i racconti di Milu
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Gli occhi diventavano a ogni sorso più lucidi, pesanti e persi nel vuoto nel cercare vecchie conoscenze, nello squadrare i volti nuovi e perché no perfino qualche bel sedere su cui divagare e fantasticare a fondo. Del resto era normale, per il fatto che i miei freni inibitori si erano allontanati da parecchio tempo, all’incirca verso la terza mosca. Già, la sacra e intangibile pratica, la regola rispettabile delle mosche, che m’aveva rivelato una sconosciuta con la quale avevo ragionato poco prima, forse più ubriaca di me.

Avvicinandosi barcollando m’aveva in effetti scagliato un braccio attorno al collo, proiettandomi i suoi occhi trasparenti e slavati dentro il bicchiere di Sambuca che sorseggiavo, infine si era messa a contare i chicchi di caffè che quella faccia da sedere d’un barista aveva lasciato cadere all’interno:

“Però, come reggi bene l’alcool, non c’è che dire. Sei già alla quinta Sambuca” - aveva preferito sempre ridendo e singhiozzando.

“Che cazzo sta dicendo questa qua, è proprio fuori strada” - era stato in modo istintivo il mio primo pensiero.

In seguito volli approfondire il discorso e così venni a sapere che lei si faceva mettere tante mosche, una sorta di personale conteggio da tenere a bada, in maniera tale da poter risalire di preciso al numero di bicchieri che aveva tracannato. Lei la chiamava simpaticamente la regola della mosca, in quanto io la trovai un’azione talmente insensata e stupida d’affascinarmi. Così decisi di rispettare anch’io la benedetta metodologia, dato che il conteggio delle mie mosche giunse a cinque, sì, perché al momento cinque chicchi di caffè galleggiavano come barchette a remi in quel mare bianco lattiginoso, solcato da onde altissime a ogni movimento del bicchiere da cui spuntavano enormi iceberg.

Non so di preciso il perché, eppure quella sera avevo bevuto tanto, sapevo soltanto che avevo voglia d’ubriacarmi e di liberare svincolando in maniera definitiva i miei pensieri e tutti i miei freni bloccanti. Mi piaceva quell’insolita sensazione d’ebbrezza, di bizzarra euforia, quell’ottundimento generale dei sensi: la vista s’appanna, le orecchie percepiscono suoni e rumori ammorbiditi e imbottiti, la lingua è quasi anestetizzata e avrebbe voglia di leccare qualsiasi cosa d’umano le passi davanti. In quella contingenza la discrezione, l’insicurezza e la timidezza mi sparivano completamente, perché sarei stato capace di discorrere per ore, con persone che avevo conosciuto un minuto prima senza farmi il minimo problema. Sarei stato capace d’ascoltare una conferenza di fisica quantistica senza rompermi le palle, dal momento che i miei pensieri fluivano liberi e indipendenti per la mente non seguendo vie contorte né intricate. Mi sembrava di sentirli mentre scorrevano velocissimi di sinapsi in sinapsi, mentre percorrevano le circonvoluzioni cerebrali a enorme velocità. Qualcuno restava impigliato tra i miliardi di connessioni e svaniva in pochi istanti, altri riuscivano a finirsi anche se con molta fatica.

Mi sono sempre ritenuto fortunato che le mie sbronze non siano mai state sconsolate, tristi o violente accompagnate con pensieri aggressivi, litigiosi o violenti, ma questa forse è stata anche la mia rovina. Io mi sentivo eccitato ed euforico, con un turbinio di pensieri erotici e una gran voglia di scopare. Ragazze poco vestite invero mi passavano di fianco, tuttavia non me ne fregava un cazzo se fossero state dei cessi o delle modelle, per me bastava che avessero avuto delle belle chiappe e un fisico decente, perché subito partiva fulminea l’immaginazione, la mia voglia di carne, l’istinto e il temperamento animale racchiuso e sopito in ognuno di noi. Dovevo sembrare proprio un coglione con quell’espressione intontita e frastornata squadrandola, mentre magari m’immaginavo di sbatterla nella posizione della pecorina sul bancone del bar o di farmi fare un pompino dietro al locale, dove ci sono i cassonetti e ogni tanto ci trovi qualcuno che va a pisciare perché il cesso è intasato. Mi facevo totalmente schifo, eppure non riuscivo a contenere né a reprimere in modo appropriato quei pensieri sudici. E pensare che da ubriaco non mi tira neanche. I sensi di colpa erano accresciuti dal fatto che avevo una ragazza stupenda, con un viso da luna, con i boccoli nocciola e labbra fatate, la cosa più bella e magnifica che avevo trovato nella mia vita tormentata.

