i racconti di Milu
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Era iniziata con la rabbia, la stanchezza e un marasma di sentimenti generati da un’illusione infranta. Da una speranza calpestata, da un amore finito.
Era iniziata come un germe, in sordina. Embrione d’intenzione tra intenti e pensieri.

La Città era un formicaio, un termitaio fremente di attività, una metropoli in cui i forti schiacciavano i deboli. Da sempre. Ma per chi aveva i soldi, la furbizia, o la ferocia necessaria, quella città poteva divenire un vero e proprio paradiso. Una manna.
Ma anche quella regola era sinonimo di fervente e continuo mutamento. Gli equilibri della Città si spostavano in fretta. I boss di oggi divengono i cadaveri di domani. Amen.
Per i pezzi grossi il processo era più lento, ma ugualmente funzionante. E più si scendeva, più i tempi del processo si accorciavano.
A volte qualche tossico veniva ritrovato cadavere. Altre volte una ragazza usciva, per non fare ritorno. Altre ancora una prostituta coinvolta in un gioco BDSM non urlava abbastanza forte la parola di sicurezza. E tragedie del genere se ne contavano diverse.
La polizia non faceva granché e il cittadino medio aveva ben altro a cui pensare. In realtà molti preferivano andarsene da quella Città piuttosto che tentare di cambiare le cose e rischiare di essere i prossimi a venire ritrovati in un cassonetto con una pallottola o due in corpo.
La linfa vitale della Città erano i soldi. I soldi, la droga, le donne, armi, organi e quant’altro.
E la linfa doveva continuare a scorrere, spesso anche oltrepassando le limitazioni etiche.
E così era.

L’uomo espirò. Spezzò la pausa del respiro. Il silenzio lo circondava.
Davanti a sé aveva dei guanti e un coltello pieghevole. Dalla punta somigliava a un Tanto, ma era l’unica assonanza con la terza lama dei Samurai. Quello comunque era un coltello di quelli pericolosi. Che si potevano aprire anche con una mano e occultare facilmente. Mise i guanti e infilò il coltello in tasca.
Era pronto? Non lo sapeva. Neppure era completamente certo che ciò che stava per fare sarebbe servito ma d’altronde quella era la sola cosa che gli fosse rimasta.
Era solo, abbandonato. Quella metropoli gli aveva tolto il passato, le speranze, gli amici e una ragazza che, da sola, rappresentava forse la cosa che più aveva amato a questo mondo.
Era solo. E solo sarebbe morto. Ma non senza provare a fare qualcosa.
Aveva visto il peggio. Ed aveva aiutato a volte a commetterlo.
Ora era tempo che le cose cambiassero. Radicalmente.
Calzò le scarpe e uscì.
La Periferia in quelle ore tra la sera e la notte fonda era territorio di pusher, prostitute e papponi. Completamente disinteressati a fare alcunché, i poliziotti passavano sulle volanti, inavvicinabili e lontani dalla lordura di quell’angolo d’inferno.
In realtà apparivano solo altamente menefreghisti. Tutte le volte che si era rivolto a loro, l’uomo aveva sempre e solo ricevuto spiegazioni soft, promesse di indagini che avevano portato a poco o nessun risultato e totale mancanza di giustizia.
Così, a un certo punto si era stufato, e il germe di pensiero era maturato, divenendo ipotesi e poi, intenzione, anche se ancora incerta. Con tutta probabilità, la sua fermezza sarebbe stata presto messa alla prova. Quella sera stessa, anzi. Camminò lungo le vie fino a vederle.
Donne. Giovani. Di varie etnie. Ostentavano seni prosperosi e un atteggiamento provocatorio.
Forzato. Si vedeva. Nessuna di loro voleva davvero essere lì. Erano in tre e, per quanto ci provassero, non riuscivano a nascondere quanto profondamente provassero disprezzo e sofferenza nel fare ciò che facevano. Prostitute. Carne al soldo. In Città ce n’erano anche di volontarie, donne che avevano scelto una vita libera e forse più dura di altre ma non quelle.
Loro erano schiave. E il vederle gli scatenò dentro un impeto di compassione.
Nessuno badava a loro. C’erano associazioni d’assistenza e cose simili ma coi papponi che giravano col ferro non si scherzava. I bei discorsi e i buoni propositi retrocedevano in fretta davanti al piombo e alle minacce nient’affatto velate di quegli infami.
Ergo, le associazioni caritatevoli non avevano ottenuto proprio nulla.
