i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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“Dai, svegliati dolcezza, pensi di non aver riposato abbastanza?”.

“No, non voglio, perché ho ancora sonno. Adesso voglio stare qui rilassata”.

“Ricominci a fare i capricci. Fidati che sarà un’incantevole mattina, tra non molto sorgerà un sole stupendo e diventerà tutto favoloso”.

Io rimetto la testa sotto il cuscino brontolando e mugugnando, mi rimbocco il piumone e sento Gerardo che sta arrivando di corsa nella mia direzione:

“Oddio no, sei fuori di testa, sta’ fermo con quell’acqua lì, te lo prometto, m’alzerò subito”.

Gerardo se la spassa, m’osserva, mi punzecchia stuzzicandomi e bisbigliandomi vocaboli amorevoli e premurosi, io in quell’occasione mi trascino pigramente verso la stanza da bagno e avverto ancora il caldo del piumone sul mio corpo, il mio pigiama felpato antistupro come lo intitola lui confidenzialmente, facendomi sentire in un certo senso protetta e riparata, però adesso devo proprio svegliarmi. Quando esco dalla doccia Gerardo ha preparato in maniera impeccabile la prima colazione per entrambi, là di fuori dalla finestra è al momento notte completa, poiché il ridente borgo di montagna dove ci troviamo per questo breve periodo di villeggiatura sonnecchia ancora:

“Ma che ore sono? E’ ancora notte, ti rendi conto?”.

“Sì, lo so Lorena, sono appena le quattro del mattino, dai che partiamo”.

Io mi vesto con l’equipaggiamento da montagna, gli scarponi, i pantaloni scuri, la felpa con l’imbottitura, prendo lo zainetto e seguo Gerardo. Lui adora la montagna, gli piace camminare, fare fatica, predilige stare nella macchia e sulle rocce, adora campeggiare nel bosco, parlare con la gente, bere il latte appena munto, cercare i funghi e tutto quello che gli permette di stare all’aperto così come i pittori impressionisti. Lui cammina vicino a me, per il fatto che mi piace averlo vicino, guardare il suo corpo, ascoltare il suo respiro e annusare il suo odore. Gerardo attualmente è un po’ ingrassato, tenuto conto che non ha più quella corporatura nel tempo in cui ci siamo conosciuti e in seguito congiunti in matrimonio, ha al presente un po’ di pancia, pochi capelli, malgrado ciò io lo adoro, giacché è il mio uomo, è un buon marito, ultimamente un po’ meno risulta essere un generoso amante. Francamente non so spiegarmelo meglio, probabilmente sarà per il lavoro, le consapevolezze quotidiane che ci attanagliano, i grattacapi che incontrollabili avanzano, il tempo che passa, i dilemmi da risolvere, i pagamenti da saldare, precisamente non ho idea, fatto sta però che entrambi disponiamo sempre di ridotte occasioni per stare assieme, giacché lui lavora sovente fino a tardi, così in quel preciso istante lo incalzo braccandolo:

“Gerardo caro, adesso sono davvero sfiancata. Dimmi un po’, tarderemo molto per arrivare lassù alla baita?”.

“Lorena, pazienta ancora quindici minuti e ci saremo, vedrai che tipo di paesaggio in seguito potrai ammirare, fidati non te ne pentirai” - mi risponde lui rincuorandomi e alleviandomi in un certo qual modo per la fatica che sto compiendo.

Ed è vero, perché dopo una decina di minuti arriviamo al rifugio, io non ce la facevo più, attualmente mi sembra un sogno essere lì davanti, perché mi tolgo lo zaino scaraventandolo per terra, sono sudata, Gerardo è peggio di me, ci cambiamo la maglietta, io ho un reggiseno coprente perciò non m’imbarazza, anche se alcune persone impiccione e linguacciute fuori dal rifugio mi stanno squadrando dalla testa ai piedi, come se avessero visto un marziano, chi se ne frega ripeto verso me stessa infischiandomene. Là non molto distante, viceversa, di fronte c’è un simpatico e chiassoso gruppetto di cinque alpinisti presumo tedeschi o austriaci, magari altoatesini tutti biondi, belli e giovani che se la spassano, tre ragazzi e due belle ragazze, che si stanno allegramente scolando pacificamente cinque birre enormi. Conformemente all’idea di Gerardo loro si trovano qui perché dovranno affrontare l’arrampicata sulle falesie studiandosi perciò la parete migliore, visto che sono poco lontane dal rifugio, nel frattempo noi mangiamo qualcosa, poi Gerardo mi conduce facendomi vedere un posto speciale che mi dice di frequentare soltanto lui e unicamente pochi altri, io attratta e incuriosita lo seguo.

