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IL CUSTODE DEI SEGRETI
Perché non tutto è quello che sembra.

Sono un tassista.
Su di me, e tutti quelli come me, sono stati scritti fiumi di parole e girati chilometri di pellicole, narrando le avventure più improbabili. Fino al punto di trasformarci in figure degne della mitologia urbana. Per voi siamo senza volto, come ombre quasi inesistenti che si perdono nelle nebbie della vostra routine e che non incontrerete mai più e alle quali vi lasciate andare a confessioni profonde e inconfessabili.
La verità è una sola: siamo i custodi dei vostri segreti più intimi, perversi e indicibili.
È nelle ore più buie che accadono le cose più strane, come se l’oscurità togliesse un freno alle vostre coscienze, spingendovi a togliervi quei pesi che tanto gravano sulla vostra anima con il primo che incontrate. Raccontate i vostri peccati, le vostre perversioni, le vostre storie. Quelle che, a sentirle raccontare, non si può credere che siano realmente accadute. Proprio come quella volta...

È notte, un’ora indegna mi vien da dire, una di quelle in cui la maggior parte di voi dorme già. Ma non io, non oggi. È il mio turno in questa città che non conosce riposo, che pulsa al ritmo del vostro respiro.
Sono in attesa con un paio di colleghi quando arriva la chiamata. È un hotel che conosco, non è lontano da qui. Probabilmente sarà una puttana, o una “escort” come si fanno chiamare certe pudiche signorine. Oppure il suo cliente, magari un padre di famiglia o un noto professionista, che preferisce muoversi in taxi invece che con la propria auto, per non farsi trovare dalla moglie. Ma non sono affari miei, io sono un professionista, non mi interessano i dettagli dei miei clienti. Io li prelevo e li porto dove vogliono. Tutto il resto non conta.
La zona in cui devo recarmi non è molto tranquilla, più di un collega ha avuto problemi a girare per queste strade di notte e, a me, non piace venirci. Ma il lavoro è lavoro e, a volte, non abbiamo scelta.
Sarà anche per questo che resto un poco sorpreso quando la portiera si apre e, nello specchietto retrovisore, vedo la sagoma di una ragazza. È giovane, non credo abbia più di vent’anni, fasciata in uno stretto abito bianco, dal taglio molto elegante, non certo da donna di strada come mi ero aspettato. Il viso ha tratti morbidi e delicati, con lunghi capelli biondi che le scivolano dietro le spalle. Due occhi azzurri come il cielo d’estate mi trasmettono un’ondata di tristezza e dolore. Si siede con eleganza e accavalla due lunghe gambe snelle e nude. Il viso ha un trucco abbondante, forse troppo per lei, ma è comunque curato. Perché lo so? Non avrei dovuto farlo, non è professionale, ma quando ho sentito quel dolce profumo di muschio e vaniglia non ho saputo resistere e ho sbirciato. Raramente lo faccio. I nostri occhi si incrociano per un istante. Metto la freccia e riparto.
“Dove la porto?”
“Aeroporto, per cortesia.”
Ha una bella voce, morbida e armoniosa. In quanto alla destinazione, è letteralmente dall’altra parte della città. Anche prendendo l’esterna non sarà sufficiente mezz’ora. A me non dispiace, per me vuol dire soldi, ma ho cuore di avvisarla.
“Ci vorrà un po’ signorina.”
“Non si preoccupi, ci metta pure il tempo che ci vuole.”
“Come desidera.”
Esco da quel dedalo di strade e mi immetto su uno dei viali principali. Non posso dire che non ci sia gente, ma almeno si riesce a girare a ritmi umani, senza i continui stop tipici del traffico urbano diurno. Pochi istanti di silenzio spezzato solo da una leggera musica che tengo di sottofondo e poi la sua voce:
“Le dispiace se faccio una telefonata?”
Sorrido cortese.
“Affatto! Può contare sulla mia discrezione.”
“Grazie, molto gentile.”
Cedo alla tentazione a discapito della mia professionalità e butto l'occhio sullo specchietto, regolato sulla figura della mia cliente.
La vedo frugare un momento nella pochette, anch’essa bianca, con una catenella dorata, prima di tirarne fuori il telefono. Si libera un orecchio dai lunghi capelli con un movimento (sono forse io a vederci qualcosa di provocante?) del capo e accosta il dispositivo all'orecchio dopo averlo sfiorato un paio di volte con quelle dita delicate. Anche in quel semplice gesto questa ragazza emana eleganza e sensualità. Deve essere esperta, una escort di livello. Chissà perché è scesa in un hotel così… economico.
Semaforo rosso, sono costretto a fermarmi e a portare l'attenzione davanti a me.
“Ciao ma’, sono io.”
Non posso sentire la voce dall’altro capo, ma le parole della ragazza mi arrivano chiare e distinte.
Verde, prima e si riparte. Di colpo sono costretto a pestare sul freno, colpa di un idiota che passa col rosso. Alzo una mano per scusarmi, ma la ragazza mi fa segno di non preoccuparmi.
