i racconti di Milu
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Eran cavità naturali, il posto giusto per nascondersi, ma buie e decisamente anguste. Uscivamo solo per procurarci qualche cosa, acqua del fiume, ortaggi silvestri. Se ne interessava soprattutto mio fratello. Benjamin poteva catturare a volte pesci o piccola selvaggina, ma in genere da mangiare si trovava davvero poco, ed era ancora lui quello che si occupava di far legna.

Il morbo era esploso disseminando morti e dolore senza che nessuno ne capisse l’origine. Il fallimento di ogni terapia sperimentale e la paura di contrarre infezioni ci avevano portato a rintanarci lì, lontani dai centri urbani e reticenti al contatto con altra gente perché l’estraneo rappresentava un pericolo di contaminazione ed era meglio tenerlo lontano.

Vivevamo quasi da preistorici, come in un ritorno all’età della pietra, come se la storia d’un tratto avesse preso a fare retromarcia col piede sull’acceleratore. Avevamo raggiunto le grotte su proposta di zio Charles, il fratello di mamma che sin da subito era divenuto il suo amante, un particolare questo che Benjamin ignorava. Quei due si intrattenevano in un puro idillio ed io facevo loro da sentinella. Li scoprii di notte arroventati in un amplesso. Mamma mi sorprese a fissarli, colse il mio raccapriccio, non poteva vedere le dita che sotto la coperta danzavano sulla mia figa. L’indomani volle spiegarsi. Era tesissima, io le palesai forse troppa calma perché più volte mi chiese se andasse tutto bene. La tranquillizzai dandole io tutti gli argomenti di cui aveva bisogno, del resto c’era poco da dirsi, avevamo certe esigenze ed in quella situazione era normale che per appagarle guardavamo alla persona più vicina. Tutto qui. “Vedrai che presto Ben…”, convenne lei, ora rilassata, io la interruppi: “Se non succede presto prendo zio anche io”. Restò come basita: “Succederà presto con tuo fratello”. La guardai, non mi sembrava tanto sicura poi continuò: “Prometto di parlargli, anche lui ha certi… istinti…”. Manifestai la mia perplessità: “Mamma quello sarà frocio, fidati, fattene una ragione”. Prese così il via un fitto scambio di pronte battute: “Non lo è”. “Come fai a dirlo?”. “E’ solo timido, riservato… parecchio inibito… un tipo sensibile ecco”. “Appunto, è frocio”. “Ti dico che non lo è”. “Ma come fai a dirlo?”. “Sono io che lavo la tua biancheria intima…”. “E quindi? Che c’entra?”. “Visto che tuo zio si libera con me… la sborra che trovo sulle tue mutandine sarà di Benjamin”. Stupii poi le sorrisi e tutto finì così. Un’ora dopo era in un angolo della caverna di nuovo a scopare con zio ed io li guardavo da lontano, toccandomi e pensando a mio fratello.

Andò avanti così per poco, appena due giorni. Fino a quando…

Il rumore della pentola traboccante d’acqua, lasciata cadere sul terriccio, attirò la nostra attenzione sull’immagine sconvolta di mio fratello. Sobbalzammo spaventati. Con la consueta sua esuberanza, mamma ancora nuda aveva appena manifestato a zio quanto gli piacesse farci sesso: “Mi fai impazzire quando mi pisci nel culo!“. Come poteva immaginare che suo figlio fosse proprio lì? Le parole ancora sembravano echeggiare nella grotta e Benjamin stava impietrito fissando loro che, colti di sorpresa, erano incapaci di coprirsi. Era ritornato alla grotta senza far il minimo rumore e per puro caso non li aveva trovati ancora a chiavare. Io ero intenta a macinare il granoturco col mortaio, poco distante da loro.

Sconvolto, Benjamin corse via. “Accidenti!”, imprecò mamma. Zio ci mise del suo: “Cazzo fai? Stai lì impalata! Vagli a parlare no?”. “E che gli dico?”, urlò lei. “Quello che hai detto a me! E poi mi hai promesso proprio ieri che gli avresti parlato no?”, pressai io. Lei gettò gli occhi nel vuoto e mormorò: “Sì ma devo prepararmi… è… imbarazzante”. Sbuffai e mi decisi allora a rincorrere mio fratello fuori dalla caverna.

