i racconti di Milu
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Franco guardò l’orologio, salendo i gradini che portavano al suo portone di casa. Cloe doveva essere al computer, di sopra. Era troppo di fretta per suonare e aspettare che lei scendesse, era già molto in ritardo. Prese le chiavi e si aprì da solo, entrando di corsa.

Mentre varcava la soglia, sentì un rumore dalla cucina, un tintinnio, di posate o di bicchieri.

“Tesoro, non ti preoccupare, sono io,” disse. “Mi sono scordato i documenti dell’avvocato”. Mentre diceva quelle parole, si diresse verso le scale – gettando verso la cucina solo uno sguardo, per accennare un gesto di saluto…

E si bloccò sul primo gradino.

“Cosa…?”

Tornò sui suoi passi, si fermò sulla soglia della cucina, un’espressione stravolta sul viso, la bocca aperta per lo stupore.

Sì, Cloe era in cucina. Era rossa in volto, tremava, lo guardava terrorizzata. Aveva in mano un bicchiere con del ghiaccio, e c’erano bottiglie di alcolici sul ripiano della credenza. Ma non era quello che aveva stupito Franco. Era com’era vestita… o meglio svestita…

Cloe indossava un paio di sandali con un tacco altissimo (che Franco non credeva di aver mai visto). Era seminuda; a coprire le forme abbondanti del suo corpo c’era solo un completo intimo da pornoshop, una sorta di body ritagliato in modo da conservare il minimo indispensabile per coprire il sesso e i capezzoli. Anzi, le due strisce di tessuto che correvano sul suo ventre fino ai suoi seni, allacciate dietro il collo, erano troppo sottili persino per coprire tutta la superficie dei capezzoli di Cloe, e lasciavano praticamente nudi i suoi grossi seni.

Era… oscena.

“Che cosa….?” balbettò Franco.

“Franco… io… ti posso spiegare… te lo assicuro…”

Fu interrotta da una voce che proveniva dal piano di sopra. Una voce maschile. “Stupida puttana impedita, quanto ci vuole a preparare un Negroni? Porta su subito quel culone, o te ne faccio pentire, cretina incapace.”

“Chi cazzo…” cominciò Franco, alzando la voce. Chloe appoggiò il bicchiere sulla credenza e gli si avvicinò di corsa. “Ti prego…” mormorò, in affanno, appoggiando due dita alla bocca di Franco, “ti prego, non farti sentire da lui… ” disse, guardandolo con occhi imploranti, impauriti, e velati di lacrime. “Ti spiegherò tutto, tutto, tutto…” incalzò, per impedirgli di rispondere. “Ma ti prego… ssssh… non ora… torna in ufficio senza farti sentire… Vai dall’avvocato… Credimi, ti spiegherò tutto… E accetterò le conseguenze… ma non è come credi… Credimi… Non farti vedere da lui…”

Franco scosse il capo. Non sapeva cosa dire.

“Devo andare… non posso farlo arrabbiare… ti prego… ti supplico…” mormorò Cloe. Lo guardò ancora per un attimo, supplicandolo con lo sguardo. Poi tolse la mano dalla bocca di Franco, rassegnata. Si volse per prendere il bicchiere… Franco vide il sottilissimo filo del tanga fra le natiche tonde di sua moglie. Non l’aveva mai vista così…

Cloe gli diede ancora uno sguardo. “Devo andare,” mormorò. E prese a salire le scale. Franco la guardò andare di sopra. Di nuovo il suo sguardo rimase incollato a quelle natiche, quel tanga osceno, quelle gambe nude slanciate dai tacchi.

Era sconvolto da quello che era accaduto, dal fatto che ci fosse un uomo di sopra (nella loro camera da letto?), che Cloe fosse vestita in quel modo per lui… Che lui la chiamasse puttana impedita, c’erano troppe cose assurde per assimilarle tutte. Allo stesso tempo… Vedere Cloe vestita in quel modo gli aveva causato una violenta erezione. Sua moglie era una ragazza giovane, carina, piena di curve – compresa una sesta naturale che ancora non aveva ceduto alla forza di gravità – un bel fondoschiena tondo e pieno… e quell’abbigliamento metteva in mostra tutto quel ben di dio in un modo tanto volgare e degradante quanto…

Franco rimase immobile, senza sapere cosa fare.

