i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

[ - ] Stampante
Indice
- Text Size +
Sembrer stranamente bizzarro e pure inaspettatamente sorprendente, eppure lo conservo eccezionalmente ancora nei cassetti pi inaccessibili e maggiormente reconditi della mia memoria, e al tempo stesso negli angoli pi intimi e segreti del mio guardaroba. Ogni volta che invero mi capita di tirarlo fuori sia con il pensiero che con le mani, quando lo sento fra le dita del ricordo o lo tocco materialmente, infonde suscitandomi emozioni ancora persistenti, vive e forti ancora dopo numerosi anni. Io lo adoro concretamente all’infinito quell’uomo che me lo regal, perch stato il mio primo uomo, giacch pareva come un torrente in sovrabbondanza, travolgendo i miei deboli e incerti argini. Era un ragazzo in carne e ossa, principalmente carne, e che carne, non pi uno dei tanti bambolotti che furono i miei primi anomali compagni di giochi, successivamente divent la mia gioia di vivere, producendomi reazioni chimiche devastanti, un ammasso d’emozioni che diventavano incontrollabili quando vedevo i suoi capelli biondi, il suo colorito scuro e deciso con i suoi occhi verdi.

Quando lo avevo conosciuto nemmeno ci avevo fatto caso, in quanto soffrivo terribilmente per la solitudine e la per tristezza, giacch in quel periodo pap e mamma che non si sopportavano tollerandosi pi, tenuto conto che ambedue si erano costruiti altre storie realizzandosi e scomparendo. A me in quella dolorosa circostanza era toccato in tal modo andare a vivere brontolando presso i parenti prossimi con due cugine della mia et alle quali sottraevo i vestiti, le calze, l’intimo, i costumi da bagno, gli smalti e i profumi. Forse loro se ne erano accorte delle mia maniere maldestre e saccheggiatrici, ma facevano le persone educate e discrete ignorando le mie malefatte, per io me ne fregavo arrovellandomi e dannandomi per la deportazione del fisico e dell’anima, sicch reagivo in modo sprovveduto ribellandomi in maniera infantile, facendo in conclusione quello che volevo, perch quello che captavo proveniva dal profondo della mia anima. Dopo poco tempo in fondo al buio apparve la sua luce, perch a scuola, infatti, avevo risentito anche di questa situazione maledetta e spiacevole, dal momento che in alcune materie ero sotto la sufficienza. Quando arriv la quarta la docente mi convoc con una sorpresa, a fine lezione nella classe deserta chiam anche Pancrazio affidandogli il non facile compito di riportarmi a galla. Lui, il primo della classe, accolse l’invito con un’aria di sufficienza, che mi port ben presto a detestarlo dal pi intimo dei miei pensieri. Lo stesso cuore per avvert una sorta di strana palpitazione quando lui mi sorrise tendendomi la mano, quando le sue dita s’intrecciarono per la prima volta con le mie per siglare il patto che ci avrebbe successivamente incatenato legandoci da quel momento in poi e che forse ci annoda tutt’ora. Lui in quella circostanza si rivel meno sgarbato e saccente del previsto, anzi, in definitiva era cordiale, disponibile e simpatico. Nel giro di poche settimane mi tir inaspettatamente fuori dalle secche ritenendosi in definitiva soddisfatto di me e orgoglioso di se stesso. Entrambi eravamo entrati apertamente in confidenza, poich mi parlava con i suoi occhi che puntavano dritti ai miei, sapeva parlarmi anche di cose dissimili al di l dei soliti libri, mi salutava con un bacetto sulle guance e una carezza e una volta mi sfior forse all’inizio non facendolo apposta, poi mi tocc intenzionalmente il petto, sottolineo che fu molto dolce perch era imbarazzato come non mai:

“Scusa, posso?” - mi chiese e ricevuto un lampante assenso in modo sorridente palp la mia morbidezza, tast il capezzolo che scattava sull’attenti sotto il tocco delle sue dita delicate.

Non dur a lungo per fu molto intenso, io rimasi in silenzio con gli occhi bassi, lui ebbe come una scossa nel vedermi sussultare, forse fu quello il momento in cui cap, certamente fu quello l’istante in cui afferrai pure io quel sottinteso concetto. Pancrazio rimase un attimo sovrappensiero, poi con una chiarezza dolcissima e disarmante mi rivolse una domanda terribile:

“Dimmi, mi spieghi per com’ che tu hai le zizze?”.

