i racconti di Milu
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Rifarsi una vita dopo una bella batosta non è mai facile, non lo è per nessuno. Fortunatamente io c’ero riuscita: avevo smesso da tempo di pensare al più grande errore della mia vita, quel dannato, stupido, matrimonio italiano.
Avevo rifatto i bagagli ed ero tornata nella mia Polonia.
Qui era stato facile lasciarsi tutto alle spalle. A Varsavia ero letteralmente rinata, nuove amicizie, nuovo lavoro, brevissime relazioni amorose ed intensi rapporti occasionali.
Però c’era qualcosa che mi angosciava.
Con me avevo l’unico vero uomo della mia vita, mio figlio. Giulio era quanto di più bello m’aveva lasciato l’Italia, l’unica cosa buona del mio matrimonio, un ragazzo dolce, corretto, che nei tratti fisici univa la sensualità mediterranea alla fierezza slava. Mi aveva seguito in Polonia, aveva preferito me ai parenti paterni, mostrandomi il suo premuroso attaccamento. Era la mia vita e purtroppo soffriva. Sì, il mio Giulio viveva una incredibile difficoltà ad inserirsi nel nuovo contesto. Soffriva in silenzio, pativa la solitudine, stentava ad apprendere la lingua, mal sopportava il clima e, come se non bastasse, l’ambiente cittadino ed universitario era poco consono alla sua vivacità italiana. Ritrovarsi solo, senza amici, senza zii e cugini, era doloroso e traumatico.
Come mamma, non mancavo di mostrargli il mio continuo affetto con regali e pranzetti appetitosi, ma nonostante fossi presente nella sua vita, non gli bastava.
Mio figlio pativa il distacco dalla realtà in cui era cresciuto e si stava spegnendo, stava lasciando morire il suo carattere, le sue passioni, stava soffocando la sua vitalità. Le temperature rigide e le diverse usanze dei ragazzi della città sembravano inibirlo e rattristarlo. Purtroppo io non avevo idea di come aiutarlo, con amore dedicavo a lui molte attenzioni e purtroppo non bastava. Speravo avesse solo bisogno di tempo e tacevo quelle voci che mi mettevano in guardia sulla depressione che si andava annidando in lui.

Eppure non avrei mai pensato che le cose avrebbero potuto assumere quella piega.

Rientrai da lavoro col buio che aveva conquistato la città e lo trovai in casa nell’ennesima giornata di neve e gelo, alla finestra, poggiato ad un termosifone, ancora in pigiama e tutto immalinconito. Abbandonai il cappotto sul divano e le buste della spesa sul pavimento, mi ci avvicinai e, giocosa, gli confusi i capelli con una mano: “Ciao tesoro, come va?”. “Tutto bene”, rispose stanco, senza neppure un cenno di sorriso ed il viso ancora perso alla finestra. “Non è vero”, perseverai. Lui mi guardò stranito poi mentì: “Ero solo pensieroso per un esame”. “Ahhh”, motteggiai, tolsi la mano dai suoi capelli e gli proposi: “Dovresti uscire un po’. Chiama qualche tuo amico!”. “Fa troppo freddo”, mi rispose guardando alla finestra tanti ragazzi polacchi in strada, al chiarore dei lampioni, abituati a quel clima. “Qualche settimana ancora e le temperature s’alzeranno di due gradi”, sorrisi ma lui continuava ad osservare la finestra immalinconito. Ebbi l’impressione che non fissasse nulla di preciso e che semplicemente stesse navigando tra i ricordi di quando, in Italia, ogni sera filava a giocare a pallone con gli amici. Bruscamente lo tirai a me, scrutai la sua espressione: “Lo so che ti manca l’Italia”. Negò tutto con un cenno del capo. “Ti troverai bene anche qui, ti farai amici ed una bella ragazza…”. Mi sorrise e con un vocino triste commentò: “Lo so, lo so, mi serve tempo, devo abituarmi a tutto”. Precipitai nello sconforto. Mi sentii un nodo allo stomaco.
Pensierosa, spinsi la sua testa sulla mia spalla accarezzandogli la nuca. Stetti così a rimuginare pensieri su pensieri, ansie e timori che inavvertitamente presero voce: “Non lasciarmi Giulio…”. Meditai sulle mie stesse parole e mi resi conto che una parte di me, tutta intrisa d’egoismo, aveva paura che mio figlio potesse allontanarsi e decidere di tornare da solo in Italia.
Ero stata io a convincerlo a seguirmi, ad allontanarlo dai suoi amici, dai parenti, dal padre. Forse avrei dovuto pensare anche al suo benessere, non solo al mio, forse avrei dovuto restare con lui in Italia, avrei dovuto lasciargli la sua vita. Oh che madre indegna che ero! Spinsi le labbra tra i suoi capelli poi guardai alla finestra, gli occhi si posarono su una giovane coppia che si baciava sotto una romantica fioccata di neve e mi tornarono alla mente le ragazze di mio figlio, le volte in cui l’avevo accompagnato a comprare regali per loro, la sua felicità, le litigate, le sue galanterie, l’entusiasmo d’ogni nuova uscita. Continuai ad accarezzargli la nuca, taciturna e meditabonda poi mi sentii inaspettatamente un bacio tenero al collo.

