i racconti di Milu
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Accenno e arsura, barlume e canicola, ovvero penombra e calore. Se lo meritava ampiamente, in tal modo decise che sarebbe stato vaniglia e musica, prendendosi il piacere di spogliarsi seminando i vestiti qua e là con quella scia di cotone egiziano fino alla stanza da letto:

“Louis, io ti amo”.

Il sound del jazz nero che preferiva accompagnava ogni movimento fino ai rubinetti, alla scelta del telo da bagno blu, così avvolgente e talmente maschile, una nuvola di vapore galleggiava rendendo vago il color crema del bagno, che assumeva la consistenza e il profumo d’un soffice e cremoso budino. Si sentiva come Alice nel “Paese delle meraviglie” guardandosi nello specchio sfiorando la pelle chiara, che si confondeva nell’aria profumata. I riccioli lunghi e il rosso cupo si stavano inumidendo, il piacere del vapore prima del bagno le scorreva sul corpo regalandole già una sensazione di benessere. Accese le candele al mirto e scivolò nella gloria della schiuma che riempiva già la vasca.

L’acqua l’avvolse in un abbraccio di mille dita, sciogliendo le tensioni, liberandola in un sospiro profondo, mentre le fiammelle oscillavano più fioche, la coscienza s’apriva alla sola consapevolezza d’essere immersa in sensazioni piacevoli. Resistette alla voglia improvvisa d’accarezzarsi e rovesciò i palmi verso l’alto in un totale e completo abbandono, dopo ondeggiò impercettibilmente lasciandosi lambire dalle minuscole onde che ondulavano l’acqua, la tentazione però era forte, nondimeno sapeva che non le avrebbe dato molto, se non il senso d’un bisogno più intenso. Aprì gli occhi godendosi la schiuma che le scivolava lungo il corpo, mentre s’alzava avvolgendosi nel telo. Il letto l’attendeva accogliendola nella sua frescura, in quanto sognava spesso d’essere una servile persona indiana che attende il desiderio del suo signore. A questo proposito aveva persino comprato la tintura di henné per rinfrescarsi, quando il calore divampava in lei senza trovare la via. Le sue erano fantasie che s’accavallano nella sua mente come girandole impazzite in un vento fuso, visioni che a volte le apparivano così reali da toglierle il sonno. Il bagno era un rito, un atto d’amore e di disciplina. Spense lo stereo con un gesto pigro della mano sul telecomando e restò nuda e immobile nella seta, nel silenzio e in compagnia del profumo del mirto e della vaniglia che aleggiava nella stanza. In seguito allontanò i pensieri della giornata, impressioni di volti e di parole dalla mente, per lasciarsi cadere nel sogno che l’avrebbe accolta come una casa dell’anima. Non sentì più nulla, perché la realtà perdeva i suoi contorni definiti, le sensazioni fisiche sempre più rarefatte la liberavano anche del corpo e dei suoi richiami. Lei avrebbe volto attribuire un nome, al colore del luogo in cui sentiva di passare, incorporea eppure sensibilissima attraverso canali che non sapeva di possedere.

Lei fluttuava come vapore nel nulla restando se stessa, improvvisamente consapevole d’ogni istante del suo essere profondo e di un’eterna, inconfessata e inespressa domanda. Essere unica con l’energia dell’universo che l’attraversava permeandola era davvero inspiegabile, sentire il passaggio di dimensioni simili alla propria, come una carezza lenta che lascia un po’ del calore delle dita sulla pelle, avvertire il sangue rintronare lontano come il piacere per una libera scelta, rimandato sotto le spinte di un’amante carnalmente paziente e tollerante. Perdere a poco a poco il senso di sé come travolta dall’estremo del piacere, dopo ritornare lentamente nella dimensione di sempre, in quel corpo snello, abbandonato nell’incoscienza e nel sonno, come sempre in seguito risvegliarsi un po’ frastornata e spaesata, scoprendo in ultimo un vago sentore d’umido tra le cosce prima di riprendere il ritmo della quotidianità.

