i racconti di Milu
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Io ho ancora una tentazione smisurata e una voglia eccezionale di te, giacché non riesco a rimuoverti dalla mente, in quanto ho là davanti quell’immagine del tuo sguardo attraente e provocante perennemente stampata là, per il fatto che si sovrappone accavallandosi a qualsiasi cosa i miei occhi osservino. Tu hai saputo coinvolgermi trascinandomi solamente con quelle poche parole con cui hai descritto il tuo modo d’essere: allegra, disinvolta e scanzonata, perché mi piace far godere gli uomini. Ricordo la prima volta a casa tua, durante il tempo in cui accomodati uno di fronte all’altra, parlavamo di come la mente nel gioco dell’eccitazione e dell’incitamento possa portarci ordinatamente dove il corpo da solo non arriva, perché dopo quelle parole nel silenzio che accompagna la consapevolezza d’un discorso avuto in comune, tu hai portato la mano sotto la gonna tirandola un po’ su fino a mostrarmi le dita che toccavano la fica.

Tu in quell’occasione le muovevi adagio sul clitoride guardandomi e cercando nei miei occhi la dimostrazione e invero la testimonianza del nostro discorso, anch’io però ti squadravo muovendo lo sguardo tra gli occhi e le dita che dal clitoride scivolavano tra le labbra, esattamente quelle del tuo sesso s’aprivano, quelle della tua bocca si serravano mostrando e rivelando il piacere che avvertivi nel guardarmi in modo eccitato. Sì, è proprio così, in quanto ti eccita risvegliare e stimolare, dal momento che ne trai beneficio vedendomi godere. Tu sei come me, sei lo specchio che espande riflettendo l’impulso esatto della ricerca del piacere, perché con te è come stare accanto a un caleidoscopio di sensazioni che s’incontrano e si lasciano, si rincorrono e si ritrovano, in un vortice che ti solleva e poi t’abbandona e che ti lascia precipitare tra l’emozione di volare e la paura di cadere; sì, precipitare dunque nel vuoto d’una mente sempre in attesa e in ansia dei sapori e delle squisitezze del tuo corpo. Chissà dove sei, giacché non saperlo mi consente di vederti con la mente come voglio e l’immagine che mi costruisco è sempre piena delle tue attenzioni, delle sensazioni che continuamente mi provochi.

Quando mi fermo per pensarti, il vuoto della tua assenza si riempie dei ricordi che ho di te, ma i ricordi delle sensazioni che sai donarmi aumentano la percezione dell’assenza e il desiderio d’averti vicina, poiché attrae ancora di più le immagini dei nostri momenti, le uniche cose che posseggo di te, come fotografie virtuali d’istanti vissuti. Il tuo sguardo accattivante che mi fissa e mi cattura, il tuo volto prossimo al mio, le tue labbra che lentamente si protendono verso le mie fermando lo scorrere del tempo, il tuo corpo nudo mostrato con astuta e maliziosa indifferenza, le tua dita che scorrono sulla mia pelle alla ricerca dei brividi che sai procurarmi. Alla maniera d’un corpo che affonda nell’acqua io mi lascio avvolgere dai sensi della memoria, t’immagino e sento il tuo odore, la consistenza della tua pelle, la tua voce che mi sussurra parole provocanti, perché solamente la mente ormai rapita mi permette di sentirti realmente con me, come nella realtà delicata d’un sogno, per un istante infinito il vuoto della tua assenza non esiste più. Sembra come un sogno che svanisce l’improvvisa consapevolezza di quel desiderio disatteso, dell’illusione d’una realtà che mi colpisce come un pugno nell’anima, poiché ho ancora voglia di te, sempre di più.