“Scusa per l’ora tarda… sì, sto bene.”
C’è un momento di tensione palpabile.
“L’ho incontrato.”
La ragazza sta guardando fuori dal finestrino, la città che scorre con le sue mille luci attraverso quel vetro sottile.
“Sì, ma’. Ti avevo detto che l’avrei fatto.”
Un imbecille, probabilmente ubriaco, si butta in sorpasso, mi attacco al clacson. Per poco non facciamo un frontale. Stasera, proprio, non è sera.
Mi giro un attimo verso la ragazza per controllare che sia tutto ok e lei risponde che è tutto ok con un cenno della mano. Solo ora noto che è proprio bella. A differenza della prima impressione, ora che la vedo per bene, mi rendo conto che è di una bellezza rara.
“Com’è andata? È andata ma’...”
Ho l’impressione che le tremi la voce, ma si zittisce subito mentre ascolta dall'altra parte.
“In un primo momento voleva mandare all’aria tutto e...”
Esco dal viale ed entro nel controviale.
“Perché? Perché quando mi ha vista ha iniziato a dire che sono troppo vecchia, che gli ho mentito, quelle cose lì…”
Silenzio.
“Sì, mamma, ha detto proprio così. Avevo paura facesse delle storie per la mia età e infatti…”
Vecchia? Potrebbe essere mia figlia! E non è per dire, ho una fanciulla che ha compiuto tre mesi fa sedici anni. Per un attimo la mia mente mi proietta l'immagine della mia cliente tra le braccia di un viscido sessantenne e mi chiedo come possa Dio permettere tutto questo.
“Gli ho promesso tutto, certo, pur di non mandare all’aria l’occasione. Che dovevo fare, tornare a casa?”
A quelle parole si scalda, il tono di voce si alza. L'impressione è che non abbia apprezzato quello che deve averle detto la madre. Giro a destra, tra poco prendo l’anello esterno e poi sarà tutta dritta fino alla destinazione.
“Ha continuato a fare storie, ho temuto che l'avrei perso.”
Perso? Come perso? Non capisco…
“Ho rischiato il tutto per tutto. Ho alzato la gonna e gli ho mostrato di essere pulita e liscia, come piacciono a lui... proprio lì, nella Hall. Non avevo altra scelta. È stata una vergogna…”
Sono senza parole, non riesco a capire di cosa stia parlando. Voglio dire… è stata lei a volere lui e non viceversa. Questa proprio mi mancava, lo devo ammettere.
“Siamo saliti in camera come una coppia. No, non è vero, sono certa che l’uomo alla reception abbia pensato che io fossi una puttana…”
A dire così la voce le trema sensibilmente. Ho raggiunto la tangenziale, ora posso rilassarmi e spingere un po’ di più sul pedale del gas.
“Ma non importa mamma, chi se ne frega di cosa pensano… ecco, sì… oh sì, in camera è stato molto gentile, almeno all’inizio.”
Con la mano libera si è messa a giocare distrattamente con una ciocca di capelli.
“Eh sì, sembrava quasi tenero… dopo... dopo è diventato violento, mi ha fatto male. Credo che avrò il sedere dolorante per una settimana.”
Sono un po’ scioccato e perplesso. Ne ho sentite tante in vita mia, ma pensare a questa ragazza che si lascia maltrattare per soldi, mi sconvolge. Sono vecchio, vecchia scuola, le donne non si toccano. Come è possibile che esista gente del genere?
“Oh, mamma, lo sai che ti amo… Grazie, è un pensiero meraviglioso.”
È così che una figlia dovrebbe parlare a una madre, con quel tono dolce e amorevole. Accenno un sorriso, dimentico, per un istante, di quanto abbia detto poco fa. Segue un momento di silenzio, è chiaro che la mamma sta dicendo qualcosa che non riesco a sentire.
“Lo so, ma non potevo fare altro. Sono stata a tutti i suoi giochi.”
Non voglio nemmeno provare a immaginare e, per un momento, ho paura che voglia renderne partecipe la madre. Quasi prego che non lo faccia.
“A un certo punto ha voluto legarmi, è stato terribile. Non ha usato nessun garbo, nessun riguardo… mi ha fatto davvero male… ho temuto di non farcela.”
Butto uno sguardo indietro e, per un attimo, i nostri occhi s’incrociano. Forse la colpa è solo delle luci della città, ma ho l’impressione che abbia gli occhi lucidi. Quello che è certo è che le trema la voce.
“Come facevo ma'? Dovevo avere coraggio e aspettare.”
Vorrei davvero sapere chi è quel mostro perverso e andare a prenderlo a casa.
“È stato umiliante mamma, ma poi ho pensato che non lo stavo facendo per me e… sono riuscita ad andare avanti. In un modo o nell'altro dovevo andare fino in fondo.”
Provo l’impulso di fermarmi e chiederle spiegazioni. La madre sa che la figlia si prostituisce? Com’è possibile? Come può una madre essere a conoscenza di ciò che fa la figlia e non far nulla per fermarla? E come può la figlia volerle bene? Sono disgustato.