La doccia, i caffè, gli abiti, il trucco, la borsetta e le chiavi, ecco una nuova giornata in ufficio, attenzione, efficienza e un po’ d’allegria se possibile, un’occhiata all’agenda, visto che le interviste avrebbero occupato tutta la mattinata. Lei si era convenientemente chiamata fuori, perché preferiva concentrarsi sul portafoglio dei clienti, i quali avrebbero proposto la nuova campagna, in quanto i soci si sarebbero assicurati il creativo più adatto per il benessere dell’agenzia, perché ne era certa. In tal modo si concentrò sui profili e sobbalzò all’istante quando la segretaria s’affacciò alla porta nel chiamarla: lo avevano trovato. Non che ci fossero stati dei dubbi, una stretta di mano, una chiacchierata per ambientarsi, il solito circuito e infine sarebbe potuto tornare al carteggio dei clienti. La prima occhiata fu innocua, superficiale, però lo sguardo che cattura il suo non lasciava illusioni. Un predatore, ecco che cos’era, altro che creativo, perché decise a quel punto di metterlo alla prova, però si rese conto in fretta che era ciò che quell’uomo desiderava.

Energia pura era l’unica definizione, l’atipica conclusione che le venisse in mente per il modo in cui si muoveva, mentre le mostrava i suoi lavori. Estro, genialità e ingegno, era ciò che risaltava dai progetti che spiegava sul tavolo obliquo. Lui non faceva nulla per attirare l’attenzione, nemmeno un sorriso, eppure l’intensità degli occhi, quella voce misurata e profonda l’incatenava scompigliandola più del corpo longilineo e solido che sfiorandola accidentalmente. Forse era rimasta troppo tempo senza un uomo e questo la rendeva più vulnerabile, ciononostante era certa come di respirare che lui lo avesse già intuito e lo detestava per questo motivo. In quell’istante desiderò improvvisamente di possedere una gonna pantalone, al posto della tunica morbida e sfrangiata che indossava, tuttavia una cosa la poteva fare, dato che s’affrettò per scusarsi mentre si rifugiava in bagno per raccogliersi i capelli. Sarebbe apparsa ridicola, però non aveva scelta, tornò in ufficio soltanto per allontanarsi dal gruppo che stava festeggiando ancora il nuovo arrivato ignorando appieno quel sorriso tranquillo con cui lui accolse questa fuga annunciata. Forse la sua stessa fantasia la stava travolgendo, ma doveva andarsene, dal momento che poteva lavorare benissimo anche a casa, perciò afferrò la cartella assieme alla borsa e camminò fino al parco, senza vedere nessuno sedendosi all’ombra ritrovando un minimo di quiete. Era pazzesco, doveva controllarsi in fretta oppure non avrebbe potuto nemmeno lavorare, in quel momento inspirò l’aria autunnale ancora tiepida e infine si calmò.

Le settimane passavano e la campagna pubblicitaria progrediva a un ritmo entusiasmante, malgrado ciò doveva riconoscere che il talento del nuovo creativo era reale e non era affatto infelice fare affari con lui. Lui era amabile e magnetico, però affidabile, una specie di rarità, in quanto l’agenzia aveva visto davvero giusto confermandolo. I giorni passavano in una sorta di tregua professionale, ma la notte era un perenne susseguirsi d’immagini roventi che la lasciavano totalmente pulsante e snervata, giacché si svegliava la mattina con le lenzuola aggrovigliate e di frequente umide. Chiuse la valigetta e si preparò per uscire, quella sera più che mai, visto che le occorreva un bagno rilassante alla camomilla. Lo aveva incrociato sulle scale dopo la pausa pranzo e lui l’aveva guardata con il solito sorriso di tranquilla attesa sulla bocca, come se conoscesse i suoi pensieri al di là della banalità delle parole che si scambiavano nell’ambiente di lavoro.

A casa accese le luci e puntò lo stereo al massimo, la penombra l’irritava, preparò il bagno calmante con controllata efficienza e scelse Chopin, scostò le lenzuola di lino chiaro e si spogliò disponendo la giacca, la camicetta e i pantaloni con cura, si sciolse i capelli ed entrò nella vasca. L’aroma delle erbe di campo era gradevole, aggiunse i fiori di camomilla e li guardò galleggiare sull’acqua limpida mentre le sfioravano la pelle, sentì i petali adagiarsi sui capezzoli e un brivido le attraversò rapidamente il ventre. Chiuse gli occhi e fece scivolare le mani tra le cosce, sui seni, inarcandosi nella vasca e aprendosi al piacere solitario che ormai era la sua medicina. Lei esecrava quel tocco addestrato quanto chi le accendeva la voglia, in quanto non poteva cedergli. Era una sfida, una tortura indicibile, perché sarebbe bastato davvero poco, ma non poteva essere una delle tante che sospirava nel vederlo, giacché anche in ufficio per lui avevano smesso d’indossare la biancheria sotto i capi alternativi. Ormai lo evitava quando disegnava per non guardargli le mani così grandi e forti, quelle dita che avevano sognato anche troppo, soprattutto nella vasca come adesso mentre le muoveva su e giù prima di perdersi nell’acqua offuscandosi tra i suoi fluidi tra quei fiori di campo.