E’ una tortura dover aspettare, perché questo mi fa male, perché questa settimana qua poi è la peggiore per aspettare il nostro venerdì. L’ultima volta m’hai detto che ci sarebbe stata una sorpresa. Stronza, lo sai che non sopporto le sorprese annunciate, lo hai detto apposta per farmi morire ogni minuto di più, per non schiattare nell’attesa la mia anima s’alimenta di fantastiche reazioni rabbiose, che puntualmente s’infrangono davanti al ricordo del tuo sorriso allusivo e simbolico:

“Anche la rabbia aumenta il desiderio, non reprimerla, dominala, usala al meglio” - m’hai detto tempo addietro.

Dopo segue quel sorriso, questa volta provocante e spavaldo, a tratti impudico e sfacciato, che riappare in modo insinuante quando cogli per un attimo il mio sguardo, stavolta mescolato nello scontro, tra la voglia irrefrenabile di possederti e fra la consapevolezza dell’illusione di renderti definitivamente mia. In quella circostanza ti togliesti l’accappatoio, allargasti le gambe e distesa sul letto m’annunciasti:

“Scopami, come se scoperesti una donna flemmatica, inespressiva e sprezzante che ti deride”.

Tu aspettavi il mio cazzo, invece la mia mano si posò sulla tua fica con il palmo che premeva sul clitoride, le dita che aprivano le grandi labbra e poi dentro per violare la tua espressione per l’occasione estranea e indifferente. In tal modo infilai le dita dentro di te piegandole e muovendole mentre facevi finta di non provare piacere, dopo spostai un dito più giù premendolo sull’ano, mentre la contrazione del tuo volto arrivò nello stesso istante in cui ti penetrai. Il sospiro che seguì mi disse che effettivamente ti piaceva. L’odore dei fluidi che ti bagnarono la fica mi fecero comprendere che godevi, successivamente t’afferrai per i piedi costringendoti a girarti. Con le mie gambe divaricai le tue, le mie mani ti bloccarono, il mio cazzo s’infilò tra le natiche mentre avvertivo il tuo corpo irrigidirsi, nell’attesa della penetrazione che tu agognavi violenta. Io ti baciai sul collo mentre iniziai a spingere adagio, chiaramente attento alla resistenza dello sfintere, rallentando per dilatare l’istante in cui la punta del mio cazzo aprì il varco nella tua falsa indifferenza. Ai tuoi gemiti io mi fermai, per gioire gustandomi quella sensazione di dolore e di piacere che provavi:

“Sì, dai scopami, fammelo sentire come se fossi una stronza, dai fammi male”.

No, non posso farti del male, posso unicamente farti godere. Tu m’imponi il silenzio radio per tutta la settimana, perché infrangerlo per qualsiasi motivo prevede come punizione il rimandare tutto, il dover aspettare ancora una settimana in più. L’unico frammento di realtà che mi lega a te è soltanto un indirizzo e un orario, fisso, come un appuntamento dal dentista, poi tutto il resto è unicamente celestiale e impalpabile fantasia, l’immaginazione di ciò che sarà e che si trasformerà in ricordo di ciò che è stato nel tempo esatto d’un pomeriggio. Ebbene sì, così come il ricordo del tuo corpo nudo, dei vestiti per terra, dei tuoi occhi che parlano delle mie mani che lo accarezzeranno, che lo sfioreranno nei punti che i tuoi sospiri m’indicheranno. Sì, i tuoi sospiri, dato che non li trattieni né li esalti, semplicemente li lasci uscire, perché sono solamente la manifestazione esatta del piacere che provi, perché non esisterebbero gli uni senza gli altri. Sì, la tua eccitazione mi eccita, m’accende, per questo ti piace prendere la mia mano e portarla sul tuo sesso già bagnato, guardandomi negli occhi come per dire:

“Vedi? Adesso lo senti il mio piacere?”.

