i racconti di Milu
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Comprendimi, perdonami e scusami se puoi. E’ oramai sera quando rientro a casa dopo una giornata di duro e laborioso lavoro, giacché m’accorgo di quanto mi manchi una compagna. Sarà l’abbattimento, forse la malinconia assieme allo sconforto talvolta deprimente della sera che arriva, oppure il tramonto commovente e toccante sulle montagne innevate, sta di fatto che mi sento stringere tristemente il cuore per il fatto di non averti al mio fianco. Osservando lo scoppiettio del fuoco nel camino mi rendo conto che non basta per riscaldarmi proporzionatamente il cuore, riesce soltanto a ricordarmi di quanto sei stata ardente e infervorata femmina nei nostri amplessi focosi, sì, proprio mentre eravamo distesi sopra quel delizioso tappeto di color verde acquamarina acquistato da entrambi al rientro del nostro viaggio dal Marocco.

Io cerco convenientemente di sfuggire ai ricordi guardando armoniosamente fuori dalla finestra, poiché osservo le persone che si diradano nelle strade al crepuscolo di quest’imminente notte, sono in effetti la concretezza e la realtà di questa vita terrena, sono una ragazza che corre tenendosi la gonna corta in un vano tentativo di non mostrare le sue intimità nascoste. Tutto ciò mi riporta immancabilmente ai nostri momenti d’amore: mi giro verso il fuoco e rivedo anch’io il finale del mio film, in verità l’ultima scena, quella che non avrei mai voluto dichiarare, scrivere o vivere, giacché ripenso nuovamente a quella frase dal momento che lei deliziosamente disadorna sul tappeto guardandomi m’annunciava:

“Devi decidere una volta per tutte, che cosa vuoi fare del nostro rapporto. Io non ho più intenzione né volontà di continuare a vederti in questo modo, voglio di più”.

Io sapevo che cosa voleva, avevo l’esatta cognizione della sua espressa e lampante richiesta, cercai perciò rapidamente una mediazione di comodo, durante il tempo in cui esaminavo i suoi prosperosi seni danzare sotto il respiro affannoso dopo aver fatto l’amore:

“Dammi tempo, vedrai che risolverò e sistemerò tutto con mia moglie nel migliore dei modi”.

“Due anni, sono passati due anni da quando me l’hai detto per la prima volta che avevi bisogno di tempo. Credo che sia stato sufficiente per prendere una decisione”.

“Lo sai bene che il problema non è mia moglie, bensì mia figlia” - ribattei sconfortato io, fornendole un ulteriore conciliazione.

“So tutto, come so che anch’io voglio avere un figlio”.

Io ammiravo il suo corpo e mentre parlava cercavo d’immaginare la sua naturale trasformazione nel momento della gravidanza. Vidi con la mente come all’interno d’un cortometraggio la mia vita al suo fianco, tutto era bello e perfetto, eppure non glielo dissi, perché restai in silenzio nel contemplarla mentre delicatamente cominciava a vestirsi. Che cosa potevo dire a mia difesa? Come avrei potuto consolarla e rassicurarla su d’un futuro prossimo che neanch’io sapevo intravedere? Tristemente lei rimise la gonna per coprire il suo piccolo perizoma nero:

“Non hai proprio niente da dire?” - mi pungolava lei, in attesa d’una fondata e precisa replica da parte mia.

Continuavo a guardarla affranto, avvilito, disperato e sfiduciato, speravo che il mio sguardo parlasse efficacemente in modo energico e valido al posto delle parole per quell’occasione totalmente assenti. Ascoltai in modo attivo il rumore del reggiseno, che lei aveva prontamente unito assieme a una camicia bianca nell’ammantare idoneamente il tutto. Lei era enormemente sensuale e provocante, in realtà Selvaggia, sia di nome quanto di fatto per la precisione, molto più erotica e lussuriosa che bella, per il fatto che aveva quel modo di guardarti e di muoversi che ti faceva ribollire istantaneamente il sangue, perché incontrarla, vederla e volerla era stata una sensazione fatale, preziosa e unica, da capogiro.

In tale maniera, infatti, era cominciato un sottile gioco di seduzione, prima gli occhi, poi le frasi, infine i vestiti: a seguire il primo invito a cena, la prima carezza, il primo bacio rubato dietro un portone qualunque a protezione del nostro atto impuro, poi una notte di sesso, che avrebbe dovuto addolcire alleviando e sancendo il nostro reciproco desiderio crescente. Ecco, lì avrebbe dovuto finire il tutto, invece il giorno dopo, tornando con i pensieri al nostro amplesso e ai momenti passati insieme, riuscii soltanto a distinguere i pregi lasciando radicalmente in disparte i difetti tra le quattro mura di casa mia, dove una donna affezionata, fedele e premurosa da anni aspettava amorevolmente il ritorno del suo uomo.

Non so di preciso che cosa scatti nella mente d’una persona in certi momenti, come si riescano a dimenticare anni di matrimonio in pochi istanti, so unicamente che in quell’esatto momento volevo solo Selvaggia. Bramavo sentirmi di nuovo desiderato, invidiato e richiesto, riprovare e sperimentare quelle sensazioni dimenticate di ragazzino, autonomo e libero da vincoli e da impegni. Selvaggia divenne la mia amante, la donna dove esprimere e sfogare i problemi, le voglie inespresse e segrete nel gioco del sesso, poi come spesso succede, la vicinanza e il conoscere meglio il proprio partner divenne amore. Non avrei dovuto incontrarla, non avrei dovuto cercarla, non avrei dovuto fare sesso con lei e poi amarla. Lo so e lo sapevo, era tutto sbagliato. In ogni caso questa è la vita, dove l’incoerenza, l’irrazionalità e l’insensatezza, a volte, prendono il predominio e la supremazia sul dominio, sulla logica e sulla saggezza.

“Allora è finita, non mi cercare più”.

Quello che al momento risalta effettivamente è questo: si possono amare due donne contemporaneamente? Io l’ho fatto per molti mesi, creando due mondi affiancati e paralleli, giustificando e motivando ogni mio gesto sbagliato, chiudendo gli occhi per non vedere e le orecchie per non ascoltare. Adesso, mentre la vedo uscire da quest’appartamento arredato per i miei individuali piaceri, so che non la vedrò più, perché nel momento delle conclusioni e delle decisioni il cuore è rimasto a mia moglie e a mia figlia.

Al presente io spando lacrime come un ragazzino che si perde smarrendosi e svaporando per l’uscita di scena di Selvaggia, adesso più che mai applaudo, esalto e lodo a ragion veduta l’uomo che torna in carreggiata per affrontare, per combattere e per misurarsi con le difficoltà, con le problematiche e con le complicazioni matrimoniali di tutti i giorni, cercando tempestivamente alcune di migliorarle e altre ancora di risolverle. Chiedo perciò fermamente perdono e risolutamente scusa a mia moglie per questo periodo difficile, faticoso, inesplicabile e talvolta ingrato, ma pure gradevole, produttivo e riconoscente in altri periodi ancora, che abbiamo trascorso felicemente insieme amandoci. Mi rivolgo or dunque di nuovo la domanda:

“Si possono amare, onorare, riverire e soddisfare due donne nello stesso tempo?”.

La risposta tra una miriade d’interrogativi rimane quella: io l’ho semplicemente fatto.

Intanto che una lacrima incisiva, laconica e quieta scivola sul viso, dietro la porta che frattanto si chiude, io comincio a vestirmi gradualmente per ritornare concentrato e ben predisposto al mio aggiornato, fiammante, modificato e rinnovato presente.

{Idraulico anno 1999}