i racconti di Milu
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Ero sul terrazzino per il mio turno di notte, già William e poi Parker mi avevano posseduta quando percepii ancora lo stridore della porta che si apriva alle mie spalle. Mi voltai con un sorriso malizioso pensando di dovermi confrontare con l’ingordigia di uno dei due, invece stupii davanti all’immagine di Jackson: “Cosa ci fai qui? Non dovresti essere a ninna?”. Mio nipote mi guardò avvolto in una coperta lacera, con una fiamma di rabbia negli occhi. “Tutto bene?”, gli chiesi perplessa. Tacque ancora e chiuse la porta alle sue spalle. Io ripresi: “Hai forse fatto un brutto sogno?”. Serrò nervoso la morsa delle mani sulla coperta, all’altezza del petto, e sibilino sferzò indignato: “Ti rendi conto di cosa combini? Tu e quelli lì dentro?!”. Tarpai ogni altro pensiero: era giunto anche il suo momento.

Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato, sì, ma dentro di me serbavo la speranza che la sua innocenza potesse durare a lungo, più a lungo dell’epidemia.

Mia sorella, la loro madre, era stata colpita dal terribile morbo. L’avevamo lasciata ormai più di due anni fa in un ospedale in cui si sperimentavano cure e non ne avevamo più notizie. Contriti nel dolore ed in preda al panico al cospetto di quella città che si spopolava precipitosamente tra rapide morti ed ancora più rapide fughe, individuammo anche noi il nostro rifugio fuori dal centro urbano, lontano da altra gente possibile fonte di contagio: un ex capanno di osservazione per birdwatching in una zona umida, tra le più remote del parco di cui ero guardia. Mio cognato non volle seguirci, mi affidò i figli e restò in città per assistere sua moglie con dedizione. Fece promessa di raggiungerci presto e, con un nodo alla gola, finimmo a vivere qui, in questo capanno sicuro e pulito, posto al centro di un sentiero, ormai cancellato, leggermente in rialzo su di uno stagno che usammo da subito per lavarci e sciacquare i panni.

Mi resi conto di essere divenuta d’un tratto la capofamiglia per i miei nipoti. Dovetti organizzarli, dar loro compiti e ruoli, disciplinarli e far mantenere ogni minima regola di convivenza. Affrontavamo condizioni difficilissime per noi abituati all’elettricità ed alla città. L’estrema penuria di alimenti ci obbligava ad adattarci ad erbe, radici, a pesci mai mangiati e piccola selvaggina. Avevamo portato con noi coltelli, indumenti, posate, piatti… A me spettavano cucina e pulizie, i miei nipoti erano invece impegnati nel tentativo di dare un corretto isolamento termico al capanno, era quasi la loro unica occupazione. Sapevamo che c’erano nel parco altri gruppi ma evitavamo accuratamente contatti con loro temendo di contrarre infezioni ma anche scontri. Non ne eravamo certi, ma avrebbero sicuramente potuto sottrarci il capanno, provare a rubarci i letti o i piccoli residui di civiltà che ancora conservavamo, oppure persino ridurci in schiavitù, chissà! Ciò ci suggeriva di alternarci in turni di sorveglianza imbracciando il mio fucile da guardaboschi. In questo contesto era nato tutto e adesso dovevo spiegarlo al più piccolo dei miei tre nipoti, il diciannovenne Jackson.

“Calmati…”, misi da parte il fucile e mi accostai appoggiandogli le mani sulle braccia in un gesto di rassicurazione. Lui sfuggì al mio tocco, sembrava inviperito. “Vi ho visti!”, accusò con una espressione risentita sul volto. Tirai un sospiro profondo: “Ti spiego tutto”. “Mi fanno schifo! Ti costringono!”, provò a darsi una spiegazione, io lo fermai subito: “No, ma no tesoro, assolutamente. Non mi costringono affatto”. Mi guardò sconcertato. “Jackson lo faccio per non fare andare peggio le cose... capisci no? Loro si sfogano, sono sereni, cancellano il passato, dimenticano il presente, affrontano con più calma questo strano futuro… e non cercano contatti con altri gruppi perché una donna per loro… l’hanno qui”. Attorno a noi c'era silenzio, un'aria rarefatta che accompagnava l’approssimarsi dell’albeggiare. “Mi capisci vero?”. Lui schiuse la bocca, la richiuse, la riaprì. “Non voglio litighiate, non voglio siate avventati, non voglio che impazziate…”, dissi ancora a lui davanti a quel silenzio delle parole che non zittiva l’evidente tempesta di pensieri ed emozioni che viveva dentro.