Per farti capire che lo sento in modo consono affondo la mia lingua dentro di te, stordito da quell’odore e da quel sapore che invade la mia mente e che fa svanire sfumando irrimediabilmente la realtà, lasciando poi alla mia pelle il compito di ricordarli per troppo poco tempo. La consapevolezza è la chiave dell’erotismo, la nozione esatta di ciò che accade e che ci sorprende, l’avvedutezza senza riserve d’una fantasia, del percorso, della sua realizzazione, del pensiero esplicito e lampante che sta per accadere, come l’immagine precisa e specifica d’un desiderio che diventa realtà, così come il desiderio che ho di te, che mi piace tenere tra le mani nell’attesa d’essere esaudito:

“Non nascondermi e non tentare d’insabbiare mai nessuna sensazione, nessuna emozione, intesi?” - m’hai detto, mentre socchiudevi gli occhi avvicinando le tue labbra alle mie per baciarmi con passione, poi hai messo la tua mano tra le mie gambe attestando:

“E’ così che ti piace, vero? Piace a tutti gli uomini, sì, lo sento che ti stai eccitando”.

Poi ti sei inginocchiata e mentre mi guardavi con quel tuo solito sorriso maligno, hai aperto la patta e hai estratto fuori il mio cazzo, con la mano l’hai stretto muovendolo piano, dopo hai avvicinato le labbra illudendomi che lo avrebbero avvolto, invece al presente mi fai aspettare ancora e sorridi, sempre in quel modo allusivo, furbo e velato che mi fa farneticare. La tua mano che si muove adagio mi eccita, le tue labbra sfiorano il glande aprendosi e mostrando ancora ciò che sarà, ma che tu prontamente rimandi ancora per godere dell’emozione e dell’attesa finale. Io chiudo gli occhi e quando il calore della tua bocca finalmente avvolge il mio cazzo il mio respiro si ferma, allora ti osservo: tu hai gli occhi chiusi nel goderti il piacere di sentire il mio cazzo che ti riempie la bocca, lo so e sai addirittura che ti sto guardando, perché apri e chiudi gli occhi per dedicarmi regalandomi con lo sguardo il piacere personale che provi.

Della tua vita conosco poco, dici che non serve, anzi, tutto quello che devo sapere di te è unicamente ciò che è dedicato a me. Come non vuoi sapere nulla di me che non riguardi soltanto te? Tutto il nostro rapporto è contenuto, chiaramente racchiuso nel piacere che ci scambiamo, tutto il resto deve rimanerne fuori, perché soltanto così il nostro rapporto sarà propriamente e veramente totale mi manifesti tu per l’occasione. Tu sei un’acrobata che cammina sulla linea magica che divide un sogno impossibile da una realtà possibile, galoppiamo in equilibrio sullo spartiacque del nostro desiderio più alto, intorno a noi soltanto lo strapiombo della vita di fuori, delle nostre vite dimenticate da non guardare per non cadere, in tal modo conosco ancora meno il tuo passato:

“Non è per niente facile godere soltanto del piacere altrui” - m’hai una volta enunciato.

E’ l’unica cosa che m’hai riferito di quel tuo lontano passato, un riassunto estremo come per dire che non conta più, che non vale la pena ripetere più, come per esprimere che devo afferrare e capire da solo, altrimenti è tutto inutile. Io non ti dissi che lo sapevo quanto fosse difficile, sì, è vero, certe cose sono impossibili da raccontare, in quanto si possono soltanto distinguere e in ultimo riconoscere negli sguardi impercettibili, lievi e silenziosi che cercano corrispondenze. I tuoi occhi in quel momento contenevano tutto quel passato di cui non parlavi. Adesso li rivedo nella mia mente quegli occhi, riesamino l’espressione un po’ amareggiata, delusa e triste sciogliersi nel tuo sorriso provocante, quando cominciai a spogliarmi lentamente più di quanto avresti voluto. Tu mi guardavi negli occhi, poi il mio corpo che si scopriva, poi di nuovo negli occhi, dato che nel tuo sguardo vedevo il tuo compiacimento per il mio corpo, per i muscoli delineati che disegnavano la forza e la passione con cui ti avrei preso. Mentre guardavi il mio torace nudo io alzai una mano per congiungerla al tuo sguardo, io feci quello che avresti fatto tu sfiorandomi con le dita il capezzolo piccolo e teso. La mano misurò la consistenza del pettorale e poi scese giù, lentamente, fino a raggiungere i pantaloni, poi s’aprì il primo bottone, poi il secondo, poi il terzo. Il tuo sguardo attento si sciolse in quel tuo sorriso scaltro e con un gesto usuale spostasti le spalline del vestito, prima una poi l’altra. Lasciasti in seguito cadere il vestito lasciando il tuo corpo in quel nudo essenziale coperto dei soli slip di pizzo bianco.