Lei abitava lontano e capitava spesso di non vederci per lunghi periodi, sì, certo, ci sentivamo per telefono o attraverso impersonali e sterili messaggini in cui dosavamo il nostro amore per farlo rientrare nei centosessanta caratteri disponibili, però io avevo bisogno della sua presenza. Non m’accontentavo unicamente di sentire la sua voce squillante, storpiata dal ricevitore del telefono o di leggere i suoi pensieri scritti in nero su d’uno sfondo bianco. Dovevo averla di fronte a me, apprezzare e valutare la sua splendida fisicità di ragazza ventenne nel pieno della sua carica erotica. Dovevo poter osservare le sue labbra carnose, dalla geometria perfetta mentre si sfioravano per poi subito allontanarsi, emettendo un turbinio di parole capaci di farmi commuovere, divertire, eccitare e incazzare. Dovevo poter perdere il mio sguardo nei suoi occhi profondi ambrati, nei quali potevo leggere le sue gioie, le sue soddisfazioni, le sue paure e il suo temperamento. Quella sera mi mancava tutto di lei, era in effetti uno di quei periodi peraltro ingarbugliati nel quale non ci vedevamo da parecchio tempo, per il semplice fatto che le cose tra noi avevano incontrato, visto e vissuto momenti fermamente migliori. La lontananza è un male che t’affatica, ti danneggia e ti logora a poco a poco rendendo più fiochi e velati i ricordi, affievolisce e smorza i bei momenti e rafforza i dubbi, le paure, i rancori e persino i sospetti, fino a condurti alla solitudine interiore.

Io stavo dimenticando pian piano il suo odore di donna, il profumo dei suoi folti capelli ricci nei quali amavo perdermi mentre facevamo l’amore, le tenere carezze, i dolci baci, i suoi graffi sulla mia schiena nel momento del maggior piacere. Avevo bisogno di lei per sentirmi vivo, per avere la conferma che tutto ciò non era un magnifico sogno frutto solamente della mia mente contorta, ma era la schietta realtà. Questa lontananza forzata mi stava facendo aumentare i brutti pensieri, che s’accatastavano in maniera disordinata e ingarbugliata nella mia mente, impedendomi di pensare lucidamente e procurandomi una mascherata e sottintesa malinconia, che notavo guardandomi allo specchio. Forse era quest’ultimo il motivo che m’aveva portato ad annegare la mia mente nell’alcool, ma ormai al quinto bicchiere chi se lo ricordava più. Sapevo soltanto che la mia solitudine si stava trasformando in una voglia sempre più insopportabile, ossessiva e tormentosa di sesso, perché se prima mi mancavano quelle domeniche pomeriggio passate stesi sul letto nudi e abbracciati, sotto la coperta di flanella nello scambiarci dolci baci e a scherzare, ora mi mancavano i suoi piccoli seni perfetti da leccare, i suoi capezzoli rosei da trastullare, le sue calde labbra esperte nel darmi piacere fino in fondo, accogliendo anche l’ultima goccia del mio orgasmo. Mi mancava il suo culetto tornito e candido che s’intravedeva dai forellini delle mutandine in pizzo nero lavorato, o che si rivelava completamente nella sua bellezza quando indossava i perizomi di seta lucida. Quanto m’eccitava quel sedere, quante volte ho desiderato possederlo, farlo mio, leccarlo.

