la leccavo a lei. Non una parola sul fatto che, ma porco cazzo, la penitenza che mi ha riservato sia stata un tantino eccessiva. Non ho voglia di risponderle e non so nemmeno se lo farò nei prossimi giorni. Devo pensarci bene.

L’altro messaggio è di Giancoso, che mi fa garbatamente notare che se lo chiamo alle quattro di notte sarebbe educazione almeno parlare, invece di riattaccare dopo il suo “che succede, puttanella?”. Che volete che vi dica? Ha ragione. E infatti gli rispondo e gli scrivo “scusa, hai ragione”. Il fatto è che lui mi mette sempre un po’ in soggezione. E’ grande, avrà trentacinque, quarant’anni, non so. Ogni tanto lo vedo, ogni tanto ci chatto. Non ho ancora capito se vuole scoparmi, ma in realtà non mi ha mai toccata se non pochi minuti dopo che ci siamo conosciuti, davanti al bancone di un bar durante una festa, quando mi ha infilato un dito nella fica per dimostrarmi che aveva capito che non portavo nulla sotto il vestito.

Stavo per rimettermi a letto quando mi ha telefonato Fabrizio, l’altro cui avevo rotto i coglioni la notte precedente, senza peraltro ottenere risposta. “Mi hai cercato stanotte o ti è partita la chiamata?”. “Sì, no, cioè, scusa, è che mi servivi ma poi ho risolto”. “A cosa ti servivo?”. “Ahahahah, non a quello…”. Sì, ok, va bene, ci sentiamo nei prossimi giorni, eh?

Mi sono infilata sotto il piumone pensando chissà che cazzo sta facendo Tommy, mi aveva detto che sarebbe rimasto a Bologna sia questo che il prossimo fine settimana e che, anzi, se mi andava di vederci… Boh, sì mi andrebbe, certo che mi andrebbe. Ma poi vediamo, lo richiamo, lo chatto, che cazzo ne so.

Mi stavo crogiolando un po’ nella rassicurante sensazione che tra un po’ mi sarei riaddormentata quando l’iPhone ha squillato di nuovo. Ma che cazzo avete tutti oggi? Era un numero che non ho in rubrica e come una scema ho risposto. Ho subito capito che era Angelo, uno dei miei “torturatori” della notte precedente. Il numero me lo sono fatto dare da Viola mentre ero in mezzo alla strada sotto il diluvio notturno, non so nemmeno io perché. Ma comunque non l’ho messo in rubrica. Altrimenti non avrei risposto. Non ho riattaccato subito perché sono una ragazza educata e proprio non riesco a farlo, non lo faccio nemmeno con quei rompicoglioni dei call center, ma certo l’ho trattato freddamente. Voleva sapere come stavo, se avevo dormito e tutte ste cazzate qui, ma era chiaro che ci stava provando sto maiale sadico di merda. “Scusa, ma tu non devi sposarti tra qualche giorno?”, gli ho chiesto quando mi ha detto se una di queste sere mi andava di andare a bere una cosa con lui. “Sì ma ho dei momenti liberi”, “Be’ non lo so, vedremo, io nei miei momenti liberi preferisco fare altro”. Ho chiuso la conversazione con questa promessa molto vaga e ho spento il telefono. Ma andatevene un po’ tutti affanculo, specialmente tu.

Ora, io capisco che chi non mi conosce non ci sta capendo un cazzo, ma non ci posso fare niente. Ve l’ho detto, se vi va andate a rileggere i miei due racconti, sennò pazienza, non ho voglia di fare il riassunto delle puntate precedenti. Non potete sempre approfittare del mio buon carattere.

Il giorno dopo, il lunedì, ero ancora un po’ sotto botta. Sono andata a lezione e Francesco Uno, il ragazzo di Viola, non c’era. Forse si vergognava a farsi vedere da me. Lo capirei, io stessa mi sarei sentita a disagio, anche se non ho idea di che cosa sappia di ciò che è successo in quella stanza dopo che lui e Viola sono andati a letto. A lezione invece non ho capito un cazzo e anzi, quando quel coglione del prof ha iniziato a fare domande in giro come suo solito ho fatto finta di dovere andare in bagno. Il resto della giornata l’ho passato a leccarmi le ferite morali. Viola mi ha cercata ancora, non le ho risposto.

