i racconti di Milu
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Tu sei l’uomo dei desideri o almeno sei un uomo che sa come alimentare e in seguito ravvivare tirando su adeguatamente miei. Tu m’attizzi, mi stimoli e dopo mi scoraggi, io non so specificamente se la tua sia cautela oppure sia una tattica voluta, chissà. Sai, io ho persino preso in considerazione l’idea di non piacerti poi così tanto, tenuto conto che gradualmente rifletto su tutto quello che è accaduto da quando ci siamo conosciuti a quel convegno. A dire il vero, un altro noiosissimo e peraltro costosissimo congresso d’aggiornamento e di revisione dove sei indotto a partecipare, almeno un titolare per studio afferma la legislazione, chissà perché spettava ogni volta a me. All’ingresso, infatti, dinamiche e operose accompagnatrici, mi corredarono diligentemente di cartellini di riconoscimento con la carta intitolata dell’associazione professionale, dispensando pennini biro in dono da parte dei patrocinatori e una bottiglietta d’acqua minerale senza il bicchiere.

Di questo andare, fornita adeguatamente d’accessori, io andai a cercare la poltroncina che m’avevano attribuito: per la precisione la sezione II, della fila E con il numero quattordici. Naturalmente scoprii che era l’ultima sedia della fila accanto al corridoio, giacché io avevo iniziato dal numero uno, ovviamente da perfetta e diligente scolaretta quale sono sempre stata. Per fortuna non dovetti far alzare nessuno, in quanto erano ancora tutti in piedi conversando nell’atrio. Io udivo lagnosi e piagnucolosi colleghi che parlavano d’irritanti e di problematici lavori, di ripetitive leggi, di fastidiosi e di sgradevoli adempimenti: no, alla larga, io avrei già voluto essere chilometri lontano da lì. In quell’occasione scelsi quindi d’aspettare placidamente seduta leggendo un libro, abbastanza stanca di troppo lavoro e anche di sentire quelle smodate parole, per poterle apprezzare e valutare in maniera imparziale.

All’improvviso accanto a me annusai una buona essenza odorosa, un profumo maschile però non fastidioso, al contrario, cosicché sollevai lo sguardo dal libro e vidi il mio vicino di sedia: senz’altro prossimo all’età della pensione, dai capelli un po’ lunghi, più bianchi che brizzolati, con un viso interessante contrassegnato più da tante abbronzature estive e invernali, che dalla fatica e dallo sforzo del lavoro. L’abbigliamento era curato ed elegante: un abito di buona fattura in tessuto di fresco lana, la camicia impeccabile e la cravatta perfettamente abbinata. Le calze lunghe e scure con delle belle scarpe stringate, dal momento che io sono sempre stata attratta con piacere da questi dettagli di buon gusto e d’eleganza dei piedi maschili. Lui mi salutò cortesemente e si presentò, evidentemente era disposto e propenso per parlare, perciò fui pressoché costretta a riporre il testo nella borsa e manifestare se non altro un garbato e gentile coinvolgimento.

Lui si rivelò peraltro simpatico e davvero interessante. Perché parlo di lui, anzi, di te, in terza persona? Ben presto tu cessasti d’essere un estraneo, mi deliziasti con le tue battute ironiche per tutta la mattinata e mi prendesti sotto la tua ala protettiva: una collega così giovane e impreparata di convegni ha bisogno d’una guida tu dicesti. Tu fosti addirittura così gentile e premuroso da evitarmi persino per il pranzo, peraltro già approntato all’occorrenza nelle cucine in una saletta del convegno, per portarmi in ultimo fuori in un ristorante degno di questo nome dove passammo un’ora e mezzo di pausa molto piacevolmente insieme: piatti gustosi, un eccellente vino e ancora più gradita e piacevole la conversazione lontani dal frastuono dei congressisti, poi verso sera m’accompagnasti verso casa.

Quei tre giorni del convegno si rivelarono molto graditi e piacevoli al tuo inatteso cospetto, affermare e sostenere che io mi presi una sbandata per te mi pare futile e inefficace, però del resto ho sempre avuto un debole per gli uomini più grandi, soprattutto affascinanti e pieni di buone maniere come te. Piccolo e insignificante dettaglio però: eri sposato. Ma allora le cose tra di noi non si erano ancora spinte oltre la tua premurosa sollecitudine, nulla che potesse farmi credere d’interessarti per cui non mi preoccupai di questo motivo. Tu eri molto più decentrato e più indipendente di me, socio anziano d’un grande studio cittadino con molteplici operatori, io diversamente ero strapiena di superlavoro nel mio piccolo studio in quel borgo di provincia. Io all’epoca ero celibe, con alle spalle una storia molto intensa finita da poco con qualche rimpianto, per cui la voglia di rimettermi in gioco non era molta. Poi per paura di soffrire o di far penare, soprattutto a causa del fatto che tu fossi sposato, in fin dei conti cotta o no, per te io fui abbastanza imprecisa e reticente. Tu però non t’arrendesti, visto che non ti scoraggiò la mia ritrosia, giacché diventò così normale vederti la sera fuori dallo studio lì fermo ad aspettarmi e pronto ad aprirmi galantemente la portiera dell’autovettura per farmi salire.