Lui cammina seguendo una traccia che vede e che conosce esclusivamente lui, giacché s’inerpica con perizia su in mezzo ai quei cespugli e a quei numerosi arbusti di pungitopo e di rododendri, che puntualmente mi graffiano le braccia e le gambe come per non volermi far passare, dopo cinque minuti finiamo su d’un terreno erboso non molto esteso pieno di fiori, di mirtilli maturi e di ribes che s’affaccia a picco dominando la valle, il panorama è a dir poco incredibilmente suggestivo e strabiliante da lasciarmi realmente senza parole. Io ho voglia di baciarlo, di sentire la sua lingua nella mia e di sentire il mio corpo stretto tra le sue forti braccia, in seguito ci stendiamo per prendere il sole con lui lì vicino, io sono con gli slip e il reggiseno, il sole mi scalda delicatamente, lo sento dentro di me, mi giro di continuo per non scottarmi, Gerardo comincia a imboccarmi con i mirtilli, dato che sono buonissimi, incredibilmente dolci, saporiti e succosi.

Percepisco nettamente la pelle che inizia a pizzicarmi, gli chiedo di spalmarmi della crema, lui inizia dalla schiena, le sue mani m’accarezzano, slaccia il reggiseno per non ungerlo, dopo passa alle gambe dentro e fuori, poi in alto e in basso, che bello mi farei massaggiare per ore rimugino dentro di me. Lui insiste, incalza sulla schiena, poiché sento che mi sto effettivamente eccitando, dei brividi mi scendono giù, lui m’accarezza il sedere e poi insiste sulle gambe sempre più vicino all’inguine, io mi sento bagnata e i miei slip bianchi di cotone non m’aiutano di certo per offuscare il mio stato di quell’evidente eccitazione, mi piace, poi le voci dei ragazzi del rifugio in lontananza mi fanno sennonché svegliare da questo sogno, cosicché mi giro sulla schiena intimandogli:

“Dai, fermati, che cosa mi fai”.

“Perché devo fermarmi, non dirmi che non ti piace?” - così facendo lui comincia ad accarezzarmi le tette che sono saltate fuori dal reggiseno slacciato:

“Sì, mi piace parecchio, però non qui. Dai, non adesso, meglio stasera, perché adesso potrebbe vederci qualcuno”.

“Non preoccuparti perché qui non verrà nessuno, stanne certa, per il fatto che nessuno sa arrivarci e se anche giungesse qualcuno di che cosa dovresti poi vergognarti? Tu sei talmente bella, che è un peccato che nessuno ti veda come ti vedo io”.

“Meglio così, lo sai che mi vergognerei da morire, perché certe cose non le faccio neanche davanti a te”.

“Già, sarebbe anche ora di smetterla adesso dopo tre anni di matrimonio e una vita assieme”.

Io mi guardo attorno rimanendo meravigliata, là davanti a me spiccano agrifogli, mughi, rododendri, roverelle, qualche biancospino e diversi castagni secolari intorno a noi creano una barriera, in quanto sembra davvero un muro aggrovigliato e inestricabile, poi le sue dita adesso mi stanno accarezzando il seno e giocano con i miei capezzoli:

“Sarebbe ora, che cosa ne dici? Sarebbe il momento d’essere maggiormente disinvolta e mostrarti un po’ più spregiudicata” - le riferisco io.

“Tu allora vuoi giocare, bene allora giochiamo” - esordisco io ribattendo.

