i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Avrei voluto dire rammentando al portiere dell’hotel, che dopo aver letto e in ultimo compreso la tua età sui documenti, lui ha bonariamente sorriso ironizzando e nel contempo stuzzicandomi affettuosamente. Avrei ugualmente voluto riferirgli di quei letti che si sono spostati muovendosi sotto i miei colpi, intanto che ti cavalcavo affondando e conficcando le unghie nelle tue spalle.

Avrei voluto proclamare di quel sorriso complice assieme a quella gioia autentica e veritiera che ha illuminato il tuo volto allietandolo, quando t’ho detto che mi piacevano e che mi conquistavano parecchio le tue parole su quel foglio di carta, per concludere che il tuo finale s’adattava a meraviglia nel mio negozio di libri. Avrei voluto inoltre comunicare confidando benevolmente di quel muro pieno di cartelloni colorati, contro i quali m’hai spinto pigiandomi in quella notte fredda e stellata sotto quella costruzione imponente, tenuto conto che quel divisorio m’avrebbe visto fare lo stesso, però tu m’hai preceduto d’una frazione di secondo.

Indubbiamente avrei voluto proporre di quella pasticceria nella quale non siamo riusciti ad andare, nonostante le chiare e precise istruzioni del tassista. E del ristorante che cosa ribadire, o meglio della locanda dove quel gustoso e invitante vino Barbera scivolava morbido sul palato, nel tempo in cui quei saporiti agnolotti si scioglievano in bocca. Avrei innegabilmente auspicato dichiarando di quel massaggio al cioccolato che m’hai fatto tra i cuscini bianchi, in quanto non credo che torneranno riapparendo facilmente tali e quali. Avrei reclamato precisando fortemente di quei perfetti pouf di pelle nera per sentirti affondare dentro di me da dietro, dal momento che ho assennatamente ponderato di regalartene uno. Ricordo invero, anche di quel locale individuato per caso con quell’insegna lampeggiante di colore rosa e di colore azzurro nella notte limpida e luminosa, dove all’interno c’erano quei divani di pelle rossa che pulsavano nella penombra, di sigarette e di profumo di cognac, con la presenza tra l’altro d’un cameriere talmente discreto ed educato nel locale deserto da eclissarsi e infine svanire indisturbati sul retro.

Dirò delle tue dita che affondano tra le mie cosce aperte, delle mie che stringono i tuoi testicoli nudi sotto la stoffa dei pantaloni, del cognac che cola lento da una bocca all’altra, del mio ginocchio schiaccia spremendo il tuo cazzo. Dirò anche delle bocche fuse, di quelle lingue intrecciate, delle labbra morse, persino del sorriso complice e interessato del tassista che ci riportava in albergo, mentre le nostre pelli non riuscivano a staccarsi né a separarsi d’un centimetro. Non dirò né svelerò all’opposto della tua preghiera, effettivamente seria, rabbiosamente riflessiva e stizzosamente compassata nella sua apparente e visibile ironia. Non preciserò niente, perché non intendo permetterla né esaudirla, giacché t’ho spiegato persino il perché. Se ci sarà da pagare un prezzo vero lo pagheremo, poiché fa parte del gioco, del rischio.

Al momento, invero, faccio assegnamento e spero che c’è ne sarà un’altra quella che mi bisbiglierai nell’orecchio, nel momento in cui il treno correva a 150 chilometri all’ora verso casa. Organizzerò, eseguirò e terminerò quanto è in mio totale potere affinché ci sia.

Presto, fra non molto tempo, per di più senz’indugio né lungaggine alcuna.

{Idraulico anno 1999}