i racconti di Milu
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Era sbocciata la primavera e per me erano iniziati i fatidici giorni di calore. Uscire di casa era pericoloso, star dentro un tormento perché certe mie attitudini prendevano il sopravvento e non riuscivo a controllarmi, neanche con mio padre.

Gli facevo fusa impudiche, gli miagolavo note insane e dolci, lo incensavo di leccate viscose e calde, mi scrollavo, mi rotolavo e mi stringevo al suo corpo con atteggiamenti disperati ed indecenti. Penavo dalla voglia e lo sapeva. Provava ad allontanarmi ma era impossibile.

Era l’istinto, non una colpa. La natura m’obbligava, l’impulso mi costringeva. Era più forte di me. Giravo per casa con la coda tenuta di lato per mostrare tutto, proprio tutto, e lui provava ad evitarmi, colto da imbarazzi e turbamenti. Appena lo avevo a tiro mi lanciavo su di lui con la linguetta maliziosa, assetata di contatto. Mi accarezzava, mi parlava con dolcezza, poi scappava ma gli finivo davanti a rotolarmi e strusciarmi sul pavimento, miagolandogli forte il mio spasimo, anche sotto lo sguardo esacerbato di mamma che, inutilmente, provava a far svuotare papà della sua libido con lei, più volte al giorno.

Era vano, mio padre tornava sempre ad eccitarsi vistosamente. Scoparsi una ragazza gatto doveva essere completamente diverso, e se poi questa è tua figlia allora la cosa doveva apparirgli ancora più inebriante. Bhe, lui si impegnò, tenne duro, come ogni anno fece di tutto per resistermi, ma alla fine, puntuale, crollò… come ogni anno.

Lo sapevo, l’aspettavo.

Successe di primo pomeriggio, con mamma dal parrucchiere. Papà rincasò di proposito prima del dovuto ed io, sentita la porta aprirsi, gli balzai addosso aggrappandomi alle sue spalle. Faccia a faccia, tenni le orecchie ritte e l’annusai. Percepii la sua convinzione, sorrisi e gli miagolai la mia gioia. Risoluto, prese i miei seni e ci giocò mentre la mia lingua, spiegata e flessuosa, assaporava il suo viso smodatamente, salendo dal mento alla fronte, scendendo e risalendo, scorrendo su bocca, naso ed occhi. Fiutai ancora la sua smania, la sua energia, poi gli sottrassi i seni, bastava giocare, avevo aspettato troppo. Mi voltai e gli porsi il sedere. Lui lo raccolse nelle mani e lo palpò, io mi chinai sulle ginocchia distendendo le braccia, levai alta la coda ed in pochi attimi mi ritrovai scopata. Che godimento. Tenevo spiaccicato viso e tette sul pavimento, miagolavo ed esultavo con le dolci spinte del suo cazzo. Ci dava dentro, serrava i tempi, non parlava, pensava solo a dissodarmi la figa ed io venivo tra miao incontrollati e struggenti, levati sempre più alti e tremuli. Riuscii a guardarlo più volte, era bello, elettrico, tutto sudato e concitato, con la mia coda pelosa che gli danzava, languida e festante, davanti. Lo sapevo che alla fine avrebbe ceduto, stentava ad accettarlo ma aspettava il mio periodo di calore tutto l’anno per possedermi sentendosi meno colpevole. Colpiva, randellava, s’insaccava nella mia figa da gatta ed io godevo, finalmente godevo. Oppresse una vocale poi straripò.

Lo guardai, mi leccai le mani e lui uscì. Mi capovolsi e stetti a guardarlo, figa all’aria, mentre si rimetteva il cazzo nei pantaloni. Miagolai ancora mostrandogli come me l’aveva aperta e guastata, me la guardò e mormorò: “Perdonami, non riesco mai a controllarmi”. Miagolai appagata, lui principiò a massaggiarmi lo stomaco.

Continuammo così, in silenzio, con me che, massaggiata, mi crogiolavo sulla schiena, esibendo la figa allagata, poi mamma rientrò. Percepimmo dapprima i suoi passi, poi il rumore aspro della serratura. Papà, in fretta, corse ad abbracciarla. “Sono appena rientrato, ma dove eri?”, le disse. “Dal parrucchiere, c’era gente”, ribatté lei guardando me che, stesa sul pavimento, ero ritornata a pancia in giù e, con la coda abbassata, le nascondevo il candore di papà che infradiciava il mio bel pelo nero. Il loro abbraccio si sciolse, lei mi raggiunse, mi accarezzò premurosa poi si raccomandò: “Amore sta tutto per finire… starai presto meglio”. Feci le fusa e, chiudendo gli occhi, mi lasciai accarezzare. Sentii i passi di papà portarlo via. Quando riaprii gli occhi, ero sola, liberai la lingua e mi pulii la figa.