Il gesto mi colpì, mi riscaldò di botto, mi diede un senso d’affetto devastante. Sbocciò un sorriso sulle mie labbra, lo tenni ancora stretto a me fino a quando l’abbraccio si sciolse e ci sorridemmo. Lui filò davanti alla televisione, s’era acquietato. Io invece no.

Mi dedicai a preparare la cena dapprima senza strani pensieri poi mi accorsi che qualcosa in me non andava. A poco a poco mi resi conto di star vivendo una emozione strana, inqualificabile, inaccettabile per me. Mi toccai più volte il collo cercando il punto dove ero stata baciata, ancora mi sorrisi, ma rifiutai quella immaginazione. Mi morsi le labbra perplessa, guardai mio figlio seduto davanti allo schermo e mi ritrovai preda d’un marasma di sensazioni, presa d’assalto da pensieri torbidi, confusa nella mente e nell’animo. Guardavo Giulio, mi toccavo il collo, mi sembrava di poter sentire ancora le sue labbra morbide dischiudersi teneramente sulla mia pelle. Riscoprivo un calore inebriante montare dentro di me. Non riuscivo a capirmi. Quel piccolo bacio mi aveva davvero mandata in crisi. Ero sbigottita, turbata, non potevo ammettere di essere eccitata.

Mi mossi come un automa svegliandomi solo col rumore del piatto di pierogi calato sulla tavola al posto solitamente occupato da Giulio. “Amore perdonami…”, si voltò a guardarmi. “Vado a letto, sono stanca. La cena è pronta”. Si levò in piedi: “Va bene mamma, non preoccuparti. Riposa, ne hai bisogno”. Sorrise affabile come sempre ed io mi fiondai a letto col cuore impazzito e la coscienza persa chissà dove. In un istante mi ritrovai abbandonata alla follia dell’autoerotismo. Sì, mi svincolai della biancheria disseminandola sul letto e nuda passai a torturarmi la figa. Ne stuzzicavo le labbra, ne molestavo il glande, lo titillavo, lo sfregavo, poi massaggiavo fino a compiacermi in un orgasmo spugnoso e tornavo a strofinarmi fino ad un nuovo sfinimento. Pensavo a Giulio, ai suoi occhi di ghiaccio, alle sue labbra carnose, alle braccia sode, lo immaginavo ripulire la cucina, avviare la lavastoviglie e tornavo a pensare alla sua bocca, al suo caldo bacio, languido sulla mia pelle, no... vi prego, accettate una piccola bugia, concedetemi per ora uno scudo di ipocrisia: non pensavo a lui.

L’indomani affrontai la giornata senza troppi assilli. Non pensai a quanto vissuto, non pensai ad ogni sensazione provata, almeno fino a quando dovetti rincasare. Ogni passo mi sembrò vacillare su giudizi, critiche e propositi, sino al portone, sino all’ascensore, sino alla porta di casa. La aprii. La stessa scena del giorno prima: lui immalinconito e spento alla finestra, io vogliosa… vogliosa di tirarlo su. Lo braccai alle spalle e sorrisi: “Buona sera amore”. Mi si voltò tra le braccia e si strinse a me. Raggelai poi balbettai: “Non mi dai un bacetto?”. Lo ricevetti sulla guancia ma lo volevo sul collo così inclinai il capo porgendoglielo per bene. Mi accontentò. Le sue labbra si poggiarono morbide baciandomi dove volevo e la pelle mi si accapponò per la voglia. La mia presa si fece allora più energica e solo quando mio figlio rise per la stranezza di quella stretta, seppi destarmi da ogni sconcio pensiero. “Deve esserci del gulasch nel forno… potresti riscaldarlo? Io son stanca”, dissi già dirigendomi in camera da letto. Dovette restare basito ma dissimulò tutto ed anche quella sera cenò solo: “Va bene mamma. Riposa e non preoccuparti di nulla”. Me ne tornai a letto e fui ancora vittima della mia irrefrenabile cupidigia. Mi divorò di nuovo la mia fame di piacere. Mi masturbai a sazietà, raggiunsi lo stordimento con mani e figa impasticciate dei miei stessi umori e quando presi sonno non ero più quella di prima, no, la mente aveva ormai perso ogni moralità, ogni freno inibitorio.