Si avvicinò a una di quelle ragazze. Bianca, capelli biondi, occhi color nocciola che cercavano di apparire ammiccanti ma risultavano solo profondamente tristi. Avvolta nel cappotto, rabbrividiva comunque. Evidentemente non doveva essere troppo vestita sotto di esso.
-Vuoi compagnia?-, chiese. Frase di rito. Una delle tante. “Ti senti solo?”, “Vuoi fare sesso?”, “Ti piaccio?”, eccetera. Tutti modi per approcciare un cliente. C’era chi sceglieva un modo invece di un altro ma il fine non cambiava mai.
L’uomo le sorrise, incoraggiante.
-Quanti anni hai?-, chiese. La giovane disse ventotto. Bugia.
Ne avrà avuti venticinque, forse anche solo ventitré o ventidue. Comunque meno di quanti dicesse. Quanti di quegli anni aveva passato lontana da casa?
-Faccio di tutto. Normale, coperto, scoperto, orale con ingoio, anale…-, lo diceva cercando di apparire eccitante ma riusciva solo a sembrare triste e demotivata. L’uomo la guardò.
-Come ti chiami?-, chiese.
-Laura.-, disse lei. Non gli chiese il nome. Non era necessario.
-Lo vedo che non ti piace quello che fai qui, Laura.-, disse lui con assoluta calma.
Lei fece per negare ma probabilmente si rese conto che non serviva.
-Io voglio aiutarti.-, disse lui. La giovane sorrise. E il sorriso divenne qualcos’altro. Un’espressione terrorizzata. L’uomo sentì i passi dietro di sé.
-Ehi! Basta con questo salotto! O la paghi e te la scopi o te ne vai!-, esclamò un tizio con un pullover nero, pantaloni jeans, scarpe e lo sguardo da duro. L’uomo esitò.
Se avesse messo mano al coltello, nulla sarebbe più stato come prima.
Soprattutto, lui non sarebbe mai più potuto tornare a fingere che tutto andasse bene. E non era detto che riuscisse. Forse ci sarebbe morto. Ma entro una certa misura, già lo era.
Tuttavia lì, in mezzo a una strada deserta ma alla presenza di ben tre testimoni? Meglio di no.
Si scusò e se ne andò. Furono gli insulti, e poi il rumore di pelle contro pelle a farlo voltare.
Il tizio in nero aveva deciso di punire Laura per la sua presunta incapacità a persuaderlo, evidentemente. L’uomo si odiò. E ancor di più odiò il mondo intero. Schifo sopra schifo.
Strinse il coltello. L’altro non si accorse di nulla. Colpì la ragazza al viso con un manrovescio. Poco metodico e sicuramente appariscente. Era un bruto che si sfogava sui deboli.
-Ringrazia che non c’è Deb di ronda: lui avrebbe fatto di peggio!-, ringhiò all’indirizzo di Laura.
Le altre si erano disperse, alla ricerca di clienti che le salvassero da una punizione analoga.
Restavano solo lui e quel tipo. E la ragazza.
-Ora forza, vieni! C’è una festa alla villa di un tale Sin e ha detto che vuole qualche ragazza. Tu sarai tra le fortunate e cerca di fare bella figura, puttana. Altrimenti…-. L’uomo decise.
Basta. Basta con il far finta che tutto andasse bene. Basta con le scuse ma soprattutto, basta ignorare quel sentimento di pura e semplice rabbia che gli cresceva dentro.
Il bastardo che aveva venduto droga ai suoi amici e alla sua ragazza l’aveva fatto senza pensare alle conseguenze. Lui fece lo stesso.
Estrasse il coltello, aprendo la lama, girò e annullò la distanza tra sé e il bersaglio. Afferrò il tizio in nero per la fronte, tirando indietro la testa e piantando la lama nel collo dell’uomo. Sangue. Tremiti. Rantoli disperati in cerca d’aria. L’uomo lo accompagnò a terra, sentendo la vita di quello stronzo spegnersi tra le sue mani. Concluse per buona misura tagliando la gola. Si alzò. Laura lo guardava. Grata e terrorizzata. Incapace di dire alcunché.
-Vieni.-, le disse. La ragazza lo seguì. Arrivarono sino a casa sua. Nessuna parola, lui che quasi la trascinava, lei che non riusciva a dire nulla. Lui che non parlava, nemmeno pensava per non ponderare ciò che aveva appena fatto. Quando alla fine arrivarono a casa sua, l’uomo si concesse finalmente di pensare alla sua azione.