Ebbene s, avevo le “zizze”, o meglio le tette appena un accenno, una roba minuscola, per non ero una femmina, perlomeno non all’anagrafe, non nel sesso biologico. Mi sentivo questo s, in gran parte ne avevo le sembianze, perch era in effetti quest’ultima questione la seconda causa d’acuta e di profonda sofferenza che sentivo dentro di me. Parlarmi dentro e comunicare con me “al femminile”, chiamarmi per solamente con me stessa Bettina e non poterlo fare con nessun altro, sentirmi antipatica, confusionaria, distratta, innamorata, sbadata, sola e non poter confidarmi con nessuno. Dovevo dirmi soltanto sbadato, distratto, soprappensiero eccetera, per il fatto che non reggevo quella che m’appariva sempre di pi come una farsa. Portavo i capelli lunghi, li pettinavo in maniera intenzionalmente femminile, ogni tanto mi facevo la coda, per vista da dietro ero proprio una ragazza, ciononostante osservandomi pure dal davanti si doveva perdere qualche attimo per capire: avevo gli occhi profondi e chiari come la mia carnagione, il viso fine, glabro e gentile, la voce delicata in un corpo notevolmente morbido e generoso nei punti giusti per una ragazza. In verit non m’opponevo alla mia prorompente femminilit, eppure dovevo fingere facendo credere di possedere un’inconsistente virilit. Non avevo altre scelte, sebbene lo spartiacque erano quelle minuscole boccette che si chiamano in dialetto “zizze”, tuttavia la parola in s mi piaceva pi di tette:

“Hai le zizze, hai le zizze” - mi canzonavano schermendomi sin da piccolo.

In molti intenzionalmente me le sfioravano, me le toccavano volontariamente fingendo di scherzare. Era sempre successo e il pi delle volte m’infastidivo. Ai ragazzi piaceva e anche a me deliziava quel contatto, in quella contingenza avevo capito cos la mia vera natura. Nel silenzio e nelle calde profondit del mio letto, sotto la doccia o dentro la vasca da bagno, mi toccavo giocando con le mie “zizze”, in tal modo avevo iniziato a desiderare d’essere toccata allo stesso modo da un altro ragazzo e non pi per puro gioco. Fu per questo che con Pancrazio la situazione divent presto incandescente, terribile, in ultimo incontrollabile. Il suo odore mi riempiva di sensazioni impudiche e sconce, sognavo la sua nudit e avevo terrore di cedere. Non ero gay, per me era un amore etero, poich mi piaceva tantissimo.

La sua dolcezza, la sua pazienza nell’affrontare e nel dividere in parte la vita con una persona sola e triste come me, mi spingeva ogni tanto ad abbracciarlo intensamente senza motivo durante le lezioni, che di fatto lui mi dispensava. Io lo ringraziavo sussurrandoglielo e dichiarandogli nel contempo la verit, manifestandogli altres che lui era il mio unico amico, per il fatto che stringendolo avvertivo il marcato contatto delle mie piccole tette con il suo petto forte e anche lui lo percepiva. Lui mi guardava a lungo, mi carezzava il viso e ogni tanto in momenti come questi mi scappava la lacrima. Rimanevamo nel guardarci intensamente, restavamo zitti, in quanto lui era quasi costretto a rompere l’imbarazzo a modo suo, facendosi sempre precedere dal suo solito “Scusa, posso?”. Pancrazio mi palpava per qualche istante e la mia carne memorizzava le sue carezze, il suo lieve e lento movimento rotatorio attorno alle tette e ai capezzoli facendomi testualmente delirare, tutto ci per durava un niente. La sera tuttavia conoscevo bene il mio desiderio, poich lui avrebbe riprodotto quei fuggevoli ma magnifici secondi, nell’intimit autoerotica del mio letto soffice e tentatore. Sul momento lo fermavo quasi subito, non m’arrendevo verso me stessa, non potevo, finch quel pomeriggio di primavera inoltrata e di gran caldo, arrivando da lui non lo incontrai con i bermuda, gli zoccoli e la borsa sportiva:

“Che cosa, studiare oggi? Nemmeno per idea, andiamocene al mare”.

“Non ho il costume” - m’opposi.

“Non preoccuparti, te ne ho preso uno io”.

