i racconti di Milu
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Adesso tu cerchi di recuperare celermente il tempo perduto riconquistandolo, guidando velocemente con l’automobile fin troppo in fretta per i miei gusti, io non dico nulla, prego solamente con intensità i miei Dei di riportarmi in salvo tutta intera. Tu sei alquanto silenzioso con le mani salde agganciate sul volante, eppure solamente guardandole quelle mani mi sale alla bocca un inedito singhiozzo, simile a un piacere imprigionato e lungamente trattenuto che io destramente maschero con un colpo di tosse, mentre non posso fare a meno di ritornare con la mente all’ultima mezz’ora appena trascorsa.

E’ sempre la stessa storia, anche se abbiamo appena fatto l’amore il vedermi così truccata, pettinata e vestita al di fuori della mia solita divisa da lavoro in tutta la sua rigorosità ti eccita assai, in quanto la tua euforia è talmente forte da coinvolgermi compromettendomi subito. In questo modo mi prendi dove ci troviamo, tra un rapido calare di pantaloni, uno sfilare di slip e inconsueti giochi d’equilibrio su quei tacchi alti su quei tavolini traballanti, ma stasera è stato diverso per il fatto che non hai aspettato che fossi del tutto vestita: io ero in bagno in mutandine e con il reggiseno concentrata nel passarmi il rimmel sulle ciglia, un’operazione delicatissima quando tu hai bussato:

“Scusami, posso entrare soltanto per un attimo?”.

“Certo, su dai vieni” - rispondo io, nel mentre sono chinata in avanti sul lavabo verso lo specchio per terminare in bellezza la mia opera.

Io t’ho guardato alle mie spalle, fascinoso nel vestito scuro e ho visto la tua bocca: non sorrideva, anzi, aveva una piega persistente. Stavo per chiederti che cosa volessi quando m’hai abbracciato da dietro collocando le mani sui seni, rigidi contro il mio sedere, hai posato la bocca sul collo per sfiorare la pelle lì dov’è più sensibile, io ho lasciato andare l’astuccio del trucco aderendo a te, intanto che mi cercavi con la mano frenetica per penetrarmi con delicatezza in quel modo che tanto mi fa impazzire poiché lo sai, successivamente m’hai pressato spostandomi da un lato e con un guizzo m’hai penetrato di colpo. Io ho rialzato il viso e mi sono guardata allo specchio che rifletteva una giovane donna dall’espressione rattrappita, quasi sofferente. Ecco perché i francesi chiamano l’orgasmo in quella maniera, quell’attimo in cui usciamo da noi stessi per annullarci completamente soprannominandola “piccola morte”. Allora m’hai abbassato con forza la testa contro lo spigolo del lavabo per entrarmi dentro più a fondo rimanendo lì, rigido dentro di me per riempirmi del tuo seme senz’emettere un gemito, soltanto premendo contro il tuo il mio ventre fino a farmi male.

Io sono rimasta sull’orlo della perdizione, perché volevo venire con tutte le mie forze, ho cercato la tua mano, però tu uscendo da me rapidamente m’hai fatto voltare facendomi accomodare sul comodo bordo della grande vasca, per poi inginocchiarti di fronte alle mie gambe spalancate. Le cosce sulle tue spalle, giacché hai cominciato ad alimentarti del mio sesso bagnato di te, mentre io cominciavo a tremare sempre più forte fino a che il piacere m’ha liberato sconquassandomi le viscere. Il sesso goduto così a fondo diventa veramente il dolce meraviglioso, il benessere magico, l’appagamento inaspettato e violento che toglie ogni male rinfrancandomi, poi ci siamo ripresi, ricomposti, rivestiti e così il tempo è passato. Meno male che siamo arrivati a destinazione, appena sistemata la macchina tu m’apri la portiera e io ti chiedo:

“Per favore, guardami bene, sono a posto?” - tu con un’occhiata alla profonda scollatura e una alle labbra manifesti in modo entusiasta:

“Non sei mai stata così bella. Ti si legge in faccia che hai appena fatto l’amore, perché hai l’espressione soddisfatta d’un gatto che mangiato bene, anzi, ad ascoltare attentamente si può sentire la tua “micia” che fa le fusa”.

Ridiamo, frattanto mi baci sul naso, poi stretti uno all’altra ci presentiamo all’entrata della grande sala, in cui tanti miei colleghi siedono già ai loro posti impegnati nel divorare gli antipasti. Qualcuno s’alza per salutarci e in quel mentre ti vedo. In realtà non avresti dovuto esserci a questa cena, giacché pensavo che fossi a Como, invece eccoti là con i tuoi capelli rossi splendenti d’oro antico da cherubino, in quanto sono una fiamma che mi brucia letteralmente anche a distanza. Nel frattempo dialogo con qualcuno che non guardo neppure in viso, mentre tu come evocata dal desiderio ti volti, mi vedi, t’alzi e vieni verso di noi. Dio come sei bella: indossi un indumento color viola chiaro che spicca sulla tua pelle bianca, è un vestito degli anni sessanta molto aderente, con la scollatura profonda e quadrata con uno spacco nella gonna che ti permette di camminare, poiché è discreto e perfino molto bello da vedere.