Stamattina invece mi sono svegliata con la voglia di cazzo. Si vede che ho elaborato quello che è successo sabato notte. In modo positivo, direi. E’ una voglia indefinita, non so. Non precisa. Anche una sega a qualcuno andrebbe bene. O magari un pompino, come quelli che facevo la mattina quando andavo a scuola, al riparo di una siepe nel parco o molto più spesso nello scantinato inopinatamente grande e deserto del bar dove ci rifugiavamo. Madonna a quanti ragazzi gliel’ho succhiato là sotto, ero un’idrovora. Soprattutto il giovedì, quando mezza classe faceva sega all’ora di Arte pur di non stare ad ascoltare quella stronza della Isoardi. A volte anche due di fila, una volta tre. Io restavo ad attendere là sotto, nel bagno delle femmine, e sotto a chi tocca. Bei tempi, era più o meno un anno fa.

Mi tocco tra le cosce e sento che quella che ormai chiamo senza tema di smentita alcuna “la troia”, cioè la mia fica, si è già inumidita. Mi infilo direttamente un ditino dentro e ho un sussulto. Ma in realtà non ho granché voglia di spararmi un ditalino sotto le coperte. Ragion per cui mi alzo, faccio la doccia, mi diverto un po’ con il getto del doccino indirizzato proprio sul grilletto ma poi lascio perdere perché mamma mi chiama per la colazione.

Esco di casa con un paio di leggings così superfit che davvero non lasciano nulla all’immaginazione, grazie anche a un perizoma strategico e al giaccone corto. Mi dispiace che non lo sappia nessuno, ma in realtà è proprio la giornata che se volete toccarmi il culo sul tram e siete appena appena carini magari vi dice bene. Salgo sul diciannove con le migliori e troieggianti intenzioni ma in realtà, a parte la calca, c’è poca roba. Arrivo a lezione e anche oggi Francesco Uno ha dato forfait. Esco dalla lezione e faccio un po’ l’oca sculettante per i vialetti dell’università. C’è un ragazzo che mi adocchia e che non sarebbe niente male se solo si decidesse, ma sfiga vuole che incontri altri due tipi che conosco e che si fermano a salutarmi. Uno è decisamente un tipo di quelli che no, mi spiace, ma proprio non è possibile. Sarebbe perfetto in una messa in scena della Fattoria degli animali di Orwell. Il maiale che è più uguale degli altri, avete presente? Ha proprio una faccia conclamata da suino, poveretto. L’altro invece è sì un tipo che in una giornata come oggi gli potrei anche dire “ehi, non è che avresti cinque minuti di tempo per appiccicarmi da qualche parte e farti assaggiare un po’?”, ma chiaramente non è aria.

E vabbè, ok, mi arrendo e vado dal parrucchiere, sperando che come al solito a quest’ora abbia un buco libero. Gli dico che ho voglia di cambiare un po’ senza esagerare e che, ma sì dài, fa’ un po’ tu. Resto un’oretta sotto le mani di un suo collaboratore, rilassandomi, chiudendo gli occhi e ascoltando divertita le loro conversazioni frocieggianti. Prendo accordi con l’estetista per una ceretta completa sapendo già che quando mi spoglierò mi toccherà sentire la solita frase “Gesù, Annalisa, ma quand’è che ti metti a mangiare un po’ di più?”, e io gli risponderò che mangio come una matta, ma che sono proprio fatta così.

Quando riapro gli occhi è proprio il boss che mi fa notare che sì, insomma, gli ricordo Jennifer Lawrence, “l’hai visto il trailer dell’ultimo film?”. “Red Sparrow”, dice quello che mi ha fatto i capelli. No, non l’ho visto, in compenso vedo nello specchio che ho un taglio con la frangetta e che i boccoli sono più o meno spariti. Non è che non mi piaccia, ma sono perplessa. Innanzitutto perché, se solo accentuassi un po’ il trucco, avrei una perfetta aria da mignotta, e poi perché - gli dico - secondo me non c’è nemmeno bisogno che piova, basterà pronunciare la parola “umido” appena uscita per strada per perdere l’effetto-liscio. Vabbè, speriamo bene.