S’asciugò in fretta gettandosi nel letto tirando il lenzuolo sulle spalle, ancora un poco e avrebbe indossato anche i pigiami, perché doveva dormire per cancellare quei tormentosi pensieri. Vederlo dormire nudo sotto un lenzuolo avvolto intorno alle gambe, scoprire le sue membra abbandonate nel riposo, stupirsi di quell’espressione un po’ infantile sotto le ciglia scure, bere quell’apparenza indifesa, sentire il suo cuore battere più forte nell’intensità del desiderio, domare il fuoco una volta per tutte, accendendo il suo senza requie senza pause. Unire la pelle alla sua, giacendo su di lui come un serpente su d’un sasso, inventando un poema tra due corpi avvolti nel sonno in due letti distanti, come in un lento compenetrarsi di respiri che non hanno fiato di lingue che non hanno carni, il calore di due corpi senza materia che s’accendono senza bruciare, mani senza tatto che s’afferrano in una lotta silenziosa, gambe che s’allacciano senza stringersi, una tortura che non fa soffrire mentre s’uniscono in ondate di possesso immateriale. Infine svegliarsi all’improvviso e sentirla sopra il suo corpo come un’amazzone orgogliosa e appassionata, sciogliere il suo gelo apparente con spinte lente sempre più profonde, concedendole solamente l’illusione d’avere il controllo, giocare con i suoi capezzoli fino a farla ansimare, rovesciarla sotto di lui e restare immobile dentro di lei fino a farle accettare il suo bisogno, prima di riversare in lei il proprio godimento mescolandolo con il suo. Toccare i suoi fianchi che si muovono sotto pantaloni che non le appartengono, che sono la prigione del suo desiderio, stringere il suo seno che avvampa sotto la camicetta quando l’incrocia nel corridoio, socchiudere con la lingua la sua bocca colma e imbronciata mentre parla con lui, parlare a letto dei disegni che adesso approva soltanto con un cenno della testa, scioglierle i capelli, sentirli sul petto, ricominciare di nuovo, in quanto le sue ossessioni divampano come quelle d’un ragazzino fino a esplodere sulle lenzuola. Doveva parlarle in modo definitivo, era assurdo, perché non gli aveva mai permesso neppure la più semplice cordialità, neppure l’occasione di consumare un caffè insieme. Conosceva la sua paura e il suo bisogno come i propri, tuttavia compose il suo numero di telefono e attese: diversi squilli, perché si sarebbe inserita la segreteria telefonica, eppure la voce che udì non era registrata, era invero roca, confusa d’una donna strappata al sonno:

“Pronto?”.

Lui le rovesciò addosso quello che sentiva di doverle dire, lasciò uscire la rabbia per quel rapporto ritrattato e negato, il desiderio che forse aveva anche un altro nome, la sua paura, il suo silenzio. Attese in conclusione il clic che avrebbe chiuso quell’ultima porta, però non ci fu, soltanto un respiro affannoso, un prendere tempo, un sogno di possibilità nella notte:

“Io t’ho sognato, dovremmo parlare, vero?”.

Un’ammissione, un accoglimento, finalmente un riconoscimento incredibile. Sono contento, dal momento che per franchezza e per sincerità aveva avuto bisogno di dirglielo:

“Potremmo fare per pranzo”.

“Sì, domani?”.

“Va bene, per domani”.

Lui avrebbe voluto vederla riadagiarsi su quel letto fissando il soffitto con mille domande per la testa, avrebbe voluto toccare la sua fronte, vedere i suoi occhi. Domani, forse. Lei avrebbe voluto averlo accanto adesso, ma non aveva molta importanza, perché forse avevano trovato una direzione concorde, un itinerario consono.

Guardò le persiane accostate, totalmente rilassata e sveglia come non mai, nel calore d’una stanza che le sembrava già meno vuota, senza temere né fantasie né sgomenti né sogni.

Le apparteneva di nuovo, accenno e arsura, barlume e canicola, ovvero penombra e calore.

{Idraulico anno 1999}