i racconti di Milu
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L'abominio incestuoso tra me e mio padre va avanti spedito, nessuno dei due si è creato alcuno scrupolo in famiglia (a mia madre e mia sorella non lasciamo sospettare niente) e nemmeno dal punto di vista morale o etico o religioso ci facciamo problemi; abbiamo scoperto che questa nostra tresca ci diverte, ci intriga, ci fa sballare e a noi sta benissimo così.

La nostra tresca depravata ha assunto i contorni di una vera relazione clandestina quando è uscita dalla casa di famiglia per essere vissuta anche altrove. E ciò è avvenuto una mattina di metà autunno quando, verso la fine di ottobre, dovevo tornare all'università dopo il weekend.

È un lunedì mattina e io sto uscendo per andare a piedi in stazione per prendere il treno per l'università. Per colazione mi faccio solo un caffè al volo, perché come al solito sono in ritardissimo, e con sorpresa trovo quel porcello di papà a tavola che sorseggia tranquillo il suo.

"'giorno papi, ma non dovresti essere già al lavoro?", gli dico mentre aziono la macchinetta espresso.

Lui risponde serafico che quella mattina aveva appuntamento con un cliente e che quindi se l'era presa con più calma.

"E visto che usciamo tutti e due adesso," mi annuncia spigliato, "ti do uno strappo in stazione."

"Sì papi, è fantastico. Così non rischio di perdere il treno."

La mamma era girata verso il lavandino e io e papi ci siamo scambiati una occhiata maliziosa e soddisfatta per come ci mostravamo complici disinvolti davanti agli altri.

Siamo poi partiti. Io ero convinta che mi avrebbe davvero dato uno strappo fino in stazione ma invece vedo che passa oltre senza rallentare, ha quindi intenzione di andare altrove. Gli chiedo dove stavamo andando e lui mi risponde che è una sorpresa. Lo guardo perplessa, sono un po' scocciata di perdere il treno e le lezioni all'università, ma allo stesso tempo inizio ad intrigarmi all'idea di questa sorpresa.

Usciamo dalla città e arriviamo in un paese in collina, papà ferma la macchina in una piazzetta e mi indica un palazzo dicendomi di seguirlo. Entriamo e saliamo diverse rampe di scale fino al quarto piano, entriamo in un appartamento modesto, arredato con roba essenziale però luminoso e che dà un senso di tranquillità e intimità. Poi chiedo a papà di chi è, immaginando fosse di qualche suo amico, che lo usa per portarci qualche donna e scopare in tranquillità, ma lui mi risponde sorridente che è nostro.

Io lo guardo sorpresa mentre lui sorridendo e con l'aria di chi pregusta qualcosa mi dice che lo ha preso in affitto apposta per noi; per farlo diventare la nostra alcova; un posto dove vivere e mettere in pratica le nostre voglie sconce e perverse.

"Uno, dei posti," aggiunge con aria sorniona.

"Che significa 'uno dei posti'?" Chiedo io perplessa.

"Che ce ne saranno degli altri." Risponde lui, pronto e compiaciuto.

Mi prende tra le sue braccia e mi spinge piano verso la parete; mi sussurra che ha sempre più voglia di farmi avere il suo cazzo grosso in più posti possibili, a iniziare proprio da questa casetta tutta nostra.

Papà mi ha addossata alla parete, il suo respiro inizia a farsi pesante; è arrapato, io indosso dei jeans stretti e lui infila la mano tra le mie cosce e mi bacia sul collo. Gli dico che farò tardi anche per il treno successivo e lui, con la bocca sul mio collo, tutto intento a sbaciucchiarmi, risponde che per quel giorno mi sarei dovuta scordare dell'università; che mi voleva tutta sua.

Quel programma è stato per me come una liberazione; prima ero tesa e indecisa, ma una volta che il mio papi si è lanciato, e mi ha svelato la sua intenzione, mi è salita una voglia incontrollata di farmi fare tutto quello che voleva.