Sono già a casa quando mi arriva un messaggio sulla chat “ora d’aria”. La chiamiamo così da quando Stefania si è messa a capodanno con il suo ragazzo, perché le lascia così poco tempo per vederci che appunto sembra che sia carcerata. Contenta lei… Ci propone di vederci stasera. Io rispondo che forse Trilli, l’ultima del terzetto, non potrà, avendo agganciato uno sabato sera, quando era con me. Immediatamente dopo Trilli si fa viva con un “ma sì, dài” che scioglie ogni dubbio. E così sia. Nel pomeriggio vedo che Viola continua a farsi viva, ma non mi va di risponderle.

Stefy vuole andare in un posto che sta praticamente dall’altra parte della città, quindi mi tocca farmi prestare la macchina dal paparino e passarle a prendere. So che le dovrò riaccompagnare e infine, rottura di palle immane, rimettere la macchina in garage. Ma per le amiche questo e altro.

“Ma come ti stanno bene così i capelli!”. “Sembri quella, come si chiama…”. “Sì, è vero…”. “Jennifer Lawrence”. “Brava!”. “Sì quella che ha fatto Red Sparrow, ci andiamo una sera?”. “Non ho le guanciotte di Jennifer Lawrence…”. “Ma non le ha più!”. “E non ho nemmeno quelle tette…”. “Capirai… mica c’ha tutte ste tette, secondo me tu sei pure più alta….”. “Comunque qualcosa c’è, il taglio degli occhi, la bocca…”.

Ok, va bene, sono Jennifer Lawrence dopo una vacanza-premio ad Auschwitz, andiamo?

Il locale, lo riconosco, non è male, anche se è uno di quelli che tra un po’, con la stagione più dolce, faranno fatica a attirare clenti. Sarebbe bello che avesse dei tavolini fuori, ma sul marciapiede c’è poco spazio. Stefania e Trilli trovano posto su un divanetto, io su una poltrona davanti al lato più corto del tavolino.

Il primo punto all’ordine del giorno, come sempre, è ovviamente il nuovo ragazzo di Trilli, di cui se ben capisco si è già rotta i coglioni. Ci si è messa sabato, oggi è martedì, siamo in perfetta media. Qualità psicologiche: sembrava più brillante, ossia deve essere un moscione della madonna, traduco prima mentalmente e poi ad alta voce, guadagnandomi un cenno di intesa di Trilli. Altre qualità: fisico ok, un bel cazzo ma non lo usa benissimo.

Il piatto forte è però la mia performance di sabato alla festa dell’amica di Viola, Camilla. La gara di soffoconi la descrive Trilli a un’allibita Stefania (in effetti il nome della gara era proprio quello) prima di spiegarle di cosa si trattasse in realtà.

- E perciò alla fine, per un soffio, sei dovuta rimanere nuda di fronte a tutti? – chiede Stefy.

- Sì, ma non è che me ne fregasse un cazzo, ero talmente ubriaca… - rispondo.

Evito accuratamente di raccontare loro cosa è successo nel dopo-gara, quando me ne sono andata via con Viola, il suo ragazzo e quegli altri tre stronzi. Non so nemmeno se avrò mai il coraggio di confidarmi con le mie amiche, in questo momento non mi va.

- Detto per inciso – commenta Trilli – quella sarebbe una delle mie fantasie sessuali preferite.

- Cioè? Restare completamente nuda in mezzo a un sacco di gente che ti guarda?

- Esatto. Anche se per la verità, nella mia fantasia – chiarisce Trilli – ho le braccia alzate e le mani legate a una corda che scende dal soffitto.

- Un po’ curiosa, come fantasia – le dico.

- Vabbè, è questa… - mi risponde lei con una espressione tipo “che cazzo ci posso fare, mi è venuta così…”.

- Anche io ne ho una – interviene Stefania – che ha a che fare con l’essere legata, ma è molto più elaborata. E poi per molto tempo è rimasta nel vago…

Sia Trilli che io la guardiamo per dieci, forse quindici lunghi secondi.

- Vabbè, ora diccela – fa Trilli.