Di solito s’andava a cena verso i locali del lago e alle mie domande su che cosa ne pensasse tua moglie della tua assenza, tu ribadivi di continuo che il vostro era esclusivamente un connubio per lo più allegorico e allusivo, per certi frangenti figurato, per il semplice fatto che a questo punto eravamo già totalmente concentrati nelle proprie vite e che non dovevo angustiarmi né preoccuparmi oltremodo. Di questo andare, misi a tacere la mia coscienza accettando placidamente il tuo amoreggiamento riservato, aspirando di non badare alle cruciali e innegabili complicazioni, limitandomi soltanto di godere dell’attuale momento misurato e quasi limpido fino a oggi. Tu hai trascorso tutta la sera cercando di stuzzicarmi, senza tuttavia incalzare più in là, tenuto conto che delineavi un breve iniziale aggancio con la mano, che sfiorava spesso la mia, senza che neanche una volta si posasse sopra come avrei intensamente desiderato, poi parole allusive e velate, quasi sempre sul punto d’arrivare al nocciolo girando intorno soltanto intendendo né mai concludendo. Che confusione. Io giuro che la mia inesperienza con uomini così maturi gioca davvero a mio sfavore, dato che non sono così competente e scaltra al punto di capire il tuo gioco, le sue regole oscure né tanto meno di divertirmi alla pari con te. Io mi sono veramente percepita come un pupazzo e se non fosse stato per quel profondo coinvolgimento che sei riuscito a creare, a rubarmi in questi due mesi, io t’avrei subito mollato lì e avrei chiamato un tassì per tornarmene a casa, anzi, alla fine te l’ho realmente invocato:

“Ti rincresce condurmi verso la mia abitazione? Io sono un po’ stremata”.

In concretezza lo sono per davvero, dal momento che sono sconquassata alle prese con questo gioco. Non penso di meritarmelo, non vedo la bellezza né l’eleganza né l’erotismo, certamente la mia discendenza, la mia epoca relativamente alla tua è stata addestrata all’immediatezza e alla chiarezza anche nei sentimenti e questo sinceramente mi manca molto nel rapporto con te. Tu sei affascinante, colto, galante, raffinato, sai molto bene come metterti in moto, conversare, ammaliare e far innamorare una donna, eppure l’azione d’abbandonarti, la freschezza, la naturalezza e la spontaneità no, perché quelli sono atteggiamenti e comportamenti di te, dato che non fanno parte né sono mescolati dentro il tuo essere né sono fusi nel tuo carattere, giacché non t’appartengono. Sono più di trent’anni di differenza tra di noi e io li sento soltanto in quello. Tu sei sempre equilibrato e misurato, sempre all’altezza della situazione, puntuale, curando la perfezione in ogni dettaglio, mai una sbavatura. Come avrei voluto invece vederti ridere a crepapelle, fare qualcosa di folle e d’imprevedibile o deciderti e darmi un bacio, uno vero, se tu sapessi quanto mi piacerebbe.

Sulla strada verso casa mia, tu mi comunichi che devi passare un attimo dal tuo studio, per prendere dei documenti da esaminare a casa domani per il resto della settimana. Fai salire anche me per non lasciarmi da sola in piena notte nell’auto parcheggiata. E’ la prima volta che vengo qua, noto pertanto che si tratta d’un ambiente assai austero, organizzato e serio, per il fatto che la tua stanza è scrupolosamente come te, tutto d’ottimo gusto e d’altissima qualità: il tavolo di legno massiccio, la libreria, i quadri, le luci, i drappi, la magnifica sedia, il canapè, le tende, tutte condizioni che creano un’atmosfera intima e particolare, soprattutto adesso che è già buio e tutto l’ambiente è immerso nel silenzio. Tu mi fai accomodare sul divano, poi t’allontani solo un attimo dalla stanza per andare a prendere il dossier che ti serve, ma fai subito ritorno. Io m’alzo, ho ancora il soprabito addosso come del resto anche tu, pensando d’andar via subito, ma tu te lo togli e lo appendi, poi t’avvicini e sfili anche il mio. Io non comprendo poiché sei più vicino, sento intensamente il tuo odore di buono, lo stesso del primo giorno che tanto mi piace e percepisco il tuo calore, per il fatto che sembra quasi contagiarmi e corrompermi, mi trapassa i vestiti e mi brucia sulla pelle.