Sei piccolina nonostante i tacchi alti, piccola e morbida, perché il seno sembra esplodere dalla stoffa, i fianchi ondeggiano al tuo cammino, il ventre morbido un poco sporgente è per me un’attrazione fatale, in quanto noto gli sguardi elettrizzati e ottimisti dei maschi che ti seguono con evidente piacere, viceversa quelli delle donne lo fanno sì, ma con altrettanta asprezza e con un evidente e indubbia acidità tutta femminile. Il ricordo del nostro tempo insieme mi fa diventare molli le gambe, tu mi saluti baciandomi la guancia, intanto saluti Gino con un abbraccio amichevole, perché subito dopo:

“Coraggio, avvicinatevi, accomodatevi presso il nostro tavolino, giacché ci sono dei posti disponibili. Sai Domitilla, sono realmente soddisfatta di rivederti, per questo ho fatto di tutto per esserci stasera, anche se Berto non voleva portarmi, perché diceva che mi sarei sconsolatamente annoiata e vivamente scocciata”.

Io sorrido ripensando ai nostri due giorni di qualche settimana fa, trascorsi insieme nel rifugio in mezzo ai boschi: ricordo il tuo profumo e il tuo corpo nudo. Ambedue ti seguiamo, tu fai in modo di sederti vicino a me:

“Stasera le donne staranno con le donne e gli uomini si ritroveranno con gli uomini, per chiacchiere intendo” - ribadisci tu in maniera astuta, sagace e scaltra.

La cena inizia, mentre noi due cerchiamo d’essere il più possibile normali, però è difficile: si sono aperte le porte d’un creato femminile che esclude estromettendo radicalmente quello maschile. Attualmente gli sguardi si dirigono insistenti alla scollatura e successivamente verso la bocca, dato che sono affascinata dalla tua mandibola che mastica così graziosamente dalla punta della lingua, che s’insinua a tratti sulle labbra rosse per ripulirle dal residuo di cibo, in seguito dal tuo seno che s’alza nel respiro, mentre la stessa cosa succede a te, poi conversiamo, anche se in verità vorremmo dire:

“Ti voglio, andiamocene da qui, freghiamocene di tutti” - invece non so il perché, visto che mi esce di bocca una confessione in maniera lineare e per di più spontanea:

“Ho appena fatto l’amore con il mio uomo e mi è piaciuto tantissimo”.

“Me ne sono accorta, si vede, per questo ti voglio ancora di più” - mi mormori all’orecchio, accompagnando quelle parole arroventate e lascive con una leccatina rapida come quella d’un minuscolo felino, allora m’alzo in piedi di scatto simulando:

“Scusateci, non mi sento molto bene, esco un attimo fuori”.

“T’accompagno, sono faccende di donne, torniamo subito”.

Questa è l’asserzione magica, l’attestazione stregata, la frase fatata adatta in ogni occasione, perché le faccende da donne mettono all’istante a tacere i maschi, consentendo loro di tornare in pace nei loro discorsi preferiti. Io m’avvio verso i bagni, appena che arriviamo in fondo al corridoio tu m’afferri per una mano e giriamo a sinistra per ritrovarci di fronte alla porta che s’affaccia sull’enorme terrazzo, certo un po’ freddino, ma per questo spopolato:

“Andiamo?” - mi chiedi, con la mano appoggiata sulla maniglia della vetrata.

Io non rispondo, tu apri, richiudi velocemente e ci troviamo al freddo, mentre intorno a noi s’alzano le ombre scure dei cipressi piantati in enormi vasi, che sono collocati lungo tutto il bordo della terrazza. Allora io ti spingo tra un vaso e l’altro contro il muro, finalmente posso baciarti e intanto ti cerco intensamente i seni, mentre il mio ventre preme contro il tuo in una richiesta inappellabile. Tu mi sollevi la gonna e la tua piccola mano s’intrufola tra i foltissimi ricci di quel delta, mentre io abbassata la tua scollatura posso acciuffare in bocca quei seni che mi fanno deliziosamente delirare, succhiando i capezzoli come se fossero delle gustose caramelle. Alla fine è tutto un accarezzare, un bisbigliare di gemiti, un frusciare di stoffe, d’odori di donna in calore mescolati a quelli di costosi profumi, quando inaspettatamente udiamo:

“Domitilla, Veronica, siete qui?” - quella che sentiamo è la voce di Berto l’uomo di Domitilla.

In quell’istante ci stacchiamo, ci guardiamo e scoppiamo a ridere: siamo in uno stato pietoso con i capelli arruffati, le tette che fuoriescono dalle scollature e le gonne in disordine, ma soprattutto adesso ci accorgiamo dell’impeto del vento che si è messo a soffiare da vento gelido, maldicente e maligno qual è:

“Mamma, che gelo” - mormori tu, dandomi un ultimo bacetto ai seni, prima di farli tornare al loro posto, mentre affannate ridendo andiamo verso Berto che guardandoci continua:

“Questi sono grandi misteri, immensi rebus e profondi segreti delle donne che non capirò mai. Quassù c’è un vento da pigliarsi la polmonite qui, in casa signore, via”.

Abbracciate a lui, ridendo complici, una volta per tutte ritorniamo al nostro tavolo.

{Idraulico anno 1999}