Avevo il bisogno impellente e irrimandabile di entrare in contatto con la sua pelle liscia e vellutata, strisciarmi addosso a lei, stringerla con le mie braccia potenti e tenerla stretta a me più che potevo, finché il calore dei nostri corpi non si fosse portato alla stessa temperatura a formare un’unica entità di carne e di fluidi. Avevo voglia di baciarla nel modo che sapevo, cercando disperatamente la sua lingua, succhiandola e guidandola in un intenso vortice di passione scambiandoci le nostre salive senza pudore, senza vergogne. Intanto le avrei strappato le mutandine di dosso, quelle mutandine a cui tanto era legata quasi da sfiorare la mania, perché gliele avrei proprio lacerate con le mie mani. Chissà come avrebbe reagito, forse m’avrebbe tirato uno schiaffo o si sarebbe incazzata, magari si sarebbe eccitata. Sono certo, che sarei rimasto impassibile e avrei continuato nella mia disperata ricerca del piacere.

La musica nel locale era sempre più alta, io però ormai sentivo tutti i suoni smorzati che s’accavallavano confusi uno sull’altro. I battiti martellanti della canzone mi rimbombavano in testa e i miei pensieri sembravano che procedessero ritmicamente a tempo di rock. Per un attimo mi stupii del mio cervello, in quanto mi era apparso un flash nella mente. Era stato tanto tempo fa, al mare, in una giornata pigra di luglio in cui la calura delle tre del pomeriggio t’impone di startene sdraiato sul letto con le persiane socchiuse, per evitare che il calore trasportato dai potenti raggi solari s’impadronisca della stanza. Tu eri sdraiata supina su d’un letto cigolante che avevamo trovato nell’appartamento preso in affitto, io t’avevo sfilato la sottoveste in seta nera decorata, dove i tuoi capezzoli duri emergevano aspettando solo d’essere succhiati. Eri rimasta nuda, mentre un raggio di sole che era riuscito a penetrare dalle fessure del balcone creando sul lato sinistro del tuo corpo una striscia di luce bianca, che metteva in risalto la scarsa peluria candida che rivestiva la cute liscia. Il pulviscolo che danzava nel cono di luce m’indicava esattamente la strada per il tuo piacere.

Io t’ho bendato con la mia maglietta e poi con il lenzuolo t’ho legato gentilmente i polsi alla testiera del letto. Tu eri completamente in mio possesso ignara di quello che ti poteva accadere, ma la situazione t’eccitava perché vedevo le tue gambe che si stringevano dimenandosi come se avessi voluto strofinare il punto più intimo per procurarti piacere da sola. Io ho iniziato baciandoti le labbra con foga, facendo cadere sopra un po’ di saliva in cui poi ho intinto il dito indice che ho fatto scorrere lungo il tuo collo tornito. Intanto la mia bocca si spostava per baciarti lateralmente il collo nel tuo punto più sensibile, tu ripetevi che avevi i brividi, io di rimando mi eccitavo tanto pensando al piacere che ti procuravo. Le mie mani intanto si erano soffermate sulle tue tette, quelle di cui ti lamenti sempre, ma che a me fanno delirare, talmente sode e proporzionate che sembra che dicano baciami. Io non me lo sono fatto ripetere, percepivo che eri eccitata, volevi che arrivasse la mia mano o la mia bocca per placare in modo definitivo quel libidinoso incendio che era divampato tra le tue cosce. Ti ho infilato due dita in bocca ordinandoti di leccarle come se fosse stato il mio cazzo, tu hai obbedito senz’esitazione, poi ho lasciato colare sopra anche la mia saliva e finalmente t’ho aperto le gambe infilando le dita nella tua vagina vogliosa. Eri bagnata e pronta per fonderci in un unico corpo, nel gesto più antico e naturale del mondo, ho giocato un po’ con il tuo clitoride, mentre fremevi e gemevi in modo invasato. Ogni tanto ti partivano delle contrazioni involontarie dei muscoli che sentivo chiaramente, intanto continuavo a baciarti ovunque mentre l’altra mano t’accarezzava muovendosi instancabilmente.