Lacrimoni gli si affacciarono alle pupille: “Vi ho visti… vi ho visti, ho visto William rientrare e ridere, mettersi a letto eee… confabulare con Parker e poi…”. Lo abbracciai, stringendolo forte mentre lasciava esplodere la sua agitazione: ”E’ uscito, pensavo dovesse fare pipì ed invece non rientrava più… ho solo sbirciato alla finestra e… oh zia quella coperta che hai è così corta… non nascondeva i vostri movimenti, lui… lui alle tue spalle…”. Quel coacervo di sensazioni si condensavano nelle lacrime che gli solcavano le guance. Piangeva il mio Jackson, carico di disperato disgusto, di rabbia, di imbarazzo e singhiozzò affranto con la testa sulla mia spalla: “Mi sento... come un vuoto allo stomaco…”. Provai a calmarlo. “Oh piccolo, non fare così”. Mi inginocchiai davanti a lui, scivolando con le mani sulla coperta che l’avvolgeva, catturai i suoi occhi coi miei e, zitta, presi a strusciarmi sul suo pacco. “Che... fai ora?”. Non risposi. “Zia... che fai…”, provò a ritrarsi ma lo seguii spingendomi col collo. Mi strusciai ancora: “William e Parker sono così diversi da te. Smaliziati, casinari, irascibili… mi sono dedicata a loro perché mi davano più apprensioni… ora è giusto… che pensi anche a te… è il mio compito, una promessa che ho fatto a tuo padre e che ci tengo a rispettare per tua madre”. Così, fissandolo dal basso, gli sbaciucchiai un’erezione ancora acerba. L’arnese allora s’inturgidì di brutto, marmoreo e slanciato, esaltò la coperta. Guardai mio nipote, sorrisi al cospetto della sua eccitazione, e con naturalezza e disinvoltura, gli aprii la coperta.

Fui a tu per tu coi suoi boxer e la coperta si chiuse attorno alle mie spalle come fosse il sipario di un teatro. Quasi al buio, lì sotto, leccai la magnifica protuberanza, ne sentii il calore, la durezza, l’acre ombra della pipì, poi gli abbassai i boxer e lo feci mio. Succhiai quel bastone polposo, lo masturbai, ne tastai le bilie, amabile e protettiva. Fissai le mani sui suoi glutei, movendo la testa con ritmo incalzante. L’asta mi sfilava in gola, risucchiata, la cappella graffiava il palato e veniva leggermente compressa dalle guance. Mi mossi sempre morbida, percepii il suo respiro e gli strinsi i glutei per fagli capire che poteva liberarsi. Così accorciò l’addome e lasciò andare il suo sperma nella mia bocca attutendo un gorgoglio laido. Mi fermai per un attimo poi ripresi un moto impercettibile bevendo ancora ciò che restava e deglutendo tutto.

Glielo rimisi nei boxer e riemersi dalla coperta, tornando in piedi. Lo guardai, era in estasi. Sorrisi e gli scompigliai i capelli: “Come va ora?”. Apparve tenero e felice. “Ne hai fatta molta”, feci tastandomi le labbra con le dita ad assicurarmi d’esser pulita. “Scusa”, rispose, rosso sulle guance. “Questa è una di quelle cose per cui non dovrai mai chiedere scusa”, mi mostrai affabile, chiusi gli occhi serena e voltai le spalle, spingendomi con un passo indietro tra le sue braccia. Aprii gli occhi, il suo abbraccio ancora tardava. Davanti a me, il sole spuntava sullo scenario boschivo e palustre. “Mi abbracci?”. Finalmente lo fece e, con meraviglia, lo ritrovai in erezione.

“Ehm…”, mi strusciai sul suo pacco con la schiena, voltandomi col capo a guardarlo. Aveva il tormento negli occhi, una depravazione impaziente. Ed io che pensavo si fosse appagato! Mi girai tra le sue braccia, gli afferrai le mani e lo condussi a me, indietreggiando sin contro uno dei legni del terrazzino, con la coperta che precipitò sul pavimento e venne calpestata dai nostri piedi. Lo baciai, lui si avvinghiò al mio corpo, mi fece sua, impudico, indecente. Mi baciò il collo, mi palpeggiò culo, tette, cosce. Le mani si mossero audaci e folli su di me strizzando tutto ciò che tenevo sotto la vestaglia, scalmanate e bramose. Gli tirai fuori il cazzo e detti a lui nuovamente la schiena, poteva avermi così. Non gli piacque, non capii, non sapeva.

