i racconti di Milu
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“Non sono lesbica”. Lei lo aveva decisamente affermato, continuamente sostenuto e in ultimo fermamente scritto imprimendolo al centro del foglio, dove si era fermata al momento d’aggiungere il punto interrogativo cercando di consolarsi rincuorandosi nel migliore dei modi.

Era davvero quella la domanda che voleva in definitiva porsi? Che cosa provava nei confronti delle donne e di quel complesso, artificioso, macchinoso e multiforme universo femminile? Lesbica, già, per quell’insospettata definizione lei si riempiva la bocca di molte risposte, perché soltanto esprimerlo e pronunciarlo avrebbe discolpato giustificando tutti quegli attriti e quelle tensioni che non riusciva a capire, pensando oltremisura che almeno le avrebbe dato un buon alibi per continuare a vivere, facendo finta di niente o preferibilmente con niente per cui fare finta. Non che le occorresse giustappunto trovare un’appartenenza, un’aderenza mistica a un gruppo definito né tanto meno avesse quel sentore d’un qualsiasi amore in vista, no, niente di tutto ciò, poiché non era mai stata affascinata né stregata da una donna, dal momento che non aveva mai provato attrazione né richiamo né fascino per nessuna di esse, tenuto conto che era solamente per l’allontanamento e per l’esclusione che si poneva quella domanda o forse per correttezza e perfino per onestà.

Iniziò a tal punto a guardarsi allo specchio, che nel frattempo aveva sistemato sulla scrivania davanti alla tastiera, in questo modo poteva guardarsi e continuare a scrivere. Che cosa stava cercando? La massa di capelli neri a contorno del suo viso, con una forma ovale regolare da dove risaltavano gli occhi. Lei avrebbe voluto scrivere pagine intere sui suoi occhi, sulla luce che prendevano o come si modificavano nello sguardo, assottigliandosi o aprendo a seconda dei casi l’orizzonte, tutto questo però non era importante, le sue rughe erano in ogni caso considerevoli e di gran peso. In quell’occasione portò le mani sulle guance e tirò la pelle del viso, così si riconobbe poco più che ventenne, tendendo con i due medi anche le palpebre leggermente fiacche sopra gli occhi, eppure sapeva benissimo che a vent’anni non era così, non avrebbe nemmeno saputo precisare in che cosa, ma sapeva d’essere completamente e radicalmente diversa. C’era la gioventù che non aveva bisogno di temperamento, che giustificava motivando i gesti disarmonici e stonati del corpo immaturo, la bellezza era proprio in quell’immaturità e in quella precocità messa in mostra nella pelle fresca e tirata, senza ancora una tangibile storia che avesse lasciato le tracce.

Gli anni in verità le avevano segnato il corpo scavandoglielo, i fianchi una volta rigorosi e stretti erano divenuti profondi e riservati, il rilievo della pancia definito spifferava tradendo immancabilmente le sue gravidanze con le cicatrici dei parti cesarei, quel confine invalicabile e proibito tra il suo essere donna e poi madre. Perché, nella vita di una donna ci sono confini e limiti che segnano e lasciano tracce, ma non permettono di tornare indietro? In quel modo con le prime mestruazioni Cinzia ricordava perfettamente il giorno in cui era tornata a casa dalla messa domenicale, dove un capogiro alla testa la costrinse a fermarsi un momento, lei ancora frastornata e intontita riprese lentamente a camminare con uno strano calore che le proveniva prima dal petto, poi spargendosi in modo diffuso per tutto il corpo. Quel malessere passò in fretta tanto che non ci fece più caso, finché non andò in bagno e vide una macchia scura sulle sue mutandine. In quella precisa circostanza, con un poco di spavento, era diventata repentinamente signorina a tutti gli effetti, rimasero tutti felici, anche lei, giacché era così che si entrava di diritto nella comunità delle donne, perché adesso tutto sarebbe stato differente, inedito e originale. In questo momento, dato che ogni mese veniva confermato appieno il suo essere donna dal rito degli assorbenti, poiché adesso poteva anche truccarsi gli occhi e uscire con la borsetta sotto braccio. Tutta la sua vita si stava allineando, disponendosi in maniera tale facendo in modo che lei potesse diventare madre e chiudere il cerchio per il quale ogni femmina viene al mondo: la procreazione, vale a dire la continuazione naturale della specie e della razza.