“Oh dove vai?!”. Non rispose. “Ben dove cazzo scappi?”. Niente da fare, continuava a correre. Era il solito deficiente, uno stupido diciannovenne efebico! Imboccò il sentiero scosceso, urlai: “Ben?!”. Si fermò, mi fissò dal basso: “Sapevi tutto!”. “Certo! Mica dormo io!”, risposi avvicinandomici. “Ah io dormo?”, incollerì. “Certo!”, risposi muovendo ancora altri passi. “Piantala con questo ‘certo’ va bene?”. “Certo”, lo canzonai. Si imbufalì e riprese la sua corsa affannosa accusando: “Per questo siete voluti restar qui a tutti i costi!”. Ridendo ripetei il mio “certo”, lui inciampò. “Cazzo Ben ti sei fatto male?”. Si rimise in piedi e continuò ad andare con me che l’inseguivo. “Ben va piano!”. Si fermò: “Sapevi ed hai accettato la cosa!”. “La smetti di fare la donnina gelosa?”. “Io??? Donnina?”, strabuzzò. “Certo”, confermai il mio giudizio: “Insomma zio si occupa di mamma… e mamma di lui, che c’è di strano?”. “Ma sono fratelli e sorella!”. “Come me e te”, gli sorrisi. “Quando torna papà l’ammazza!”, sbraitò, io gli apparvi solita: “Papà non tornerà, fattene una ragione…”. “Sul serio?”. “So solo che nessuno degli infettati è mai sopravvissuto… e mamma sta qui, sola, con due figli da crescere in questa cazzo di pestilenza”. Mossi altri passi, finalmente gli fui vicina. Aveva un fiatone nervoso, sembrava spossato, sudato, col ginocchio destro sbucciato. “Allora la pianti di fare la femminuccia?”. “Hai rotto!”. “Ma sei geloso di mamma o di zio?”, l’irrisi, lui avvampò: “Il fatto che non mi è ancora spuntato un pelo non vuol dire che sono omosessuale!“. Come se nulla fosse, tornai a sfotterlo: “A no?”. “No!”, urlò lui ed io imperterrita: “E perché porti i capelli lunghi?”. Mi mandò al diavolo, io insistetti: “Tanto a zio non piaci”. Fu così che esplose, non ce la fece più. Se ci ripenso mi scappa a ridere. A colpi di sberleffi provocai il suo goffo tentativo di mostrarmi la sua virilità: si scagliò contro di me afferrandomi la nuca con una mano e spiaccicandomi un bacio risentito sulle labbra. Lo guardai sorpresa e divertita per qualche attimo.

“Allora tutto bene?”, mi destò mamma urlando. Ci guardava dall’alto incuriosita. “Tutto bene!”, le risposi mentre pure zio si rendeva visibile. Da quel momento restarono lì affacciati sul sentiero che cadeva giù e videro tutto come spettatori al teatro.

Mi riconcentrai su mio fratello. S’era tinto d’amaranto. Sorrisi: “Tutto qui?”. Annaspò, lo sfidai: “Ho voglia Ben… avere sempre in torno quei due che scopando senza freni mi sta facendo impazzire…”. Ammiccai a zio e mamma lassù poi continuai: “E poi lo so che anche tu mi desideri…”. “Ma che dici? Io!”. “Lo so che ti diverti con le mie mutandine…”. Mio fratello arrossì poi si mostrò rapito dal verso d’una poiana. “Ben mi senti! Voglio scopare!”, niente da fare, fingeva di non sentire e, merda!, io m’ero eccitata e quello faceva lo stronzo!