Io avevo voglia di leccarti la fica, di placare la sete di piacere bevendo i tuoi gustosi e abbondanti fluidi, tu questo lo sapevi e non aspettavi altro. Sono sceso con la testa mentre tu cercavi di divincolarti dalle manette di panno che avevo costruito passandomi le mani tra i capelli, dopo ho riposizionato la testa tra le tue accoglienti cosce e ho iniziato a leccare quel frutto proibito dentro quel delizioso anfratto, intingendo con la lingua al meglio delle mie possibilità e muovendola più velocemente che potevo. Io ti vedevo appassionatamente boccheggiare ansimare divincolandoti per tanta eccitazione, so che non potevi fare niente per opporti al mio impudico, lussurioso e sfrenato abbraccio. Sono sceso sempre più giù fino ad arrivare al tuo bel culetto, perché m’attirava l’idea di compiere una cosa più sporca del solito. Ero eccitatissimo, sentivo il mio cazzo pulsare da quanto era duro, t’ho leccato il buchetto mentre con la mano continuavo ad accarezzarti il clitoride. Tu urlavi, erano strilli di totale piacere, sentivo che l’orgasmo era vicino, cosicché t’ho sollevato penetrandoti con il mio dardo che aspettava soltanto d’essere riposto nella faretra. Ricordo che sono stato abbastanza violento, ero avvinghiato a te con il mio corpo sudato, ruvido, i muscoli in tensione, cercavo quella sensazione stupenda che soltanto il sesso legato all’amore può dare. Mi muovevo ritmicamente spingendo il cazzo fino in fondo fino a farti male, allora tu facevi una smorfia però non mi dicevi di fermarmi. Era quel cazzo di testiera del letto che sbatteva sul muro a ogni colpo che t’imprimevo, chissà se i vicini ci stavano sentendo? Chi se ne fregava, la questione era ancora più lasciva e frizzante così, perché eravamo entrambi prossimi all’orgasmo. Dopo t’ho slegato e t’ho sbendato, ho chiesto di masturbarti mentre ti penetravo, tu sapevi che quell’atto mi faceva ammattire e dopo avermi fatto leccare la tua mano hai obbedito senza battere ciglio. Ho aspettato che venissi, le contrazioni ritmiche dei tuoi muscoli vaginali m’hanno fatto cedere definitivamente, io ho tirato fuori il cazzo e tu rapidamente ti sei girata agguantandomelo in bocca. Cazzo che orgasmo, il mio sommo piacere è esploso come una diga distrutta da un fiume in piena, tu ti sei vista bene di non sprecarne neppure una goccia di quel denso nettare. Con modo di fare malizioso ti sei avvicinata stampandomi un grosso bacio in bocca con la maniera esatta di chi è consapevole d’aver fatto appagare appieno l’altra persona. Dopo esausti ci siamo abbracciati e abbiamo continuato il nostro riposino nell’afa di luglio.

Seduto nei pressi del bancone del locale guardai l’orologio, segnava le quattro del mattino. L’effetto dell’alcool stava diminuendo riportandomi alla mente i soliti pensieri. Questo flash m’aveva fatto indurire il cazzo e dai jeans stretti era facile intuire una protuberanza, che difficilmente si poteva scambiare con il cellulare. Decisi di mettere fine a questa eccitazione degenerata, iniqua e perversa, andai dietro al locale, là dove ci sono i cassonetti e pensando a ciò che era riemerso alla mia coscienza quella sera mi feci una sega. Non provai nessun piacere, era unicamente per svuotarmi le palle e per non incorrere in figure di merda.

Tanto il fondo lo avevo già palpato e drasticamente toccato, perché adesso non sarà di certo una sega a sciuparmi né a rovinarmi la reputazione.

{Idraulico anno 1999}