Tu mi guardavi negli occhi indovinando la voglia che saliva in me, la voglia d’annusare la pelle, di sentirne il calore, disegnando le forme del corpo esplorandolo con le labbra. Ci avvicinammo guardandoci negli occhi, fino a far toccare i nostri corpi, le nostra braccia si sollevarono per intrecciarsi intorno a noi, le labbra assaggiarono la pelle e poi si ricongiunsero. A rilento cominciai a baciarti sulla pelle nuda, più piano di quanto tu avresti voluto, il tuo sorriso mi disse che era questo che volevi, perché la passione che sentivi dentro di me ti riferì che era questo che volevo. Tutt’intorno sparì, soltanto il nostro piacere d’essere lì era con noi, eccomi attualmente davanti alla porta di quella casa mentre t’annuncio:

“Verrà il giorno in cui tu busserai, ma io non aprirò”.

Senz’aggiungere altro hai sbugiardato smascherando l’inconscia illusione dell’eternità. Lo so che verrà quel giorno, perché dalla prima volta che t’ho toccato, dal fremito che ho provato, ho capito che sarebbe stata una storia dove il tempo avrebbe giocato un ruolo particolare, direi inconsueto. Il tempo dell’attesa, delle infinite piccole prospettive, del tuo corpo, dei tuoi gesti, delle tue inquietudini, dei tuoi sospiri di passione, soltanto questo tempo sarebbe trascorso per noi, così come un cronometro a ogni giro di corsa, in quanto a ogni ritrovo si sarebbe azzerato. Un cronometro che un giorno non avrei più fermato lasciando segnare il tempo, questo sì infinito d’una vita senza te, senza più l’attesa né l’inquietudine di te. Nel dirmelo con la testa poggiata sul mio petto, dopo che le nostre anime si erano unite oltre i limiti del corpo, visto che hai voluto soltanto aumentare il fuoco che alimenta il mio desiderio di te, d’ogni parte di te, quel desiderio di godere d’ogni secondo trascorso insieme. Ogni volta potrebbe essere l’ultima, ogni volta che busso alla tua porta il mio cuore si ferma, finché l’uscio non si spalanca, perché ogni volta che quella porta s’apre cancella ogni cosa di me che non t’appartiene, consentendomi di vivere emozioni così intense da diventare immortali, d’arrivare nel luogo più profondo della tua anima e lasciarci il mio cuore a pulsare per l’eternità.

In questo momento t’immagino e colgo chiaramente il tuo odore, avverto la consistenza della tua pelle, capto la tua voce che mi sussurra parole provocanti, perché solamente la mente ormai incantata e rapita mi permette di sentirti realmente con me, precisamente come nella realtà delicata d’un sogno, dove per un istante infinito il vuoto della tua assenza non esiste più.

Tutto questo è come un sogno che s’indebolisce, che s’allontana e che svanisce, come l’improvvisa consapevolezza del desiderio disatteso e trascurato, dell’illusione d’una realtà che mi colpisce picchiandomi come un pugno nell’anima.

Ho ancora voglia di te, sempre di più.

{Idraulico anno 1999}