Sentì la voce di Cloe. Sottomessa, umile, contrita. “Ecco il tuo drink Dario… ti chiedo perdono per averti fatto aspettare. Il ghiaccio…”

Di nuovo la voce di lui: “Usa quella bocca di merda per fare qualcosa di meglio che piagnucolare scuse, puttana. Che cazzo fai ancora in piedi? In ginocchio subito.”

Dario… Franco passò in rassegna i loro conoscenti… i conoscenti di Cloe… non gli veniva in mente nessuno con quel nome. Per qualche motivo, però, la voce di lui non gli era sembrata del tutto nuova. Strinse i pugni. Era chiaro che non si trattava di un semplice tradimento… Stava succedendo qualcosa di diverso Ma certamente non poteva lasciar correre, tornare al lavoro, lasciare Cloe in quella situazione. Ripensò alla richiesta che Cloe gli aveva fatto con le lacrime agli occhi: “non farti vedere da lui…”

E cominciò a salire le scale.

Ancora la voce di Dario: “Ti è mancato, vero, puttana? Quant’è che non ciucci il bastone di papino, due giorni? Dev’essere un record. Sono stato un po’ impegnato… Ti sei esercitata come ti ho ordinato, vero?”

Si udirono dei versi soffocati di Cloe, forse un “sì, Dario” a malapena distinguibile.

Franco salì più in fretta.

Arrivò a pochi passi dalla sua camera da letto. Sì, le voci venivano da lì. Esitò. Si sporse appena, per guardare dentro senza essere visto.

La vista di Cloe inginocchiata… le belle natiche piene, nude, appoggiate ai polpacci, quei tacchi alti, la forma sinuosa della sua schiena nuda – inginocchiata davanti a quell’uomo, che le teneva una mano sulla testa mentre sorseggiava il suo drink con l’altra… fu come una scossa elettrica per Franco. E solo in un secondo momento ebbe la forza di alzare gli occhi e vedere chi fosse lui… l’uomo seduto sul suo letto che si stava facendo succhiare il membro da sua moglie… ed ebbe un secondo choc…

Dario… quel Dario!

L’uomo che Cloe stava servendo con la bocca… era un ragazzo. Un ventenne. Franco lo conosceva: era un compagno di scuola di loro figlio Edoardo… uno ragazzo “problematico” come lo chiamavano gli insegnanti… pluribocciato… violento… un bullo.

Che cosa aveva a che fare con Cloe?

“Ho visto quell’imbranato di Edo che ci provava con una nostra compagna, ieri,” disse Dario, ridendo. “Ma come cazzo fa a pensare che una ragazza possa filarsi uno sfigato come lui, dico io…”

Cloe fece un gemito soffocato.

“Va bene, con le palle può bastare, puttana” disse Dario. “Ora prendilo in gola, e guai a te se sento anche un solo colpo di tosse, stavolta. Hai avuto due giorni per esercitarti e ti giuro che ti blocco la testa e ti piscio in gola finché non soffochi.”

Franco strinse i pugni… ma per qualche motivo non se la sentiva ancora di intervenire…

“Si, Dario… grazie,” rispose Cloe. Franco rimase a fissarla mentre abbassava lentamente la testa sul membro del ragazzo… molto lentamente… molto lentamente…

“Mmmmmh…” fece Dario, con un tono incerto. “Si, mi sembra che tu stia andando un po’ meglio del solito, cretina. Hai visto che le zucchine non sono utili solo per allargare il culo, vanno bene anche per la gola. Tutto fino alla radice, avanti.”

Cloe non poteva rispondere, ma si sforzò di produrre un soffocato gemito di assenso.

Franco non poteva più sopportare. Trattenendo il fiato, fece un passo avanti, presentandosi sulla soglia della camera, i pugni serrati.

“Che cazzo… sta succedendo?” ringhiò.

La reazione di Dario fu completamente diversa da quella che Franco si aspettava. Il ragazzo non sembrò allarmato; non si scompose nemmeno. Al contrario, accolse Franco con un sorriso… Strafottente forse. O compiaciuto. Franco non capiva.

“Ehi, Franco,” disse il ragazzo, guardando l’uomo sulla porta. “Sono felice che tu sia qui. Speravo che succedesse prima o poi.”

“Cosa significa?” chiese Franco. “Cos’è questa storia?”

“Stacca la bocca dal mio cazzo e spiega a Franco come stanno le cose, puttana.”