Al momento capto la tua mano che afferra la mia, ma per lasciarla subito, dopo le tue labbra tremendamente chiuse vicine alle mie, sfiorano solamente per poi allontanarsi di nuovo sulla mia guancia. A che razza di gioco stai giocando? Cazzo, ora basta, altolà aspettare le tue mosse successive, ora ci svaghiamo un po’ alla mia maniera e controlliamo come te la cavi e come ti destreggi. Difatti ti prendo con decisione e ti spingo fino alla tua costosa e lussuosa poltrona, perché quando sei lì semi sdraiato e con l’aspetto stupito, io inizio a toglierti di dosso quei simboli d’uomo affermato con cui ti fai scudo. Via la giacca, via la cravatta di sartoria e in ugual modo la camicia cucita a mano su misura, poi segue un bottone dopo l’altro. Io vedo che appare la tua carnagione abbronzata, i peli bianchi sul tuo torace ancora abbastanza tonico sebbene la pelle non sia più fresca, in quell’attimo provo un brivido di piacere accarezzandoti. Malgrado ciò non ti ribelli, all’opposto, accosti gli occhi rammaricandoti. Un avvertimento pressoché comprensivo da parte tua? Incoraggiata e spronata dalla tua resa io continuo a denudarti, indubbiamente vedo che ti garba, dopo slaccio la fibbia della cintura e armeggio con la chiusura dei bottoni molto stretti, faccio fatica lo ammetto, ma intervieni tu con le mani un po’ tremanti, poi finalmente vedo la tua emozione e avverto la tua erezione sotto le mani. Immediatamente arriva la mia rivincita, in quanto non rasento né sfioro né prendo, ma solamente m’avvicino con la bocca alla tua che titubando s’allenta, malgrado ciò appena arrivo a percepire il tuo alito caldo mi ritraggo di nuovo indietro.

Il mio bacino aderisce al tuo per un attimo accennando per sfregarmi sull’erezione, ma non porto a termine nemmeno questo. Tu hai capito il mio gioco, ma io ho acquisito e infine raggiunto il mio obiettivo. In realtà t’accomodi e rovesci la nostra posizione, perché in questo momento sono io in tuo potere, mentre le tue mani indiavolate e impazienti cercano di togliermi in fretta i vestiti: tu sbottoni, sfili, sganci e intanto baci, accarezzi, mordi e respiri. Sì, così mi piaci, perché sei dolce ma forte, appassionato, vero e vivo. Al presente però io non scherzo più, dal momento che m’abbandono totalmente anch’io, giacché adesso ti sei svegliato, sei uscito da quella corazza d’autodisciplina, di controllo e d’integrità che ti bloccava. In brevissimo tempo sotto le nostre carezze cadono anche gli ultimi indumenti che ci ricoprivano. Adesso sì, che i miei fianchi frugano i tuoi, aderendo al tuo fisico con tutta me stessa, cercando d’infilarmi in ogni tuo recesso disponibile.

Tu fai nella stessa misura, dacché io t’assaggio e t’avverto in ogni parte, m’accorgo e sento che stai imparando a memoria ogni zona di me, in quanto cerchi di denudare e in ultimo di scoprire su quali punti di questa mappa sconosciuta reagiscono di più alle tue carezze e ai tuoi baci. Ti va male, perché ogni parte di me controbatte e risponde a te immediatamente, perché io ti voglio veramente in ogni parte. Il mio corpo ti rivendica, reclama tutto di te, ti chiama, vieni, su dai prendimi. Tu non sai quanto mi manchi e quanto io ti cercavo. Quando il tuo tocco o la tua saliva vengono in contatto con me accendono la voglia, spengono l’attenzione e l’interesse di tutto quello che ci circonda. Al momento io ho soltanto più acutezza, assennatezza, cognizione e idea di te e di me, sempre meno due, sempre più uno, perché non so più dove finisco io e laddove comincia tu. Allora lo sveli:

“Ti voglio”.

Tu non chiedi né lotti né rivendichi, perché sai già molto bene la risposta. Attualmente non esistono più angosce né paure né tensioni, non c’è più decoro né il ritegno né la ritrosia, unicamente un immenso desiderio. Il mio per te, il tuo per me.

In origine tu m’hai acceso, adesso però dovrai spegnermi.

{Idraulico anno 1999}