In aggiunta a ciò fra le compagne al presente tutto era cambiato, finché lei non era a ragion veduta sviluppata si sentiva fuori dal gruppo se si dialogava d’assorbenti, mentre adesso era tutto diverso poiché era nel pieno diritto, per il fatto che poteva intervenire partecipando in merito a ogni discussione, centrando quella prima fase, quel primo passaggio, dal momento che Cinzia adesso è diventata donna. Giammai lei ebbe il dubbio d’esserlo, anche quando Brunilde sua compagna di banco tempo addietro le lasciava in modo indolente la mano sulla coscia per tutta l’ora della lezione, perché quelle mani infatti si muovevano leggerissime, i polpastrelli sembravano che cercassero ogni poro della pelle tanto si soffermavano opportunamente sul suo calore, talvolta si portava le dita al naso e poi le diceva ridendo:

“Che buon odore che hai, mi fai sragionare, mi piaci tanto”.

Cinzia rispondeva in maniera imbarazzata e impacciata, dato che non lo sentiva, semmai poteva essere il profumo di Paco Rabanne rubato a suo padre di nascosto, perché lei aborriva i profumi da donna. Brunilde con l’aria spavalda e temeraria scendeva con la mano più giù fino ad arrivare fra le cosce pressandogliele con gusto, mentre Cinzia ignara e sprovveduta le schiudeva leggermente cercando di capire che cosa volesse ottenere. Allora lo sentiva forte il suo profumo, giacché ancora oggi riusciva a riconoscerlo ogni volta che si sentiva eccitata. Era proprio da quella sfumatura del suo odore che capiva subito se un uomo le potesse andare a genio, se il suo corpo lo stava desiderando, in quanto lo capiva prima dall’odore che dai suoi pensieri, perché adesso le veniva in mente Brunilde, involata e sparita anch’essa nei ricordi da almeno venticinque anni orsono. Un pomeriggio nella sua camera, intanto che ripassavano le lezioni per preparare l’esame di maturità, Cinzia leggeva e ripeteva cercando di spiegarle la partita doppia, ma Brunilde non smetteva di guardarla, visto che non voleva ascoltarla. Le piantava gli occhi scuri nella bocca, ogni volta che Cinzia cercava di dire qualcosa e la sua mano era ancora e sempre più dentro intrufolata calorosamente fra le gambe:

“Che cosa fai?” - chiese Cinzia imbarazzata, mentre cercava di tirarsi indietro.

“Hai paura?” - le rispose Brunilde, con un’espressione allettante e provocante che solo a vent’anni sa essere così acuta e intensa, perché viaggia nell’incognito e nell’inesplorato in un mondo peraltro tutto da scoprire:

“No, figurati, però non capisco” - aveva balbettato lei, senza tirarsi indietro e subito prima che la lingua umida le entrasse in gola sorprendendola.

Muovendosi come un serpente che s’attorciglia ai suoi denti le succhiava il palato e il sapore, tentò di muovere anche la sua, di ficcargliela in bocca, di farle sentire che non aveva paura, però Brunilde si comportava come un uomo, perché l’agguantò repentinamente torcendole un braccio leccandola dappertutto, nelle orecchie, sul collo e tra gli occhi proclamandole con ardore:

“Sei mia, non ti mollerò più” - le diceva, con la mano sotto la gonna preparandosi per frugarle opportunamente quella deliziosa fica.

Fu quando sentì il suo dito entrarle dentro, che Cinzia trovò la forza di reagire scostandosi con uno scatto. Brunilde malgrado ciò non si scompose, tuttavia non continuò, incominciò invece a leccarsi l’indice dicendole che così bagnata non l’aveva mai trovata gustandosi quel lascivo e vizioso momento. Quel tentativo finì lì e in tal modo anche la loro amicizia, in quanto erano gli ultimi giorni prima della maturità, Cinzia non cercò né le diede più l’occasione di trovarsi da sola con Brunilde, lei senz’insistere comprese, mentre il giorno degli esami orali le scrisse sull’ultima pagina del diario le seguenti parole:

“Con te le parole non servono, tu puoi capire. Ti amo”.