“Non chiamarla così” intervenne Franco.

“L’hai trovata seminuda, con il cazzo di un compagno di scuola di suo figlio in gola, Franco,” commentò Dario placidamente. “Mi sembra che se lo meriti.”

Cloe aveva sollevato la testa. Con due dita, Dario le fece cenno di girarsi, e Cloe si volse verso Franco, restando in ginocchio.

Franco guardò sua moglie. Quei seni…

“È… per Edoardo,” disse Cloe, con un filo di voce.

“Edoardo?”

“I suoi compagni mi hanno mandato dei video che hanno girato a scuola.”

Franco rimase in silenzio.

“Con… Dario… e gli altri del suo gruppo… lo umiliavano, lo picchiavano… lo deridevano davanti a tutti…”

“Ma…”

Franco non capiva. Perché quei video non erano andati al preside? Alla polizia? Perché lui non li aveva visti?

“Ma non si sono limitati a questo… gli hanno fatto fare anche delle cose… da solo…”

“Che genere di cose?”

“Frugare negli armadietti delle ragazze in palestra, masturbarsi con le loro mutandine…”

Franco scosse il capo.

“O… orinare di nascosto nella zuppa a mensa…”

“Edoardo non farebbe mai una cosa del genere! Lo hanno costretto loro! Dobbiamo denunciarli tutti…!” protestò Franco.

“Si, lo hanno costretto loro,” rispose Cloe. “Ma nel video non si vede… si vede solo lui… lo hanno costretto a riprendersi con un selfie stick… nessuno era presente… e se loro pubblicano quei video… su Internet… saranno per sempre… lo sai…”

Franco si mise una mano nei capelli. “Cazzo…”

Mentre parlava, Cloe aveva alzato e abbassato lo sguardo più volte. In quel momento, lo alzò, guardando Franco dritto negli occhi. “Ho fatto un accordo con Dario… ho dovuto… lo lasceranno in pace… fino a giugno… e poi sarà finita… la scuola finisce… tutto finirà… è un patto…”

“E tu ti fidi di questi… bastardi?” ringhiò Franco, dando un’occhiata a Dario. Il ragazzo lo guardò con un sorriso, di nuovo senza scomporsi.

“Sono stati di parola… finora…”

Franco la guardò. “Beh… anche tu… direi…” disse, irritato. “È questo che hai promesso in cambio? Essere la sua puttana?”

Cloe annuì.

“Mia e dei miei amici,” disse Dario, annuendo. Si alzò da letto, tirandosi su i boxer. “Siamo in quattro nel giro. E ce la siamo sbattuti tutti decine di volte. La puttana adora il cazzo… e ne sta avendo a pacchi.”

Razionalmente, Franco sentiva che avrebbe dovuto esplodere, saltare addosso a quel ragazzo insolente. Ma si sentiva bloccato. L’emozione troppo forte. La strana, surreale calma con cui Dario parlava di sua moglie…

Esitò, ansimando.

Quindi, si rivolse a Dario. “E tu… perché speravi che si scoprissi?” chiese.

Dario sorrise. “La puttana, qui…” disse, “abbiamo dovuto insegnarle tutto. Non sapeva fare un pompino come si deve… non succhiava le palle… quasi vomitava le prime volte che mi ha leccato il buco del culo…”

Franco guardò Cloe, sconvolto e incredulo. Davvero aveva fatto quelle cose… Nonostante il ricatto… non riusciva a credere che fosse possibile…

“Tutte cose che… ora che lo sai… potrei goderti anche tu,” continuò Dario, tirando Cloe su da terra per i capelli. Lei gemette di dolore, e si alzò.

“Obbedirai anche al tuo maritino d’ora in poi, puttana, vero? Cosa risponderai la prossima volta che ti chiederà di mettertelo nel culo? Non la sento una cosa mia?”

Franco lanciò uno sguardo a sua moglie. Aveva raccontato a quei teppisti la loro vita sessuale?

“No, Dario,” rispose Cloe.

“Cosa risponderai?”

“Risponderò… certo… tutte le volte che vuoi…”

“Certo, Franco,” insistette Dario, “capisco che per te sia irritante vedere che genere di cagnetta obbediente è diventata con me. Sarai arrabbiato. Avrai voglia di darle un ceffone, forse.”