E così i baci sul collo si sono fatti più spinti e con la lingua è sceso a leccarmi sui seni, ha infilato la mano da sotto, sotto la maglia, ed è salito a palparmeli. Me li ha stretti con avidità facendoli uscire dal reggiseno e spingendoli in su ha offerto i miei capezzoli, diventati durissimi e sensibili, alle sue oscene lappate. Intanto, con l'altra mano, è arrivato a infilarsi dentro le mie mutandine dopo avermi abbassato la cerniera dei jeans, e con le dita mi è entrato deciso nella fica.

Io sospiro, lancio dei gridolini e inarco la schiena, scossa dai brividi del suo scoparmi con tre dita. Inizio a godere come una matta mentre lui le sfila e se le porta in bocca succhiando gli umori che ho iniziato a liberare copiosi.

Mugolando rispondo un sì, quando lui mi sussurra se voglio il cazzo di papà, ma non gli basta, vuole sentirmelo dire, e così, mentre si sbottona i pantaloni e li lascia scendere alle cosce, io sospirando glielo dico:

"Sì papà sì, voglio il tuo cazzo. Scopa tua figlia. Scopami!"

Ed è quello che fa. Io sono appiccicata alla parete, con papà buttato addosso a me. Ho la testa rivolta all'insù e le braccia gettate attorno al suo collo. Lui mi sta caricando come un toro, ha la testa bassa, affondata sulle mie tette, sento la sua lingua avida che me le spennella passando con voracità da una all'altra, sento che cerca i miei capezzoli e se li infila in bocca e li succhia avido mentre sbuffa dalle narici gettandomi il suo respiro sulle tette, strapazzate anche dalle sue manate laide e ossessive.

Sono addossata alla parete e vengo spinta verso su dai rapidi sussulti per i colpi del suo cazzo dentro di me. Mi sta scopando come una furia, mi avvinghio a lui stringendo le gambe attorno ai suoi fianchi; nella saletta risuonano i miei gemiti singhiozzati e i suoi grugniti da infoiato. Quando sente che sta per venire toglie le mani dalla parete e mi stringe in un forte abbraccio lanciando una specie di ululato da animale, e poi io sento la mia pancia riempirsi di un'onda di sborra calda e densa.

"Cazzo, papi, è stato incredibile. Sei un mostro... nel senso buono eh!", gli sussurro ridendo, mentre restandogli avvinghiato ai fianchi lui mi porta su un comodissimo divano, dove, restando abbracciati, ci lasciamo andare a delle tenerezze. Ci baciamo, ci slinguiamo in bocca e ci accarezziamo languidi e soddisfatti.

"La prima scopata nella nostra casetta segreta, amore di papà." Mi dice con un tono dolce, tanto che quasi non sembra lui.

Mi sfila la sua verga ancora mostruosamente dura.

"Adesso inginocchiati e ripuliscimelo per bene con la lingua," mi dice sfrontato, invitandomi a scendere dal divano e inginocchiarmi ai suoi piedi.

Mi accarezza la testa, affondando le dita tra i miei capelli, mentre io, come una bambina degenere, gli lecco diligente la nerchia che tengo alla base, tra le mani come una mazza oscena.

Lo guardo da quella posizione e ho un moto di orgoglio indecente nel sapermi una figlia che, accovacciata, lecca la mazza del suo papà. Il papà che la teneva in braccio coccolandola quando era un tenero frugoletto e che adesso, con l'espressione languida e ansimante, si gode le leccate della sua bambina su quel cazzo che il gioco delle prospettive le fa sembrare grosso quanto un tronco d'albero.

Gli lecco l'asta dura e carnosa ripulendola dal succo dei miei umori e della sua sborra. Che sensazione strana, oscena e perversa, lappare, assaporare e ingoiare quello stesso seme da cui sono nata. Mi viene da ridere mentre lecco senza alcuna remora il cazzo grosso e le palle del mio papà. Continuo il lavoro certosino sorridendo, e mi compiaccio di sentirmi così troia e depravata!

FINE 2a Parte
(per commenti scrivete a: pensieriosceni@yahoo.it)