- Ma è troppo incasinata, anche un po’ estrema… - si schermisce Stefania – fino a un po’ di tempo fa era anche molto vaga…

Trilli mi guarda con la faccia stupita e la indica con una mano come a dire “ma anvedi sta scema…”. Sul mio viso, mentre mi rivolgo a Stefania, probabilmente appare invece un sorrisino ironico. Si vede benissimo che ha una voglia matta di raccontare, quando fa così vuole essere pregata.

- Stefy – le dico – non dimenticarti mai che, oltre alle cose che ci siamo sempre raccontate, tu ti sei fatta scopare sotto i miei occhi stando piegata con le mani appoggiate sul fondo del bagagliaio di una macchina…

- Ma io pensavo dormissi! – ride lei coprendosi il viso. E’ una specie di marchio di fabbrica, il suo: ossia quello di declinare, ma in modo vezzoso, quella che io chiamo la sua troiaggine a intermittenza.

- Sì, ma con il casino che facevate mi avete svegliata. E sì che ce ne voleva, per svegliarmi.

- D’accordo, ok - taglia corto Stefania – allora, la cosa è questa: siamo io e un’altra ragazza, inginocchiate davanti a un divano e con le tette sui cuscini, una accanto all’altra, completamente nude. Siamo legate, ma nel senso che la mia mano sinistra, il polso sinistro, è legato al suo polso destro. La stanza è completamente al buio ed è piena di gente, uomini ovviamente, di età molto diverse tra loro. Questo lo capisco da come parlano, più che altro. Abusano di noi per ore, in ogni modo. Ma, questa è la cosa strana, nella mia fantasia non è tanto forte la sensazione di loro che mi scopano… sì, insomma, i cazzi che mi entrano ovunque, quanto il modo in cui lei, l’altra ragazza, mi stringe la mano quando la violentano, i suoi strilli, e il modo in cui reagisce ai miei strilli e mi stringe le mani quando violentano me… Non è che ci parliamo, comunichiamo solo in questo modo…

- Ma è una cosa da psicanalisi – le dico – perché dicevi che fino a un po’ di tempo fa era tutta una cosa un po’ vaga?

- Perché per molto tempo – risponde Stefania guardandomi dritta negli occhi – non sapevo chi fosse quell’altra ragazza, proprio non riuscivo a immaginarla. Poi ho capito che quella ragazza sei tu.

- Io? – le chiedo mentre intorno tutto il locale sembra essere sprofondato nel silenzio.

- Sì, tu.

- Ma perché proprio io?

- Non lo so.

- Ma da quando l’hai capito che quella accanto a te sono io?

- Ti ricordi quella volta che abbiamo litigato perché dicevo che esageravi con tutti quei ragazzi a scuola? Più o meno dopo quella litigata, ma non chiedermi il motivo. Davvero, non lo so…

In effetti in quel periodo ero davvero diventata una macchina da pompini, ma tra questo e la fantasia sessuale di Stefania nemmeno io riesco a trovarci un nesso. E’ davvero roba da psicoanalisti, certe volte…

Ci guardiamo per qualche secondo senza sapere cosa dire l’una all’altra. Sento che Trilli ci osserva intensamente e probabilmente lo sente anche Stefania. Ma i nostri sguardi sembrano essersi incollati.

- Grazie Stefy, ma quella sera ho da fare… - rido cercando più che altro di sciogliere quel momento di tensione.

- E’ una cosa che non concepisco proprio – dice Trilli cercando anche lei di rompere quella specie di stallo.

- Cosa? – chiedo – non cominciare pure tu a mettere altra carne al fuoco.

- No, intendevo questa fantasia sullo stupro – risponde Trilli – cioè, proprio non capisco come una possa desiderare una cosa del genere…

- Ma chi la desidera? – insorge Stefy – c’è una bella differenza tra…

- Non mi dire che non l’hai mai avuta… - dico io. In effetti credo che almeno una volta nella vita tutte ci facciamo un pensierino sopra. Ma forse non è vero, o forse per Trilli quel momento non è ancora arrivato. In fondo che cazzo ne so?

- Perché, tu ce l’hai avuta? – mi chiede.

- Io sì – le rispondo – e anche in modo abbastanza persistente. Non dico che sia l’unica ma è una di quelle che ogni tanto mi vengono.