Mi ci tuffai addosso. “Dallas… che fai.. ferma.. ferma.. Dallas non … puoi…”, farneticò mentre gli tirai giù i pantaloncini e iniziai a dare a lui la bocca. Come previsto la sua mazza si inturgidì in un imponente slancio di libido. Ciucciai la sbarra poi le palle, poi ancora la sbarra carnosa. Lo tenni in gola, aspirai, ancora, ancora di più. Lo volli tutto in gola fino a strozzarmici.
Mi liberai delle mutande e lo spinsi a stendersi. Gli intrappolai il glande dentro di me ed a piombo mi lasciai andare giù. Lo presi tutto, che gioia! Trottai con le pulsazioni del cuore violente e tempestose. Mi afferrò le mani nelle sue, le congiunse sul fondo schiena e da sotto prese a falcidiarmi con affondi brutali. Tra i monti echeggiò il mio godimento. Le ginocchia raschiavano sul terriccio pietroso, soffrivo il dolore dei tagli e godevo. Il cazzo incideva solchi di piacere, intagliava duro e delizioso, scalfiva la mia mente, sviava ogni senso. Alternavo gioie gutturali e tenebrosi a lamenti soffocati e squittii vacillanti e, senza più via d'uscita, iniziai a venire a ripetizione. Levai il capo, un rapace volteggiava all'orizzonte limpido mentre il mio corpo veniva razziato poi fissai in direzione di zio e mamma. Il capo di lei, proiettato verso me e Benjamin, era oscenamente sottoposto a spinte. Stavano fottendo anche loro. Venni di nuovo poi sentii mamma urlarmi scomposta: “Nel… cuuulo… Daaaallas fatti veeee… venire nel culooooo…”. Io stravolsi: “Cheee?!”. “E’ sicuroooo…”, urlò sbilenca. Ben si fermò. Vidi il suo viso delicato contorcersi in un’espressione torbida. “No Ben, nel culo non mi va…”. Vidi il sudore sulla sua fronte mentre sgusciava dalla mia vagina alla ricerca dell’imbocco del mio culo. “Ben non farlo… sono vergine lì”. Vidi la perversione nei suoi occhi mentre il terrore mi pervadeva. Mi agguantò i fianchi e pigiò duro: mi spappolò l’ano e mi fu dentro sborrando. Cazzo che dolore! Urlammo insieme, fin dentro il cuore della vallata. Io per la sofferenza, lui per il piacere.

Dolorante e lacrimevole fui messa da parte come un oggetto. “Oh fa piano!”. Mi ritrovai col culo colmo di sborra e sangue. Raccolsi quella miscela nella mano poi guardai mio fratello: “Ti è piaciuto?”. Non rispose. “Come ti senti?”. Tacque ancora. “Io una meraviglia. Però potevi essere più dolce nel culo…”. Non fece una piega, si tirò su col respiro animato, io provai a scuoterlo: “Ah comunque avevi ragione… non sei omosessuale”. Lui niente. Feci risuonare il suo nome tra quelle alture mentre ritornava nella caverna. Risalii seguendo la sua ombra che si allungava sul mio corpo, provai ad affrettare il passo per raggiungerlo ma il culo sturato mi doleva e mi frenava nei passi.

Lo vidi da lontano sedersi all’entrata della caverna, con zio e mamma che lo guardavano pensierosi. “Tutto bene Ben?”, gli fece mamma. Non rispose. Li raggiunsi. Zio ci fece segno di non parlare, di lasciarlo in pace ma Ben ci sorprese iniziando a parlare: “E’ a questo che ci siamo ridotti? A darci piacere tra di noi? Come dei depravati?”. Mamma lo raggiunse ed affettuosamente gli carezzò la testa: “Ma che dici. Non è da depravati dare del piacere ad un fratello o ad una sorella…”. Ben parve poco convinto: “C’è gente oltre fiume”. “Vuoi andare con loro? E se ti becchi il virus? E poi sei sicuro che ti accettino? Chi correrebbe il rischio d’una contaminazione”, rifletté zio ma Ben l’attaccò: “Tu mi fai schifo!”. “Ah? Ti faccio schifo? Se ti sei scopato tua sorella è anche un po’ merito mio sai? Altrimenti avresti continuato a masturbarti con le sue mutande”, si difese lui e mio fratello rabbrividì come schifato di sé stesso poi riprese coi suoi dubbi: “E’ turpe, è illegale, è immorale…”. Mamma lo tranquillizzò: “E’ naturale, dimentica le vecchie concezioni. Le passate consuetudini non valgono più, il mondo è cambiato”. “Ma così dove arriveremo?”, incupì lui e fui io a rispondergli: “Chi lo sa! Ti fai troppe domande, pensa vivere bene il momento”. Di tanto in tanto mi toccavo tra le chiappe, la colatura di sangue s’era fermata ma l’indolenzimento ancora no. Raggiunsi mamma e sottovoce le dissi: “Ah per questo zio ti viene sempre nel culo!”. Lei mi fece l’occhiolino.

In un silenzio surreale ci apprestammo a pranzare. Il cibo era poco e neppure lo finimmo. Ben mi volle a quattro zampe e lo accontentai. Le mani nella polvere ed il suo cazzo nuovamente tra le mie natiche, gli occhi puntati contro mamma che s’affrettava a bardare suo fratello Charles. "Zio poi facciamo cambio?", guardammo tutti mio fratello, stecchiti dalla sua richiesta.