i racconti di Milu
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Due teste purpuree ed affusolate, vagamente umane, ma senz’occhi, sorridevano sui lunghi arti invertebrati e flessuosi che, dal capo, mi precipitavano sin sul fondoschiena. Erano uscite dal letargo in giornata ed ora avevano fame.

Mi leccarono, le accarezzai, mi guardai attorno. Quei due mi seguivano ancora. Svoltai nel vicoletto, penetrai le sue tenebre e proseguii calpestando marciume. Mi girai di scatto. Gli occhi mi si accesero di rosso: c’erano ancora. Risi e continuai mentre i passi dei ragazzi si affrettavano ansiosi alle mie spalle. “Ho voglia di divertirmi un po’”, sogghignai maliziosa e disonesta a quei due che spasimavano ora oltraggi ed irrisioni. Avanzai rallentando ma senza farmi mai raggiungere poi mi fermai di colpo proiettandomi col corpo contro quei due. Risi lasciva con una voce grassa e famelica e furono su di me, ingordi, smaniosi, impazienti. Mi si scagliarono addosso baciandomi, palpandomi, ed io li lasciai fare per qualche attimo poi ripresi in mano la situazione.

Mi chinai sulle ginocchia. “Sì bella troia”, esultarono e presi a carezzare le loro erezioni tra mille sguaiati complimenti. Mi aiutarono a slacciarsi i pantaloni ma fui io ad abbassare loro i boxer. Tastai quei bei cazzi che si ergevano come torri alte sulle solide fondamenta delle palle gonfie di sperma. Li sbaciucchiai, detti un cenno di slinguazzata ai testicoli di uno, poi li impugnai entrambi e con un movimento del polso liberai i glandi. Era il momento.

Nel buio pesto di quel vicolo lercio non videro, non capirono, ma ciascuno ebbe la sua bocca. Sorsero i loro deliri di piacere, tutto merito delle mie teste sagomanti che succhiavano avide, con veemenza e senza tregua, danzando sugli arti in un movimento inverecondo. Succhiarono, popparono cupide aspirando tutto, proprio tutto, ed il piacere di quei due divenne dolore ed i loro spasimi mutarono in grida disperate d’orrore e paura. Eravamo lontani ormai dalla movida ed il vicoletto mi proteggeva da tutto. Avevano il destino segnato da quando avevano scelto di seguirmi fuori dal discopub attratti da sguardi ammiccanti ed un outfit goth. Spirarono prosciugati come carne essiccata sfamando le mie dolci testoline d’ogni loro fluido e li lasciai lì, tornando alle luci fredde della notte.

Feci qualche passo sul marciapiede carezzando le teste sazie che si avviavano ad accucciolarsi sui miei seni quando una voce amica destò la mia attenzione: “Non dirmi che l’hai rifatto!”. Sbigottii davanti alla figura calcata di schiena contro un palo dell’elettricità. “Tu che… che diavolo ci fai qui?”, accusai. “Mi preoccupo solo di mia cugina che va commettendo crimini in città…”, millantò. “Ma piantala!”, interruppi la sua pantomima e rise. Sapevo già ciò che voleva.

Lo raggiunsi sotto il lampione e mi inginocchiai davanti a lui preoccupandomi di tirarglielo fuori, accostai il mio viso al suo arnese non ancora in tiro, mi ci sfregai contro, lo annusai e tornai a strofinarmici: "Però tu mantieni la promessa". Sorrise: "T'ho mai tradita?". Chinai lo sguardo sotto il suo cazzo che si andava svegliando e gli piantai un bacio tra le palle, liberai la mia lingua e risalii la pertica insalivandogliela fino a dargli una ciucciata vigorosa. Mi fermai, saggiai la compiuta erezione lasciandomi vibrare l’asta sul viso, tirai indietro la pelle facendo sgusciare il glande enorme ed unto, poi ripresi a succhiare con continuità ma senza accelerare.

In quel momento si destarono dal torpore le mie testoline e lui quasi atterrì: “Hey richiama ste cose!”. Interruppi il bocchino, biascicai un “buone tesorine mie” e quelle si quietarono. Un sospiro mi fece capire che in mio cugino era tornata la calma e ripresi a lavorargli il cazzo. Lui godeva, era in estasi, tratteneva il respiro e gloglottava eccitato. Affrettai il ritmo e, capendo che era in dirittura d’arrivo, mi tirai fuori i seni affinché non mi sporcasse. Il viso gli si contrasse e finalmente il cazzo palpitò i primi sprizzi. Un raglio potente accompagnò la fuoriuscita copiosa di sborra. Quella che riuscii a tenere in gola la inghiottii, ma quella che m’era colata tra mento, collo e tette la lasciai alle mie testoline.

Mi rimisi in piedi. Lo guardai rimetterselo nei pantaloni e lo biasimai: “Sei un vigliacco lo sai?”. “E tu un’assassina lo sai?”. Mi difesi: “Se voglio posso farti fare la fine di quei due sai?”. “E poi dovresti trovare un altro finto testimone pronto a crearti alibi per scagionarti sai? Ti conviene?”. Sbuffai e gli mostrai il dito medio, lui riprese: “Ma la miscela farmaceutica non ti va bene? So che altri la usano invece di andarsene in giro ad ammazzare poveretti...”. “Quella roba da laboratorio alle mie testoline? Ma sei matto!”. Se ne stette zitto e si affiancò a me che ripresi a passeggiare sul marciapiede.