Io lo lascio fare, subito il mio respiro diventa ansimante, lo voglio, gli slaccio i pantaloni, infilo una mano e lo trovo già pronto, voglio sentirlo in bocca, voglio sentire il suo sapore, m’abbasso su di lui e comincio a baciarlo adagio sulla punta, tutto attorno, lo lecco come se fosse un gelato, lui si toglie i calzoni, ma io non mollo la preda, perché continuo a leccarlo, visto che mi vedo come una bambina che lecca il suo gelato preferito. Lui intanto continua ad accarezzarmi le tette, mentre con l’altra mano prova a sfilarmi gli slip, ma è impossibile, in sostanza ineseguibile: mi sposto quanto basta, in un attimo volano via gli slip e il reggiseno, dopo ritorno all’assalto. Io continuo a leccarlo mentre con le mani gli accarezzo i testicoli, apro la bocca e lo inghiotto lentamente con le labbra serrate, lo ingoio fin dove posso fino in gola, gradualmente risalgo, mentre con la lingua gli trastullo il glande con un movimento flemmatico dal basso verso l’alto, succhiando il suo sapore su e giù insistendo sul frenulo fino ad avvertire il suo cazzo diventare sempre più compatto:

“Ti piace maritino mio? Sono meglio io del tuo lavoro? Sono brava, non è vero? Lo so che ti piace squadrarmi, vedermi con il cazzo in bocca, osservare la mia lingua che gioca con le tue palle”.

Tu mi guardi, io ti soppeso dritta negli occhi, tuttavia la mia bocca non si ferma, stiano godendo, sei bello e ti amo, mentre i tuoi occhi di rimando mi comunicano la stessa intenzione, mi rivelano quanto mi vuoi. Tu m’abbracci e di peso mi conduci sopra di te con i glutei di fronte alla tua faccia e lì inizi a baciarmi, intanto che sento il mio piacere salire avvertendo i miei fluidi colare provocati con dovizia dalla tua lingua che s’intrufola, che stimola opportunamente le mie pulsioni risvegliando in ultimo i miei istinti più sopiti. Io non riesco più a baciare il tuo cazzo, non sono più capace di coordinare i miei movimenti di pari passo con il mio intimo piacere, allora mi sollevo, m’appoggio sulla tua faccia, la tua lingua agisce sul bottoncino, una mano mi stuzzica i capezzoli, oddio io sto già abbondantemente venendo, sì continua così, perché adesso vengo sulla tua faccia riempiendoti la bocca. Appresso crollo esausta, cado svigorita sull’erba, lascio che la naturalezza del pascolo mi rinfreschi, lascio che il suolo mi restituisca energia ravvivandomi. Gerardo ripiglia a baloccarsi, mi bacia i seni, la pancia e l’ombelico, perché sa che lì mi piace in particolar modo, lui sa che io mi eccito a dismisura quando ci gioca sopra. E’ un piacere inconsueto e incredibile, un godimento che sta al confine tra la goduria e la sofferenza del solletico, cosicché infila silenziosamente nell’ombelico dei mirtilli maturi, li raccoglie, poi con la lingua me li passa baciandomi. Le sue dita esplorano il mio corpo intorno alla mia villosa fica, al mio sedere, non toccano zone caldissime né entrano, malgrado ciò carezzano, lisciano e stuzzicano, tenuto conto che bastano infatti pochi minuti e il mio corpo reagisce, poiché sono eccitata forse più di prima, mi metto a sedere e al tempo stesso lo faccio accomodare anch’io:

“Spostati un metro più in là, promettimi però che non ti muoverai da lì”.

Gerardo m’ammira con una faccia strampalata, è buffo, è nudo lì davanti con la pancetta, è eccitato come un mandrillo con quei pochi capelli che gli sono rimasti, poi con lo sguardo tipico e con l’espressione del bambino che non capisce la richiesta della mamma, ma che obbedisce eseguendo per amore e per fiducia, in conclusione si sposta un metro più in là dichiarandomi apertamente:

“Va bene, starò fermo, te lo prometto. Che cosa diavolo vuoi fare?”.

“Da questo preciso istante t’attesto apertamente che ho deciso, per il fatto che è giunta l’ora di smetterla di vergognarmi almeno di fronte a te”.