- Una di quelle? – chiede Trilli – ma quante cazzo ne hai?

- Perché, tu hai solo quella? – le dico spalancando gli occhi.

- No, ma non sono ta…

- La tua quale è? – mi chiede Stefania senza girarci troppo intorno – racconta.

E be’, la mia è che una volta ho visto su Youtube o su chissà quale altro cazzo di sito un spezzone di un film. Non era mica un film porno. E poi io ero abbastanza piccola, avrò avuto quattordici o quindici anni, e non mi ricordo nemmeno se i cazzi dei miei fidanzatini mi limitavo a segarli o se già iniziavo a infilarmeli in bocca. Comunque vidi questa scena dove c’è Monica Bellucci che viene violentata in una specie di tunnel, sembra uno di quelli della metropolitana ma non ne sono sicura, non ero molto pratica e sinceramente non è che la mia attenzione fosse puntata proprio sulla location. Insomma il fatto è che la Bellucci era abbastanza chiaro che subisse una violenza dietro, cioè ero piccola e inesperta ma mica scema. Soprattutto mi ricordo che il suo viso esprimeva disperazione, impotenza, dolore. E io non potevo fare a meno di guardare quelle espressioni sul suo volto e mi chiedevo – lo so, è proprio una cosa strana, ma la mente vola a volte per cazzi suoi – ma le attrici fingono proprio tutto o replicano esperienze vissute, in qualche modo? Lei allora era sposata con quel figaccione di Vincent Cassel. Cioè, non mi ricordo bene di quando era il film, ma sicuramente dovevano essere molto più giovani e belli di adesso, e io mi chiedevo: ma, per esempio, il marito, Vincent Cassel, se la incula?

- Io con Vincent Cassel ci metterei la firma, anche oggi – dice Trilli – chissenefrega se è un traditore seriale…

Ve lo devo dire senza che vi facciate strane idee, perché è una brava ragazza. Di noi tre, lei è quella cui il sesso anale piace. Quasi senza discussioni. Stefania invece è combattuta: a volte le è piaciuto, ha detto, a volte le è piaciuto solo perché ha fatto felice il suo ragazzo, a volte non le è piaciuto proprio per niente.

Io invece sono l’unica che non l’ha mai fatto. Anzi, una volta ho davvero subito un tentativo di stupro anale vero e proprio da parte di uno stronzo. Gli avevo fatto un pompino e non si rassegnava al fatto che non mi potesse scopare perché avevo deciso di rimanere vergine. Ma accontentati, no? Ero riuscita a ribellarmi, per fortuna, ma quella storia un po’ di angoscia addosso me l’ha lasciata lo stesso. Prima di essere una troietta sono un essere umano, e che cazzo…

Comunque la mia fantasia è questa. Non è la sola, chiaro, e non è nemmeno la sola che ha a che fare con l’essere costretta a fare sesso. Come dicevo prima, penso che sia una cosa abbastanza diffusa, finché si resta a livello di fantasia.

E adesso che ce le siamo raccontate, cosa succede? Succede, almeno per quanto mi riguarda, che le voglie con cui mi ero svegliata stamattina ritornano a farsi sotto. Butto giù l’ultimo sorso di Negroni sbagliato e rompo il silenzio.

- Ragazze, non è che vi offendete se mi sgancio cinque minuti e mi guardo un po’ intorno? Mi è venuta l’irrefrenabile voglia di fare un pompino…

- Fosse la prima volta che capita! – ride Stefania.

- Be’, è un po’ che non capita… - la corregge Trilli.

- Questi discorsi ti hanno scaldata? – chiede ancora Stefania.

- Mah… potrei dire di sì, in realtà è da stamattina che ci penso – rispondo.

- Cioè? Ti ci sei svegliata? – insiste Stefania quasi sghignazzando.

- Uhmmm… praticamente sì – dico – mi sono svegliata pensando che sarebbe stato carino, entro sera, fare un pompino a qualcuno, non ti capita mai?

- Annalisa che sparisce per andare a succhiare il cazzo a qualcuno è un classico – commenta Trilli rivolta più a Stefania che a me – e i classici non vanno mai fuori moda…


CONTINUA

browserfast@libero.it