Di buon mattino Giulio aprì gli occhi e mi trovò adagiata col capo sorridente sulla sua spalla nuda. "Buongiorno", gli dissi baciandogli sonoramente la guancia. Mi sorrise ancora assonnato, io sollevai la coperta e mi posai cavalcioni sul suo corpo col suo inturgidimento che era lì, nel punto esatto. Gioii di quel contatto. “Hey che fai?”, rise spensierato mentre io mi mostravo amabile, massaggiandogli il petto: “Il mio bel ragazzotto”. Frizionavo le dita sul suo torace, ispezionavo quelle forme fresche e seducenti, sorridevo con guizzi fanciulleschi e lentamente principiavo un movimento indecente col bacino. “Mamma… che sorpresa…”, fece lui. Io tacqui, strofinai con calcolo la mia figa sul suo pacco, feci faville e spasimai: “Ohhhh”. Mio figlio schiuse gli occhi sbalordito, io provai a tranquillizzarlo: “Ci coccoliamo un po’ e poi filo a lavoro va bene?". Fece di sì col capo e restò a guardami muto mentre gli massaggiavo il petto accompagnandomi con quelle leggere ma costanti oscillazioni del bacino. Seguitai ispezionando quella bella eccitazione mattutina tra le labbra della mia figa protetta dalle mutandine poi lui arrossì concitato. Gli afferrai le mani e le condussi ai miei seni liberi nella canotta bianca, li strapazzò, aizzato e vinto. Restammo in silenzio giochicchiando coi nostri corpi. Mi massaggiava i seni, strizzava i capezzoli sotto la canotta, navigava con le mani ma non li mollava. Mi mossi sedotta e seducente fino a quando sentii il tepore caldo dei suoi boxer. Il respiro gli era diventato disteso ed ampio. “E’ stato un buon risveglio amore?”. Rispose in sospiro: “Oh mamma, sì”. Gli baciai la fronte appagata e tornai in camera mia preparandomi in fretta a lasciar casa.

La giornata mi pesò. Mi sembrò carica di lavoro, avevo solo tanta voglia di rivedere mio figlio. Il mio animo sorrideva, la mia figa ancora bulicava, avevo abbassato la serranda della moralità. Rientrai che la tavola era già imbandita. Stupii. Mio figlio fu premuroso e romantico. Giulio era galante e come tutti gli uomini galanti ricambiava anche le piccole smanie sessuali con attenzioni dolci e poetiche. Fu tutto perfetto. Altri baci al collo, abbracci prolungati ed ancora bacetti. Restai con lui a cena scoprendo nei suoi occhi una terribile voglia di sesso. Divertita, mi liberai delle scarpe e mi compiacqui nel saziarlo così, col piede tra le sue cosce sotto il tavolo lasciandolo scoppiare nei calzoni. Trattenni a stento il riso che provò a rinnovarsi per diversi minuti. “Va a dormire. Penso io a mettere tutto in ordine. Sei stato così gentile con me…”, gli dissi ancora imprigionando la mia voglia di ridere. Lui, completamente svuotato, andò via consegnandomi un intorpidito: “A domani mamma”.