Lui aveva un motorino tutto scassato sul quale ogni tanto mi trasportava per riaccompagnarmi verso casa, proprio come si fa con le fidanzatine per evitare che corrano pericoli di sera. Mi piaceva incollarmi alla sua schiena forte, parlargli del nulla, conversare di cose inutili come farebbero due innamorati. Lui sempre cos aperto e pronto nel parlare, stavolta rimase zitto per tutta il tragitto, la riserva naturale protetta di l poco distante dal nome altisonante in bassa stagione, non era altro che un luogo di peccato e di perdizione per le coppiette. Io sentivo anche per questo la stranezza di quello che stava avvenendo, tuttavia mi piaceva catapultarmi tuffandomi infine nell’ignoto, purch lui fosse accanto a me. Arrivammo e posteggi in un angolo sperduto facendomi arrampicare per rocce, ginestre e arbusti, in breve tempo raggiungemmo una caletta nascosta, in realt una spiaggetta piccola e ritirata pressoch inaccessibile. Erano i primi di giugno, intorno non c’era nessuno:

“Dai, mettiamoci i costumi”.

Io presi fuoco, non vedevo angoli coperti per cambiarmi, sennonch prima che potessi aprire bocca lui si sfil la maglietta, si tir gi i bermuda, s’abbass le mutande e rimase silenziosamente nudo davanti a me, mentre gli occhi mi caddero proprio l nel centro. Aveva un cazzo sodo che mi sembr enorme contornato da una peluria consistente, non riuscivo a distogliere lo sguardo, poich ero letteralmente rapita dalla sua nudit. Io lo avevo piccolino e il confronto mi faceva paura con chiunque, figurarsi con lui:

“Beh, che cosa c’? Non hai mai visto un pisello? Che cos’aspetti, spogliati pure tu”.

Io sorrisi piena d’imbarazzo sbottonandomi la camicia lentamente. Per la prima volta nella mia vita mi sentivo come una ragazza che si sfila gl’indumenti davanti a un maschio, perch quando rimasi a torso nudo pure lui mi squadr come se stesse esaminando una ragazza in topless:

“Perch mi guardi cos?” - chiesi io, mentre arrossivo non sapendo se coprirmi il mio piccolo seno, poi tesi la mano:

“Allora, passami il costume”.

“Intanto finisci di spogliarti, ti voglia nuda” - rispose lui indugiando ad arte e frugando dentro la sua sacca.

“Non dirmi che ti vergogni di me” - aggiunse, parlandomi per la prima volta al femminile.

“S, in effetti, lo confesso, un poco s” - ammisi, diventando paonazza.

“Siamo sicuri che nessuno ci vedr? Dai, mi vergogno” - piagnucolai io nel contempo.

I jeans intanto erano scivolati fuori dai miei piedi affusolati e avevo tirato gi pure gli slip, nel mentre coprii con una mano quello che chiamavo il mio grosso clitoride, nel senso che ho un pisello proprio piccolino. In quella bizzarra occasione mi sentivo come alla visita militare, quando mi ero dovuta spogliare in mezzo a una torma di scalmanati, che non facevano che ripetere “ha le zizze, ha le zizze”, oppure “ senza l’uccello”, ed ero rimasta mezz’ora in una posa comica per un maschietto con una mano sulle tette e una sul pube, rimanendo cos completamente indifesa, mentre dieci, cento mani mi pizzicavano natiche e tette e dieci, cento piselli si sfregavano sulle cosce o sul culo.

“Il costume” - protestai.

Lui estrasse fuori un pacchetto di carta lucida, rossa, attaccato con un nastrino chiuso da un fiocco giallo:

“Che cos’?” - chiesi io piuttosto sbigottita.

“Un regalo, promettimi che lo indosserai”.

“Perch non dovrei?”.

Non rispose. Rivolgendogli le spalle e mostrandogli il sedere provocante spacchettai alla svelta e capii. Era un bikini di colore rosso, morbido e soffice, proprio come quelli delle mie cugine, che mi provavo prendendoli come prestito dal filo della biancheria, sempre col terrore d’essere scoperta:

“Grazie, per non se ne parla” - dissi io accennando nel volerglielo restituire.

“Dai, su, ho fatto pazzie per comprartelo. Sono andato a cinquanta chilometri da casa per non farmi riconoscere. Non giusto rifiutare un regalo”.

“Per chi mi hai preso?” - ringhiai io, non convincendo neanche me stessa.

“Quaggi nessuno ci vedr, siamo da soli, io e te. Voglio soltanto vedere come ti sta” - mettendosi in una posizione un po’ comica, perch le mani giunte accenn come per inginocchiarsi, ma sempre sorridendo in maniera conturbante:

“Ti prego, sta’ tranquilla, non vado a raccontarlo in giro”.