Mi spinse a terra. Mi liberò dei panni graffiandomi e fu tra le mie cosce con negli occhi uno sguardo irriconoscibile. Si avventò sui miei seni, li strinse, affondò le dita nella carne, li baciò, li succhiò mentre il cazzo batteva caldo sul mio inguine. Me lo sentii strusciare sul basso ventre poi cozzare da un interno coscia all'altro alla ricerca della bocca di laggiù. Dovetti tenermi salda per respingerlo: “Jackson… non possiamo lì…”. “Perché?”, fece lui brancolante. “Perché non abbiamo contraccettivi né io, né tu…”, mi baciò ancora in silenzio poi disperò: “Ed allora con Parker e William!? Loro li hanno…”. Gli sorrisi e con forza riuscii a divincolarmi tornando a dargli la schiena: “Il mio anticoncezionale è il culo… Mi capisci no? Il sesso anale è quello più sicuro”.

Strabiliò ed ancor più eccitato mi penetrò dietro, sì, lo insaccò tra le mie chiappe ancora sporche della sborra dei nostri fratelli, con la cappella all'imbocco dell'ano potetti cogliere le sue fattezze voluminose che spingevano indisciplinate. Mugolai, lui affondò brusco, sordido. Fu mio, spiaccicandosi giù fino alle palle lasciando germogliare lungo la mia spina dorsale un turbinio di calore. Tirò indietro l’anca e poi avanzò ancora sprofondando nel mio corpo.
Mi tenne i fianchi e liberò una botta netta, poi un'altra. “Zia sei… bellissima…”, mi aspettavo dicesse qualche porcheria invece sorrisi a quel suo tenero complimento. Mi bastonò con altre bordate durissime accompagnandole con frasi dolcissime: “Ti amo… sei tutto per me… tutto quel che voglio”. Per me era normale quanto stava accadendo, per lui era una favola in una vita precipitata nella mestizia con la morte ad attenderci dietro qualche angolo. Per un attimo scorsero nella mente tutte le volte che era stato gentile con me, sorprendendomi con fiori, facendomi complimenti e persino prendendo il mio turno nelle notti più fredde, permettendomi a sua insaputa di divertirmi con William e Parker. Tornai in me. La sua cadenza era aumentata, pressava prorompente, mi sbatacchiava, continuava incessante ed io gemetti un orgasmo anale raccapricciando dal piacere. Di lì a poco, quel pertugio fradicio sarebbe stato, senza preavviso alcuno, imperlato di sperma caldo ed appiccicoso.

Mi slegai. Stetti a guardarlo. Era in ginocchio, poggiato coi glutei sui talloni, nel tentativo di recuperare il respiro, stralunato, svuotato, tutto sudato. Mi accovacciai, lo baciai e nel frattempo la porta si schiuse ancora: applausi e complimenti, erano William e Parker che salutavano festanti la prima volta di Jackson.

Neppure un’ora dopo ci unimmo. Li tenni tutti insieme. Diedi loro mani e bocca, con devozione e trasporto, e furono generosi e corretti nell’alternarsi senza borbottii dentro il mio culo. Le regole erano chiare, niente figa in mancanza di anticoncezionali. Più volte guardai Jackson e dovetti trattenermi dal ridere ripensando a quella carica di disgusto e rabbia con la quale mi aveva poco prima affrontato. Mi ritrovai col culo straripante di sperma.

Le nostre giornate continuarono tra stenti, fame e precarie condizioni igieniche e tra noi il sesso si ripeté con naturalezza e disinvoltura, più volte al giorno. Forse chi ne traeva il maggior godimento ero io che su tre cazzi a disposizione ne trovavo sempre almeno uno ritto, ma ciò che più contava era il fatto che eravamo uniti ed insieme ci sentivamo sicuri di poter affrontar e superare tutto. Era merito del sesso, sì, funzionava così. Eravamo protettivi l’uno verso l’altro, altruisti, calmi, ci aiutavamo a vicenda senza mai litigare, sempre predisposti a raggiungere scelte condivise anche quando si manifestavano opinioni differenti. I miei gemiti echeggiavano ora liberi, senza più freni. Copulavamo quando ci pareva, in due, in tre o in quattro. Sicuramente in un normale contesto, quello del mondo nel quale eravamo cresciuti, ciò che facevamo era abominevole, ma nelle nostre circostanze no, tutto era ora diverso.