Io mi siedo di fronte a lui, spalanco le gambe, sbarro gli occhi e lascio che le mie mani si snodino sul mio fisico, m’accarezzo il seno, digrado sulle gambe e inizio a sfiorarmi, gioco con la mia lanutissima fica, l’apro, perché so che lui avido e smanioso mi guarda. Io voglio distintamente che mi veda, che osservi la mia voglia, comincio in tal modo a entrare con le dita, la mia pelosissima fica al presente è calda e molto bagnata, adagio vada fino in fondo, poi riesco fuori per giocare sul bottoncino. E’ bello, è assai piacevole, perché sento i suoi occhi su di me, li capto dentro di me, in quel frangente allungo le gambe con ambedue le mani masturbandomi forte senza ritegno, sento che si muove, per il fatto che si sta masturbando anche lui, cosicché m’infilo dentro le dita e con la lingua mi lecco le labbra, gioco con il mio forellino, gioco con il mio bottoncino, dal momento che ne ho una voglia da non poterne più:

“Scopami Gerardo, sì, scopami adesso, non resisto più, fammi tua”.

Io mi dispongo nella posizione della pecorina, lui mi viene dietro, mi guarda, io alzo il sedere, voglio che mi veda, voglio che veda la mia voglia, che colga il mio odore di femmina fervida, impetuosa e scatenata. Lui s’avvicina, guida il suo cazzo sulla mia pelosissima fica e poi di colpo entra forte fino in fondo e sta lì fermo per qualche istante. Dio che bello, che meraviglia, mi sento inondata, avverto d’essere femmina e regina, mi sposto invitandolo a muoversi dentro di me, lui esegue bene la sua opera, la compie in modo poderoso, s’abbassa su di me, aumenta il ritmo e la forza poi m’agguanta le tette che sembrano due campane sbattute dal vento e m’accarezza, gioca, pizzica e tira. Che bello, che fenomeno, non capisco più niente, sto godendo, sento il piacere arrivare, perché gemo, vengo e urlo.

Lui mi gira, si colloca le mie gambe sulle spalle, entra in me, lo sento fino in fondo, mi fa quasi male, però mi piace, mi piace sentirlo mio, sentirlo forte, mi piace vederlo sudato che gode. Avverto che s’irrigidisce, che affonda forte i colpi, io mi divincolo, voglio stringerlo con le gambe, lo sento, sta per erompere, allora lo stringo forte, provo a stringere anche la mia fica, contraggo i muscoli, lo sento sempre di più, dopo lui sborra gemendo di gusto la sua densa linfa energica e lattescente. Lui eiacula dentro, sento il suo seme appassionato riempirmi tutta, sento la sua vitalità mescolarsi con la mia, i nostri fluidi pronti a sagomare una miscela piena di vita, mi sento in paradiso. In conclusione rotoliamo e disponendoci su d’un fianco restiamo lì nudi, lui è dentro di me, ci guardiamo, ci baciamo ascoltando i nostri intimi piaceri mescolarsi, riferendoci tutto l’amore che proviamo condividendo il piacere dell’anima.

Da quell’occasione sono trascorsi nove mesi, abbiamo vissuto in pieno tre giorni di vacanza e adesso qui vicino a noi c’è lei, la piccola creatura frutto e risultato di quel seme, appassionata conseguenza e caloroso ricavato di quel pomeriggio d’amore, lei con una piccola voglia a forma di due mirtilli vicino all’ombelico. Adesso è qui che beve dal mio corpo il cibo che la farà crescere, è qui, fuoriuscita dalla mia pancia, passata tra le mie gambe, è qui che succhia il mio latte, giacché fra pochi minuti s’addormenterà beata, contenta e serena, come soltanto i neonati sanno essere dopo aver mangiato.

Monica è vicino a me, non ci stacca gli occhi di dosso, credo e suppongo che fra qualche minuto toccherà a me trovare nuovamente qualcosa da succhiare, per addormentarmi in conclusione appagata, felice e soddisfatta.

{Idraulico anno 1999}