i racconti di Milu
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Tu non m’hai in nessun’occasione appellato per nome, per il fatto che non lo hai mai saputo, se non distrattamente. Delle volte ho creduto che non distinguessi né riconoscessi il mio viso, viceversa io fui catturato dai tuoi capelli morbidi, rigogliosi e vivi come i fianchi d’una donna, come scoprii essere i tuoi, perché tu mi rivolgevi le spalle, fu però tua madre a farmi avvicinare.

Dietro le lenti scure indovinai il tuo rapido e vizioso sguardo, perché allontanandomi lo sentii profondamente su di me, lo percepii mentre m’ordinavi lascivamente di guardarti, di girarmi al tuo leggero sorriso, ai tuoi occhi appena sopra gli occhiali, che per un breve attimo s’accorsero di me rendendomi allegro e vivo. La tua schiena altera e flessibile è ciò che di te conosco e padroneggio meglio, il ricordo di te che m’hai lasciato quasi involontariamente senz’intenzione, giacché non un solo incontro finì senza che tu ti voltassi negandomi.

Altri giorni, contrariamente, trascorsero pieni di quegli sguardi autoritari, distaccati e inflessibili, siccome non afferravo esattamente se tu volessi qualcosa da me, perché per te esistevo unicamente in quei momenti in terrazza fino a quel tramonto, ebbene sì, sino a quel crepuscolo abbagliato dai tuoi occhi, che in ultimo mi chiamarono facendomi rientrare e conducendomi fin dove esattamente mi volevi. Il tempo era scomparso, mentre mi muovevo ed era ingigantito intanto che mi raggiungevi fasciata dalla tuta che ti rendeva malignamente, malvagiamente e stupendamente donna.

I tuoi capelli e i tuoi fianchi si muovevano all’unisono, durante il tempo in cui il tuo leggero sorriso si schiudeva e il tuo sguardo dava nuovi ordini, perché aprii quella porta entrando e infine negandomi ai tuoi occhi e lì aspettai. Lo sgabuzzino non era piccolo, malgrado ciò incominciai a sentirmi sperduto, la maniglia girò ed ebbi paura che non fossi tu, stavo per tornare in me, sennonché tu sgusciasti dentro nuovamente padrona. Il tuo sorriso s’appropriò con violenza delle mie labbra, mentre le tue avvolgenti, morbide e sanguigne stanarono la mia lingua consegnandola definitivamente alla tua, arroventata, fluida e soda.

Le tue mani che stringevano il mio viso digradarono veloci verso i miei glutei spingendomi a te bloccando il mio respiro contro il tuo seno, poiché ti staccasti da me tenendomi per il mento. Ancora il tuo sorriso, i tuoi occhi velati dai tuoi capelli, intanto che capto la tua mano che afferra la mia, la porta alla profonda chiusura lampo sul davanti della tua tuta, l’aiuta ad aprirla adagio premendo contro te, donandole un assaggio del tuo petto e del tuo ventre. Al presente la mia faccia è tra i tuoi seni, mentre alla mia tu insegni come muoversi sul tuo cazzo. Con la mia mano cerco ancora d’attirarti a me, tu però la respingi con un colpo dei tuoi fianchi continuando indisturbato i tuoi lascivi e voluttuosi insegnamenti, portandoti ad un orgasmo che tieni per te lasciandomelo soltanto intuire. In seguito ti staccasti da me abbandonando la mia mano non più tua, spingendomi con la tua e chiudendo la chiusura lampo ti voltasti e rapidamente uscisti.

In realtà questa non fu l’unica volta, non fu mai molto diverso da quella prima volta. A tuo esclusivo uso e consumo senza che io potessi oppormi, senza riuscire a parlarti, tu così inarrivabile e irraggiungibile, mentre io ero parte di te.

Alla fine te ne andasti senza salutare, senz’associare concretamente il mio nome almeno alle parole: ciao e grazie.

Tu m’avevi costantemente e semplicemente qualificato definendomi cameriere.

{Idraulico anno 1999}