i racconti di Milu
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In questo preciso momento ti ho davanti, le mie braccia muscolose ti stringono passando nervose sul tuo petto gonfio strofinando i capezzoli induriti dal troppo desiderio. Io vado alla cieca sui tuoi fianchi, stropiccio i tuoi lombi, li strizzo vistosamente schiaffeggiandoli e tormentandoli. Il mio cazzo vibra al vento dimenandosi urlando la sua rabbia. Hai mai visto un cavallo fare l’amore? Il suo attrezzo tubolare con le vene enormi erge la testa del glande, si distende per più di quaranta centimetri, non ha braccia per afferrare la sua preda, in quanto l’animale non può far altro che salire sulla schiena per tentare l’intimo approccio. In effetti può sbagliare una o due volte, poi infila la porta e penetra in tutta la profondità riempiendo il suo amore. Sosta così finché non cade il lungo peduncolo dalla fessura enorme, successivamente con un nitrito s’allontana per tentare nuovamente l’approccio, pertanto la cavalla sosta in quanto sembra non partecipare.

All’opposto non è così invece per te, perché tu partecipi, soffri vivamente, ti dimeni calorosamente e mi scacci energicamente infine attirandomi. Non vuoi, cerchi di non concederti, in seguito mi desideri, per il fatto che finché potrò cavalcarti mi bramerai, sì certo, ma poi? Allora io agguanto il mio ferro da scasso avvicinandolo alla tua pelosissima saracinesca per sradicarla; no, non quella che pensi, perché t’accorgi dell’improvviso capovolgimento di fronte e con forza inarchi la schiena sorprendendomi. I tuoi muscoli vedo che si tendono fino allo spasimo, la tua è una lotta, giacché essendo stato colto alla sprovvista mi faccio disarcionare. Tu eviti l’incontro, giacché quella magica bacchetta scivola sbrodolando nel preludio del desiderio, io t’imbratto la coscia, nel mentre ti rivolti lesta come un serpente sovrastandomi. La bocca contro il mio cazzo, la tua fica contro la mia cavità. Al presente lo hai già afferrato, lo lecchi sgusciandolo come una fava, le mani mi stringono i capezzoli, in realtà non so se sto soffrendo oppure godendo, perché sia dolore che piacere sono un tutt’uno o la conseguenza d’uno dell’altro. Vorrei non finisse mai, per il fatto che anch’io ne approfitto per entrarti nelle parti più intime, intanto che la mia lingua si sofferma vibrando sopra il tuo ano.

In quella circostanza lo sento richiudersi intorno a quell’esile umida consistenza, in verità troppo gracile per la sua schiusa, tu frattanto inarchi nuovamente la schiena perché francamente non vorresti indietreggiando leggermente, malgrado ciò cedi allargando in conclusione lo sfintere, nel momento in cui io penetro in quell’anfratto buio orlato di rosa così come il tuo profumo. All’improvviso il sangue mi schizza fuori dalle orecchie e il dismesso desiderio mi riprende, devo possederti come dico io, fino in fondo, fino all’ultimo movimento del tuo occhio perineale, finché non rimarrà esausto sotto i miei colpi, fino a quando non sarà interamente disfatto e allargato dal desiderio soddisfatto, tuttavia devo operare con astuzia e con velocità, perché devo batterti sul tempo.

Io t’accarezzo la schiena, cerco le tue labbra che mi doni con spontanea dedizione facendoti perdere il controllo del tuo corpo, innestando nel contempo una gamba sotto la tua. Tu sei rimasta solamente a contatto con il lenzuolo, il tuo corpo è sbilanciato, il mio cazzo sa che adesso sta per giungergli il premio tanto atteso tendendosi sempre più. Uno scatto e ti sono alle spalle, la mia fronte è contro la tua nuca, il mio braccio sostiene il tuo petto schiacciando la tua schiena contro le mie tette, nel frattempo allarga il tuo braccio facendogli perdere la presa, mentre l’altra mia mano corre per cercare l’adatto innesto. Tu gesticoli, vorresti gridare, ritrarti in modo adeguato, sennonché percepisci affondare l’arma che dalle mie viscere s’incunea nella tua cavità. Vorresti afferrarmi con la mano libera, ma la mia è già sulla tu, la partita pare perduta, allora mostri i denti stringendo tutto quello che ti è possibile. I tuoi muscoli sembrano avere la stessa potenza dei miei, tenti con le gambe di scalciare, ma la forza delle mie ti sovrasta evitando accuratamente che tu possa attuare l’unica mossa che ti rimane. Il ponte non riesce, perché il peso ti schiaccia evitando angoli acuti che ti possano agevolare.

In quel momento avverti che il tasto della discesa è stato premuto, in tal modo distendi la testa cercando di colpirmi, ma io evito parando in modo accorto, essendo già allenato da un po’ di tempo. Ora avverti che il lubrificato stelo dello stantuffo s’apre la strada all’interno del ventre ribelle, la furia del tuo rifiuto s’attenua, al momento non puoi più muoverti, sei al tappeto e batti con la mano meno impegnata per proteggerti, ma anche quel battito diventa il movimento del tuo cuore che io avverto distintamente pulsare sotto il mio. In effetti battono adesso all’unisono, intanto che la tensione del tuo corpo non offre più ostacoli. La macchina s’avvia e sento i tuoi capelli strusciare sugli occhi, le tue gambe aprirsi come petali al sole, il tuo bocciolo succhiare la linfa vitale per svuotarmi del seme. Il cuore mi scoppia, il sesso mi dilania, vorrei che la meta non fosse più raggiunta o forse non vedo l’ora d’arrivare. In questo contrasto sono un lago di desiderio, il mio corpo si congiunge al tuo legandosi e divenendo un unico essere che si dimena, in quanto sfreghiamo i nostri corpi intanto che ti manifesti:

“Un attimo, ti prego. Amore, ancora un secondo”.

Io mi distendo sulle tue scapole, sui glutei e sul tuo ansimante torace, pure tu hai un brivido, un sussulto, un grido smorzato che vorrebbe ribadire:

“Sì, continua, dai ti prego”.

Le tue parole non sono quelle di prima, non sono sacramenti, non mi chiami più bastardo né cane insidioso né verme strisciante, perché attualmente lusinghi la mia forza, aduli la mia potenza, delizi il mio essere d’uomo con l’attributo che ti è rimasto infisso nel cuore, che in questo momento lentamente scivola via da quel pertugio dilatato, esausto, soddisfatto completamente. Tu dimeni i glutei contro la povera pompa ormai sgonfia, tenuto conto che vorresti confermare:

“Ancora” - ma non lo dici, consapevole dell’irrealizzabile richiesta.

Ora so che non ti tirerai più indietro, in questo modo t’accarezzo scivolando sotto il tuo stampo, nel torpore che mi prende io ti tocco davanti, in quanto la secrezione ha completamente infradiciato il tuo sesso che giace anch’esso allungato: un piccolo tubero. Sogno o sento me stesso?

Ecco che cos’era realmente: un sogno, unicamente un misero e infelice sogno, perché tu hai radicalmente ignorato disprezzando decisamente la mia compagnia.

{Idraulico anno 1999}