i racconti di Milu
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L’assillo, il tormento e in ultimo la persecuzione le si era eccezionalmente intrufolata dentro, precisamente in occasione della festa di laurea di Umberto. Lei era visibilmente infastidita e chiaramente scocciata come sempre più spesso le accadeva, per il fatto che passeggiava con il bicchiere di Martini bianco nella mano, quando attratta dalla televisione che trasmetteva un film in bianco nero, s’accasciò in conclusione sulla sedia ignorando e sottovalutando gli sguardi allusivi e maliziosi, che in ultimo terminavano irrimediabilmente sulla sua prosperosa scollatura.

Lei conosceva il film, l’attrice era bravissima dal momento che rappresentava la parte d’una ricca borghese avvilita, frustrata e insoddisfatta alla ricerca d’inedite emozioni, in tal modo Appia ritornò verso casa con quel pensiero, il desiderio d’essere effettivamente comprata anche lei per una volta da un cliente. In quell’occasione chiese aiuto e sostegno a Umberto, dopotutto era colpa sua se l’inquietudine insinuante e maliziosa si era irreparabilmente impadronita della sua mente, però non voleva un gioco, viceversa lei desiderava nello specifico un incontro reale, vero sotto tutti gli aspetti, scartò quindi l’ovvia offerta di Umberto d’essere il suo primo cliente, rifiutando immediatamente la proposta d’incontrarsi con amici o conoscenti. Il tempo sennonché passava, Appia frattanto inserì un annuncio sul giornale, tuttavia fino all’ultimo si negava sottraendosi sempre, alcune volte attratta e incuriosita, altre ancora addirittura impaurita e sgomenta rinvangando di continuo l’intelletto con tutti quei “se” e tutti quei “ma”, che s’opponevano ostacolandola nella sua scelta di mercanteggiare il proprio corpo, finché un giorno Umberto le propose d’incontrare un collega del papà verso il quale doveva restituire un grosso favore effettuato tempo addietro:

“Ascoltami, lui è un affabile signore tra l’altro di bell’aspetto sui quarantacinque anni d’età. Sta’ tranquilla, in verità è poco comunicativo e talvolta pretenzioso, però con te non si comporterà male, te lo assicuro”.

Appia decise, doveva agire adesso altrimenti mai più, sicché si svegliò presto alquanto eccitata, nervosa e manifestamente tesa, perché la doccia che ne seguì non servì per calmarla, brontolando spalancò rapidamente l’armadio e affrontò il primo problema: che cosa doveva indossare? Il suo corpo le piaceva, però al momento di sfilarsi gl’indumenti era sempre stata timorosa, in quanto spogliarsi mentre il suo partner la squadrava era realmente uno scoglio, uno smacco arduo da oltrepassare, immaginiamo dover fronteggiare quella scena con uno sconosciuto. Al momento ci voleva una soluzione che Appia sollecitamente ottenne, perché avrebbe rintracciato un modo di rimanere per un istante da sola nella camera da letto, infilandosi in tal modo sotto le lenzuola, facendosi trovare discinta ed essenziale, facendo pure le prove in maniera trasandata impiegandoci appena trenta secondi di tempo. Questa volta però lei cambiò accorgimento presentandosi nell’androne e annunciandosi, utilizzò l’ascensore ricomponendosi la gonnella di fronte alla superficie riflettente tenendo ingombro il pensiero, prese fiato e infine pigiò con decisione il bubbolo.

La porta s’aprì elettricamente, all’ingresso l’attendeva un plico con il suo nome di sopra stampato e il compenso pattuito, in seguito depositò l’involucro nella borsetta senz’ispezionare nulla, perché non era quello il motivo per il quale si trovava lì, avviandosi in conclusione verso una stanza dalla quale filtrava una luce. Nulla era come lealmente lei invero s’aspettava, perché la sua tattica d’introdursi nel suo giaciglio si sbriciolò lestamente, perché al centro della stanza c’era un tavolino molto basso con delle luci intensa a illuminarlo e oltre a quei bagliori si stagliava una figura che riusciva soltanto a indovinare, finché una voce d’improvviso riecheggiò:

“Sali sul tavolino” - in quell’istante lei conobbe così quell’ammonimento, il primo dei brividi che l’avrebbero in seguito sconvolta.

Lei posò la rosa, la borsetta, prese fiato e salì. Non era molto più alta di prima, se lui le avesse permesso di togliersi le scarpe avrebbe pareggiato perfino i conti, malgrado ciò attese. Che cos’altro poteva fare?

“Adesso spogliati, vediamo come sei fatta”.

In questa maniera Appia urtò cozzando contro la ruvida realtà del cliente che ha pagato, e che al momento può permettersi d’ordinare quello che nel film era sfumato, in quanto adesso era concreto e ovvio, in tal modo iniziò l’eccitante opera di svestizione protraendosi più del tempo preannunciato, tenuto conto che lui le mise il bastoni tra le ruote bloccandola in modo intenzionale. Lui s’alzò e le girò intorno, Appia chiuse gli occhi poiché non voleva vederlo in faccia sperando che lui si sbrigasse, tuttavia l’uomo non aveva fretta alcuna. Il momento tanto temuto e a tratti bramato con veemenza era perciò arrivato, con un colpo secco lui le allargò la blusa e lei si ritrovò in quell’occasione esposta alla sua completa visuale, quando per la seconda volta udì la sua voce:

“Bene, adesso voltati con le gambe aperte e piegati in avanti”.