Io ero immusonita e manifestamente infastidita. Non lo va a raccontare in giro per non fare la figura del finocchio pensai. Che delusione, lui voleva fare soltanto quello, voleva farmi vestire da femmina per avere meno remore e non pensare che si stesse scopando un ricchione:

“Ti faccio vedere come mi sta, poi la finisci di rompere le palle, va bene?”.

Alla velocit della luce indossai il pezzo di sotto, sotto la strisciolina essenziale di stoffa, unita da due cordicelle alla parte posteriore, il mio pistolino nemmeno si notava in quanto sembravo una bella ragazza scosciata e mezza nuda. Dopo infilai il reggiseno riuscendo ad allacciarmelo dietro la schiena, l’allenamento non mi mancava e lui rimase un tantino sorpreso, anche perch avrebbe voluto accarezzarmi, dentro di me svaniva per la tenerezza e montava in maniera netta il rancore:

“Fatto, adesso sarai contento?” - assumendo in quel momento un’espressione da ebete, pero amabile ed entusiasta.

“Che meraviglia, che fregna”.

“Bene, adesso scopami”.

“Come? Ripeti, come hai detto?”.

“Dammelo in bocca, inculami, scopami. Forza, che cosa aspetti?”.

“Che cosa stai dicendo?”.

“Tu mi vuoi vedere come bambola di carne, pi intrigante perch da qualche parte ne ho un po’ di pi. Di me in realt non te ne frega niente, tu guardi il tuo capolavoro in bikini. Non pensi per niente a me, quanto io soffra, quanto mi consumi, quanto cazzo ti amo, cazzo, s, ti amo, e vaffanculo”.

Siccome stavo per scoppiare a piangere e odiavo farmi vedere cos, mi rifugiai nell’unico posto possibile tuffandomi nell’acqua gelata. Dentro l’acqua ebbi uno choc termico, perch era veramente freddo e non me lo aspettavo. Andai a fondo, per mi sentii subito tirare su, erano le sue braccia forti e dolci. Adesso i suoi occhi verdi si specchiavano nei miei azzurri: eravamo vicinissimi, questione di centimetri, forse millimetri. Lui mi carezz il viso, per io lo respinsi, lui s’allontan collocando le mani in alto come per voler proclamare non ti tocco:

“Bettina, secondo te non ci sono altre grandi fiche in circolazione, con o senza pisello?”.

“Pensaci un attimo, secondo te, se sono andato fino in citt per comprarti questo regalo, stato per farti diventare una gran fica o per cercare qualcosa che mi consentisse di guardarti finalmente come ti vedo ogni giorno io, cio una ragazza dolce, stupenda e con le palle? Con le palle in tutti i sensi amore mio, per sappi che nessuno perfetto”.

Ci eravamo staccati, il cuore mi batteva a mille, rischiai di precipitare di nuovo nell’abisso e stavolta lo sentivo, non sarei riemersa, non ci sarei riuscita, avrei voluto ruzzolare, sfracellarmi, per non da sola, bens con lui, con lui che continuava a fissarmi, con lui che adesso avevo tra le mani, ambedue le mani con cui gli presi il viso, con lui che attiravo verso di me senza pi remore, inibizioni, freni, timori, con lui che adesso stavo baciando appassionatamente infilandogli la lingua in bocca e prendendo la sua nella mia, con lui che era il primo in assoluto che stava assaporando le mie labbra, mentre io usavo la lingua come un pennello per dipingere dentro la sua bocca il quadro del nostro primo amplesso spiegandogli ammodo la maniera con la quale avrei voluto essere scopata. Io ero naufragata, eppure non avevo pi paura, perch lui era con me che mi teneva le braccia strette attorno alla vita, mentre io ero avvinghiata al suo collo e avevamo i piedi attorcigliati su d’un tappeto di scogli e di alghe, che davano la stessa sensazione del contatto tra i suoi bicipiti e le mie piccole, ma tenere “zizze”. Tra le gambe sentii il suo cazzo che mi pressava le parti intime, che a mia volta si erano irrigidite. Io lo volevo, lo bramavo svisceratamente con tutta me stessa:

“Io ti amo e scusami se sono stata stronza” - gli manifestai in modo appassionato.