Avrei voglia di darlo a te, il ceffone, stronzo, pensò Franco.

Ma certo… forse non solo…

“Puoi farlo,” disse Dario. “Puoi farlo tranquillamente.”

Franco cominciò a respirare più affannosamente. In quel momento si rese conto che stava succedendo qualcosa. Abbassò lo sguardo verso sua moglie, la fissò negli occhi. E la colpì Cloe con un violento manrovescio, in pieno volto.

“Puttana,” sibilò.

Cloe gemette, e poi alzò gli occhi umidi di lacrime verso di lui, la guancia arrossata dalla sberla.

Ansimava.

“Grazie…” mormorò.

Franco non rispose, e la colpì di nuovo, un altro manrovescio, sull’altra guancia. Cloe ringraziò di nuovo… e ogni “grazie” che le sentiva pronunciare fra le lacrime, Franco sentiva la sua erezione pulsare… e sentiva crescere la voglia di farlo ancora… colpirla ancora…

Dario sorrise. “Molto bene, Franco”, disse. Si spostò dietro di lei. La cinse con le mani, e scostò le due striscioline che le coprivano i capezzoli, allontanandole dai seni. Quindi, le prese i gomiti, e glieli tirò indietro, trattenendoli, in modo che Cloe si trovasse con le grosse mammelle spinte in avanti.

Dario fece un cenno a Franco. “Prova,” disse.

Franco lo guardò, uno sguardo d’odio… ma non poteva dire di no a quell’invito. Colpì Cloe di nuovo, questa volta sui seni – due ceffoni, in rapida sequenza… la carne morbida di Cloe ballò vistosamente sotto quei colpi. “Ricordati di ringraziare, puttana,” disse Dario. Cloe obbedì. Franco sentì ancora quella sensazione… e colpì ancora, e ancora… mentre i “grazie” di Cloe diventavano sempre più deboli e soffocati dal pianto.

Si fermò solo quando i seni di Cloe furono rosso fuoco. In quel momento, si sentì incredibilmente lucido, tranquillo. Era il momento di congedare Dario – e godersi il suo nuovo giocattolo, tranquillo, da solo.

“Non mi hai ancora chiarito,” disse al ragazzo, “che cosa ci guadagni tu, dal fatto che io sia dentro.”

Dario annuì. “È stato molto faticoso addestrare questa puttana,” disse, “e lo sai perché?”

Franco scosse il capo.

“Perché tu non sapevi niente… e non potevamo lasciare tracce. Niente cinghiate… niente collari troppo stretti che lasciano il segno sul collo… o legarla troppo stretta… dovevamo persino stare attenti a non lasciarle le nostre manate sulle chiappe o sulle tette quando la picchiavamo. Molto limitante.”

Franco lo guardò senza rispondere.

“E con una troia come questa, davvero… perdi metà del divertimento se devi stare attento a non farle troppo male.”

Franco fece un mezzo sorriso. Cloe ora lo guardava incredula, le lacrime che le rigavano le guance.

“E ascolta,” disse Dario, “dacci dentro. Ti assicuro che a questa troia piace. Piange ma le piace. Vedrai la sua fica zampillare se la tratti come si merita. Quindi non farti problemi…”

Franco annuì. “Nessun problema infatti. Grazie. Ora vorrei che ci lasciassi soli.”

Dario scrollò le spalle. “Certo… avete tante cose da dirvi,” disse, sorridendo. “L’unica cosa… è che avevo cominciato a farmi fare un pompino…”

Franco guardò Cloe. E quello che disse non lo disse per Dario, lo disse per lei – fissandola… Parlò con calma, quasi con disinteresse. “Oh, certo, hai ragione, il tuo pompino. Andrò a farmi una doccia e chiamare in ufficio per dire che sto a casa. Tu finisci di servirti. Alla prossima.”

Dario annuì. Diede una pacca sulle natiche di Cloe. “Al lavoro, ciucciacazzi,” disse, dirigendosi di nuovo verso il letto.

Franco fece un ghigno, e andò nell’altra stanza. Mentre componeva il numero dell’ufficio, ripensò alle parole di Dario: “Non mi devo fare problemi… perché le piace…” Sorrise fra sé, rimanendo in attesa che la sua segretaria rispondesse.

“Stai tranquillo ragazzino… non tutto quello che le farò le piacerà… e non mi farò nessun problema comunque… Anzi!”

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