Lei ubbidì eseguendo, in quel modo la blusa risalì fino alle reni lasciando totalmente scoperto il sedere e l’interno delle gambe. Lei avvertiva che lui si stava avvicinando, perché il suo tocco discendeva approssimandosi sempre di più all’angolo delle sue gambe divaricate, Appia coglieva il fiato caldo di lui insinuarsi tra le sue grandi labbra, conscia di quanto fosse ormai feribile e indifesa. Ormai lei era ampiamente eccitata, lui ci sapeva fare, si collocò perciò davanti con il cazzo eretto, successivamente l’afferrò per la chioma, spinse il viso a pochissimi centimetri di distanza, la guardò negli occhi e affondò le dita dentro di lei. Appia esitò piegandosi sulle ginocchia emettendo un lascivo gemito, lui ne approfittò per spingerla sulle spalle costringendola a mettersi in ginocchio conoscendo appieno il suo cazzo che bramoso attendeva impaziente la sua bocca:

“Guadagnati i soldi, sì, così, ecco, fammi vedere come sei brava”.

Quella frase lanciata lì in maniera così lestamente diretta, mediocre e scioltamente popolare la riportò alla realtà della situazione, però anziché ferirla e mortificarla ulteriormente le provocò una nuova e inaspettata eccitazione. Appia s’impegnò per soddisfare l’uomo, che tirandole i capelli la tratteneva con il viso contro di sé, cercò di farlo godere, eppure lui rimandava con dovizia la sborrata finale, usando sapientemente la sua bocca come rimedio e come riparo per la sua voglia. Quando sentì la prima goccia del suo sapore, Appia sperò che tra stringati istanti tutto sarebbe potuto finire, tuttavia l’uomo si fermò, la brandì per le spalle e l’adagiò dolcemente supina sul tavolo. I suoi piedi appoggiavano per terra e la testa sporgeva, Appia doveva irrigidire i muscoli del collo per evitare che cedesse all’indietro, in tal modo vide l’uomo inginocchiarsi davanti e introdurre dentro di lei il vibratore già acceso fissandolo con dei nastri alle sue cosce, perché non fosse respinto. In seguito il cliente uscì dal suo campo visivo, ricomparendo dietro di lei, strofinò il cazzo sul suo viso, infine lo immerse nella sua bocca mentre con le mani accarezzava il seno e con le dita solleticava i capezzoli.

Appia fu travolta, si sentiva usata, però nello stesso tempo era pervasa da fremiti di piacere, leccava e succhiava, mentre il suo seno e i suoi capezzoli venivano stimolati dentro di lei quell’aggeggio infernale, che l’avrebbe condotta lentamente sulla soglia dell’orgasmo. Anche il cliente se ne accorse e si fermò, fece alzare Appia, legò i polsi alle sue ginocchia costringendola ad assumere una posizione piegata in avanti, l’accostò con la schiena conto la parete e di nuovo spinse il suo cazzo nella sua bocca. A ogni spinta Appia urtava conto la parete, dopo qualche minuto sentì arrivare l’orgasmo, si piegò ancora di più e venne nello stesso istante che la sborrata dell’uomo la colpì sul viso imbrattandola, colando poi verso la sua bocca che l’accolse in parte. Appia chiese e ottenne di fare una doccia, sotto la quale rimase a lungo per ripulirsi e per riposare dalle posizioni scomode alle quali era stata costretta. Quando rientrò nella stanza indossava un asciugamano stretto sul seno convinta di congedarsi, però trovando l’uomo seduto che s’accarezzava il cazzo coperto da un preservativo capì all’istante che mancava qualcosa per sancire radicalmente quell’incontro:

“Fa’ cadere l’asciugamano e vieni qua davanti a me. Cammina lentamente e fermati con le gambe aperte”.

Il secondo spogliarello l’imbarazzò di nuovo per quanto strano fosse, giacché a questo punto lui conosceva tutti i suoi segreti:

“Accarezzati” - le disse lui.

Appia sprofondò per un attimo nell’abisso della sua vergogna, risalì cercando di concentrarsi sul cazzo eretto, che vedeva stimolato dalla mano del cliente. Iniziò ad accarezzarsi con una mano il seno, con l’altra cominciò a stimolare il clitoride e quando iniziò a eccitarsi penetrò dentro di sé con due dita, come faceva seduta sul bidè nel suo bagno quando la tempesta ormonale era fuori controllo. L’uomo al presente la fissava, Appia guardò di traverso il suo sguardo penetrante e quando lui l’attirò a sé s’accovacciò sul cazzo sodo, infilandolo fino in fondo e attendendo le sue spinte che però non vennero:

“Muoviti, dai fammi godere” - disse l’uomo impadronendosi del suo seno, palpandolo e mordicchiandogli i capezzoli.

Appia si mosse, fece oscillare il bacino puntando i piedi per alzarsi quanto bastava per farlo uscire quasi del tutto, risiedendosi subito dopo stringendo i muscoli vaginali durante la discesa. A giudicare dal movimento frenetico della sua lingua sui suoi capezzoli al cliente quel gesto piaceva eccome, perché dopo qualche minuto di quest’inconsueto oscillare l’uomo s’appoggiò allo schienale, alzò le braccia sopra la testa, chiuse gli occhi e urlò il suo glorioso orgasmo. Appia s’alzò adagio, raccolse i suoi vestiti e si rifugiò in bagno.

Quando fu pronta salutò velocemente l’uomo senza dargli il tempo di parlare, fece le scale di corsa e si ritrovò all’aria aperta allontanandosi alla svelta. Cercando in seguito le sigarette nella borsetta vide la busta bianca, guardò la vecchia che chiedeva l’elemosina e non ci pensò un attimo, perché la sventurata mendicante esclamando incredula e sbigottita non voleva credere ai propri occhi:

“Grazie infinite bella signora, quando ritorni?”.

“Mai più” - rispose Appia, però forse nemmeno lei ne era pienamente convinta.

{Idraulico anno 1999}