“Dovevi vederlo, mamma. Che schifo che mi faceva quell’uomo. Sarei voluta fuggire, ti giuro… ma non potevo pensare a me… non potevo essere egoista…”
Sono incredulo. Non mi stupirei se la madre fosse una disoccupata, magari persino alcolizzata, che scarica le proprie colpe sulla figlia, spronandola a vendersi in quel modo atroce. Possibile che l’umanità sia scesa così in basso?
“Sì, ma’, ho lasciato che facesse quello che voleva. D’altronde erano quelli gli accordi. E poi…”
C’è un momento di silenzio, ma ormai è chiaro che la ragazza si sta sfogando e sta piangendo.
“E poi avevo bisogno di portarlo dove volevo io…”
Alzo lo sguardo nello specchietto e osservo la mia cliente, sta fissando il panorama fuori dal finestrino. Per un attimo i miei occhi cadono sulla curva dei suoi seni, resa così evidente dal candido vestito che indossa. Quasi mi vergogno del mio gesto.
“Lo so, ma’, l’ho fatto anche per te… Grazie mamma.”
Non ci può essere altra spiegazione: la madre sa tutto e non fa nulla per fermare, salvaguardare la figlia. Probabilmente la spinge persino a vendere il proprio corpo. Non voglio pensare a quante volte l'abbia già fatto. Aeroporto? In caserma dovrei andare e denunciare tutta la situazione, altro che aeroporto!
“Sì… no mamma… gli ho proposto un cambio di ruoli. Già… all'inizio non voleva, ma era così su di giri… gli ho detto che sarebbe stata un’esperienza indimenticabile e alla fine ha ceduto.”
Non capisco cosa ci faccia tutta questa gente in giro a quest'ora della notte e mi chiedo quanti, di quelli che incontro, siano potenziali clienti della ragazza dietro di me.
“Oh, mamma, avrei voluto che fossi lì con me a vedere il suo volto, la sua espressione, quando gli ho detto che l’avrei fatto morire.”
Per quanto giovane e bella, questa fanciulla deve avere una vita durissima e drammatica sulle spalle. Dovrei forse farmi avanti e aiutarla? Il dubbio mi assale. Sbircio per un attimo nello specchietto retrovisore, il trucco è rovinato dalle lacrime.
“È stato difficile mamma, ma ci ho messo tutta me stessa. Capisci…. Non potevo deluderlo.”
Muove le gambe, spostando la destra sotto la sinistra.
“Non potevo correre il rischio… certo che l'ho legato ma'! Era così teso… così eccitato... il porco.”
Il disprezzo che esplode nella voce della ragazza nell’ultima parola è tanto, davvero tanto. E come posso darle torto? Io non riesco a immaginare come sia possibile vendersi in questo modo.
“Sì, è stato disgustoso mamma, ma il pensiero di essere quasi alla fine mi ha dato forza e coraggio.”
Dio mi scampi mia moglie non è così. Amiamo nostra figlia e prego ogni giorno Dio che me la protegga dalle atrocità di questo mondo. Forse non saremo i genitori più presenti che esistano, ma facciamo di tutto per non farle mancare nulla e crescerla con i giusti valori. Cosa dovrebbe fare un padre di famiglia a sentire una giovane ragazza parlare così? Dov’è Dio?
“Alla fine l’ho presa calma. Ero… sono massacrata e distrutta. Sono andata in bagno a lavarmi, ho tolto tutto il trucco e levato la parrucca. Sono tornata da lui, mi sentivo… fredda. Avevo il cuore freddo. Mi riconosci? Gli ho chiesto.”
La ragazza ha ricominciato a piangere, parla a fatica. Io sono esterrefatto.
“Mi riconosci dopo dieci anni?”
Quasi mi prende un colpo e devo sforzarmi per restare concentrato sulla guida.
“Ha sgranato gli occhi e ha iniziato a piangere. Io, con calma, ho preso il coltello dalla borsa e gliel'ho mostrato. Lui piangeva e mi pregava e io ascoltavo il fiume di menzogne che uscivano dalla sua bocca.”
C’è un momento di silenzio.
“Ho appoggiato la punta al cuore e mi sono fatta forza con tutto il corpo.”
In quel momento smette di piangere e ritrova una sinistra, glaciale compostezza.
“No, non ho alcun rimorso. E sai cosa mamma? Ho goduto ad affondare quella lama in quel porco bastardo. Non ho rimorsi verso chi adesca minorenni in internet.
Non ho rimorsi verso chi fa del male a delle ragazzine innocenti.
Non ho rimorsi verso chi ha violentato mia sorella.”
Nell'abitacolo scende il gelo. Sono davvero tentato di andare dai carabinieri.
“La giustizia non esiste più mamma, ho dovuto rimediare io. Ora puoi riposare in pace. Papà non c’è più.”
Io sono sconvolto, non dimenticherò mai questa notte. Dovrei girare l’auto e correre a denunciare tutto. Ma chi sono io per giudicare la vendetta di una figlia di un padre degenerato?
No, io non sono nessuno.
Io sono il custode dei segreti.