In quegli anni Cinzia si era domandata molte volte che cos’era che poteva captare, constatare e presentire. Brunilde non fu mai un reale né un proficuo snodo nella vita di Cinzia, per molti anni nemmeno un ricordo, eppure ripensava spesso a quella frase e quel pomeriggio, per il fatto che le sue mani le erano tornate fulmineamente in mente con prepotenza accalorandola in maniera inattesa. Al solo pensiero di quegli appassionati e fervidi momenti, un’emozione forte la travolse scompaginandole bruscamente le membra, sicché alzò gli occhi verso il soffitto e s’accese una sigaretta, così come se volesse schermare scoraggiando tempestivamente quell’impulsivo e ardente turbamento. Gli alibi, i pretesti e le scuse erano la sua specialità: perché allora quell’imbarazzo e quel lampante e ostacolante ritegno in ogni contatto con una donna? Se non aveva mai provato attrazione per un corpo femminile, che cos’era adesso quel dubbio e quell’indecisione che la pervadeva molestandola e scompigliandola?

Provò istantaneamente a immaginare di fare l’amore con una donna, però nulla le stuzzicava adeguatamente la fantasia, nessuna curiosità, semmai un fastidio e una seccatura al pensiero di toccare altri seni che non fossero i suoi, giocando con i capezzoli larghi e scuri grandi come ciliegie, in ultimo trattenerli in bocca per succhiarli con delicatezza. Ascoltare i gemiti di piacere, la voce acuta, non rauca, un sospiro simile al suo, il sapore della pelle dolce di femmina. Sognò ancora d’esplorare quel corpo abbronzato, liscio e morbido, mentre la sua lingua percorreva il ventre contratto fino ai peli del monte di Venere, appoggiò il naso al clitoride, per il fatto che l’odore che emanava era talmente forte da stordirla, continuò sennonché ad affondare il viso fra le cosce sode, quel corpo iniziò a danzare, perché si sollevava e s’accasciava accogliendola e scansandola in un ritmo frenetico, la lasciava placidamente entrare dentro e poi s’allontanava da lei continuando in un richiamo incalzante. Cinzia senza spostare il viso si mosse e le fu di sopra, i due corpi si mossero allo stesso modo come le loro lingue che cercavano le fenditure in cui tuffarsi, lei si sentì bere, risucchiare in una bocca larga dalle labbra colorate di rossetto che le restava sulla pelle.

Quella bocca aveva gli artigli, i denti grandi e bianchi che le mangiavano la carne mordendola fino a farla sanguinare, fu precisamente in quel momento che un calore forte vestì il suo corpo avvolgendola fino a farle perdere il controllo. Iniziò a spingere con la fica su quella bocca, spingeva e succhiava come se fosse una sola cosa, leccava fluidi densi e biancastri, mentre i suoi erano leccati, risucchiati e ingoiati, c’era la sua voce, il tono netto del suo godere le usciva dalla gola e c’era un’altra gola che aveva lo stesso identico timbro che le penetrava le orecchie. Poi le mani delicate, con le unghie appena sopra i polpastrelli che seviziavano altre labbra, le separavano nel tirarle, divaricavano il buco per immergersi in un godere all’unisono che fu perdita di buio e di coscienza.

Cinzia seduta al suo tavolo respirava attualmente con affanno. Che cos’era realmente stato? Un sogno? Un’allucinazione? Una visione? Un coinvolgimento totale che non sapeva discolpare né poteva giustificare.

Lei al presente era assai gioiosa, raggiante e da sola, dal momento che non si stava toccando, lei stava solamente vergando, stava schiettamente componendo in maniera accurata, quello che desiderava ottenere efficacemente dal profondo della sua naturale indole.

{Idraulico anno 1999}