Avrei voluto continuare, ribadirgli che lo amavo, ma che non avrei giammai potuto dispensargli ci che lui aveva diritto, un amore vero, completo, totale, senza sofferenza, senza nascondimenti, senza genitori che ti cacciano da casa, senz’imbarazzi n paure, in assenza di gente che si scambia gomitate quando passi, senz’emarginazioni n fanatismi n preconcetti. Lui per non volle sentire altro facendo volare via i costumi, giacch rimanemmo nudi nel silenzio, l in quella circostanza i nostri corpi parlavano con le nostre anime, ci toccavamo dappertutto, perch l in quel luogo io lo baciavo, lo amavo come una ragazza vera bacia e ama il suo ragazzo sentendo la sua lingua dentro le orecchie, i suoi baci insistiti sulle guance, sulle palpebre, sul mento, sugli zigomi, sul naso all’ins, sul collo e sulle spalle. Quei baci che erano autentiche calamite, perch mi portavano a non pensare pi a nulla, nel cercare ancora la sua lingua, ad allacciarmi a lui e a succhiare il suo sapore di maschio, di sale e di saliva, mentre le sue mani esperte s’allargavano infilandosi fra i miei glutei, per stuzzicare e per violare infine il mio sfintere vergine. Io sculettavo come una porcella per aiutarlo mentre tentava di penetrare la mia intimit pi profonda, lui beveva il latte che non avevo dai miei capezzoli raggrinziti dal freddo, dall’acqua salata e dalla sua lingua calda, giocando con le punte e divertendosi ad accertare quanto l’eccitazione me li facesse ingrossare e allungare:

“Come una donna, pi d’una donna” - diceva riprendendo nel baciare le mie “zizze” ingrossate per l’eccitazione e ansimanti, mentre io con una mano gli tenevo in mano i grossi testicoli, pieni di quel vischioso latte che bramavo di bere, e con la destra gli scappellavo il membro diventato grosso come mai. Mi ritrovai il suo cazzo puntato contro il naso, la sua mano forte e gentile mi spinse in avanti e glielo presi in bocca, cominciando a succhiare la sua cappella enorme, nuda e violacea:

“Troia, mignotta. Lo sapevo che eri cos, tutta cos pulita, perbene e poi cos vacca. Fai i pompini come una vera esperta”.

Lui m’insultava e questo mi piaceva, m’infilava il cazzo fino in gola e quest’aspetto mi piaceva, mi piacevano anche le sue dita che continuavano a torturarmi le “zizze”: aveva quasi scavato un solco tra l’areola e la punta del capezzolo, per quanto me li aveva fatti gonfiare girandoci attorno e umettandoli con i polpastrelli bagnati. Mi ferm per non sborrare stringendosi la punta del cazzo per resistere, in seguito mi fece girare collocandosi dietro di me:

“Sta’ cos morbida, non fare resistenza, altrimenti ci facciamo male” - mi sussurr in un orecchio con un soffio caldo che fu la prima cosa di lui che mi entr dentro. Poi allargandomi le natiche e spingendo la cappella in avanti, facendomi comunque un male cane cominci a penetrarmi. Non pensavo potesse essere cos bello, non penetr molto, per me lo spinse dentro quanto bastava per provocarmi una contrazione anale stupenda. Intanto con una mano mi palpava le tette e con l’altra giocherellava con il mio arnese, il clitoride che si era ingrossato e sembrava un piccolo cazzo che esplose di piacere giusto nel momento in cui lui mi gonfi le viscere del suo seme, facendomi godere contemporaneamente con il pisello e con il sedere, intanto che anche lui si sfiniva di godimento sborrando dentro di me.

Ho seguito la sua vita dalla distanza, mi sono messa giustamente da parte, sono stata ovviamente accantonata per le tante donne vere che sono entrate nella sua esistenza. Non sono stata nemmeno invitata al suo matrimonio, nonostante ci credo che sia stato meglio cos, per entrambi e anche per la moglie. Non sono forse del tutto sincera, per andata cos, punto e basta.

Io so che oggigiorno sta bene, soggiorna in modo corretto, ha dei figli stupendi, un lavoro ovviamente da insegnante e per questo, come si dice in casi del genere, sono comunque felice. Io, per conto mio, dovetti letteralmente sgattaiolare dal paese che non gl’importava niente di capirmi, per non sono finita sulla strada e mi ritengo valutandomi per questo pi che fortunata, in una societ immorale, indegna, infame e schifosa come la nostra.

Quando sovente ripenso a quel bikini e a quel pomeriggio, ricordo che molti uomini m’hanno regalato della biancheria intima in questi anni, nessuno per ha mai pensato di regalarmi un due pezzi, un costume da bagno nella fattispecie.

E in special modo, nessuno ha saputo individuare, riconoscere n scoprire di me molto di pi di quello che avevo nel corpo, appropriandosi, conquistando e impadronendosi totalmente della mia anima, come unicamente lui ha saputo compiere, contrassegnando i miei atteggiamenti e caratterizzando la mia esistenza.

{Idraulico anno 1999}