Restai sola un’oretta o forse più con gli occhi che si immersero nello zafferano di un krupnik più e più volte fino a quando ci fu più alcol in me che nel bicchiere. Allora raggiunsi mio figlio nel suo letto. Mi svestii e m’adagiai accanto a lui nella stanza buia, col capo sul suo petto oltre il braccio aperto. Si destò e gli miagolai: “Dormiamo insieme stanotte?”. Mi carezzò la testa, poi navigò sui seni, si fermò scoprendoli nudi, io ne risi, lui riprese ora più audace. Le mie mani finirono dritte sui suoi boxer. Massaggiai la sua rinnovata erezione passeggiando sulla stoffa con le mani febbricitanti. Non riuscivo a vedere la sua espressione ma sicuramente era incredulo, sicuramente era eccitatissimo, sicuramente quanto me. Sentii il suo pene rigido e bene in carne, me ne rallegrai e mi intrufolai nei boxer a masturbarlo. Sorridevo. “Sei l’amore di mamma”. Mi mostravo a lui affettuosa. “Ci coccoliamo un po’ e poi… poi dormiamo…”. Se ne stava teneramente imbambolato ad accarezzarmi i capelli col capo ritto sopra il cuscino. Stimolai il suo cazzo dolcemente e contemporaneamente feci lo stesso con la mia figa. Il suo pene fu per me come un peluche, mi ci spinsi, lo accarezzai vogliosa e calda, mi crogiolai in quella tensione odorosa e lasciva, ci strofinai contro il viso, lo sbaciucchiai. La mano vi si strinse attorno e si mosse calda e continua su e giù, più volte e con velocità costante. Lo tenni distante dal precipizio del piacere ma mi concessi di tanto in tanto tenere ciucciate che lui accoglieva trattenendo il respiro o gloglottando dolcemente “Mamma”.

Mi fermai, gli presi una mano e mi distesi sul letto. Capì e fu su di me. Si dedicò alle tette con delicati movimenti delle labbra, tastò le mie cosce morbidamente mentre provava allo stesso tempo a succhiare i capezzoli e ad avvicinarsi di più al mio sesso. Inarcai il collo, lo baciai sulle labbra mentre tentava l’ingresso. Lo baciai ancora e riuscì nell’intento, si spinse dentro di me. Spasimai per quel cazzo così tanto desiderato, m’agitai mettendo in subbuglio il letto. Il cazzo sprofondò, mi sbrecciò nello stomaco, la cappella fece da ariete. Aprii bene le cosce, si assestò meglio dentro di me e colpì. Ero così golosa che fece subito centro: venni. Colpì di nuovo, colpì ancora e tornai ad intontire. Fissai mio figlio, la sua sagoma scolpita nel buio che insisteva tempestandomi di botte. Erano mitragliate incandescenti che mi mandavano in estasi lasciando sgorgare una pioggia di fluidi nella mia pancia. Forse stava contorcendo i muscoli in uno sforzo speciale, forse si serviva al meglio delle gambe, non lo so ma sbrodolavo in amplessi copiosi. “Mamma”, disse tra i denti sotto sforzo. “Sì Giulio… sì”, sfavillai e lui mi ripeté “Oh Mamma…” senza accorgersi del mio ventre tremante che sprigionava un nuovo amplesso. Mi recapitò il suo intruglio bollente poco dopo, lasciandosi andare ai miei abbracci e tornando a baciarmi teneramente il collo fino a prender sonno.

Fu in quel momento, compiuto il misfatto, che sibilò un pudore dimenticato che mi fiaccò il respiro. Mi sentii una stretta al collo, severa, dura, asfissiante. La mano destra saggiò la lussuria nella mia figa, la sinistra si tenne su quella di Giulio. Nella mente avevo il disastro. Il pudore ritrovato sobillò la decenza e subito si gonfiò un senso di colpa che mi costrinse ad abbandonare il letto. Avevo approfittato di mio figlio, della sua solitudine, delle sue problematiche per sedurlo. Che madre indegna! E come… come potevo io provare attrazione per lui? Quale distorto senso di protezione materna aveva acceso di carnalità la mia relazione con Giulio? Stetti in piedi a fissare l’oscurità che mi circondava poi capii come rimediare al mio meraviglioso orrore.

Al mattino aprì gli occhi nei miei che giochicchiavo con la sua nuova erezione. Ero accanto a lui, ancora accucciolata col capo sorridente sul suo petto nudo. "Buongiorno", gli dissi. Mi sorrise incerto e stralunato. “Tutto bene?”, chiesi alla sua vaghezza. “Credevo fosse un sogno”, strambò. Risi e gli proposi: "Facciamo un bel bagno?". Lui non rispose, era già tutto preso dalle mie tette, gliele gonfiai in faccia e risi ancora timbrandogli un bacio poi scesi dal letto, dandogli le spalle. Era incredulo ma ancora affamato, sorridendo mossi l'indice: "Su dai vieni!". Si precipitò nel bagno col cazzo che svettava altissimo e sublime. Lo fermai e suadente gli strappai un accordo: “Però poi promettimi che esci, che fai amicizia, che ricominci a vivere, altrimenti… lo sai come funziona col sesso tra uomo e donna… no?”. Giulio assentì.