Aveva ucciso. Aveva ucciso ed entro una certa misura quell’uccidere gli era sembrato giusto.
Laura crollò sul pavimento piangendo. Si mise a singhiozzare come una bambina. Lui invece si guardò le mani. Aveva sangue sui guanti, pochissimo ma c’era. Emoglobina.
Un marchio che non sarebbe mai più scomparso. Fine di ogni pretesa d’innocenza.
In un singolo istante permise all’orrore, alla consapevolezza di quanto fatto, di entrargli dentro, di scavargli nell’animo. Rabbrividì. Si sentì sull’orlo della nausea e delle lacrime.
“Reagisci!”. La consapevolezza della giovane che stava rannicchiata sul pavimento lo aiutò a riprendersi. Non poteva cedere. Non ancora. Non finché ci fosse stato quella ragazza da salvare. Poi poteva disperarsi quanto voleva. Ma finché lei non fosse stata in salvo…
-Laura, ascoltami…-, la voce gli uscì piano, flebile. Ma doveva farcela!
-Perché l’hai fatto?-, chiese la giovane. Piangeva, -Ora mi daranno la caccia. Mi uccideranno!-.
Lui capì. Ovvio. A meno che lui non l’avesse aiutata.
-No. Non lo faranno. Io ti aiuterò. Di dov’è la tua famiglia?-, chiese lui.
-Di Los Angeles… Io ero qui in visita a un’amica… Poi siamo uscite a ballare, abbiamo bevuto e ci siamo ritrovate prigioniere di Marcel, quello che hai ucciso.-, disse, -Ci ha obbligate a farci scopare per soldi…-, altre lacrime, altro pianto. L’uomo desiderò ardentemente poter dire qualcosa ma non c’era nulla da dire, salvo che ora lei era salva… Però la sua amica no.
-La mia amica… Lei è morta qualche giorno fa… Overdose di eroina. La drogavano per poterla sfruttare.-, disse Laura. Lui si chinò. La abbracciò. Senza dire una parola. E la ragazza pianse a dirotto, inzuppandogli la giacca di lacrime.

Quando si fu calmata, cosa che avvenne un’ora buona dopo, l’uomo le preparò un thè.
Ne fece uno anche per sé. Per calmarsi. Si era lavato le mani ma sapeva che non avrebbe mai potuto lavar via quel sentimento, quella sensazione.
-Perché l’hai ucciso?-, ancora quella domanda.
-Perché ti ha colpita.-, disse lui. Era una verità parziale: l’aveva colpito per quello e per altre ragioni. Specialmente per altre ragioni ma non era necessario che la giovane sapesse quali.
L’uomo sospirò. Era stanco e Laura era uno straccio. Lei lo guardò con assoluta disperazione.
-Tu riuscirai a tornare a casa. Te lo prometto.-, disse l’uomo.
-I miei mi daranno per morta ormai.-, disse la giovane.
-Forse. In ogni caso, tu non morirai.-, la determinazione lo animava ora come fuoco.
Ecco perché l’aveva fatto. Era profondamente stanco di vedere la gente di quella Città venire calpestata per il privilegio di pochi. Salvare quella ragazza era poco, pochissimo. Una minuscola cosa in confronto a ciò che avrebbe dovuto fare se avesse voluto liberare quel posto dai bastardi che vessavano la popolazione di quella città di dannati.
Eppure era già qualcosa e parte di lui ne era incredibilmente fiero.
-Forza. Andiamo a letto. Domani vedremo il da farsi.-, disse lui. Lei parve scuotersi.
-Posso farmi una doccia, prima?-, chiese. L’uomo annuì. Perso nei suoi pensieri. Le indicò il bagno e poi si sdraiò sul divano. Continuava a rivedere quella scena, ancora e ancora. Un loop dell’orrore da lui stesso scatenato. Il coltello che entra nel collo, il sangue del tizio e il tremore e poi la lenta caduta accompagnata da lui. L’aveva ucciso…
Si alzò, prese il coltello. Prese a ripulire ossessivamente la lama Si tagliò un dito. “Cazzo!”.
Sospirò. Era esausto e non avrebbe dovuto fare quel lavoro senza la lucidità necessaria.
-Tutto bene?-, chiese Laura. Era dietro di lui. Si voltò. La giovane indossava un suo accappatoio, decisamente fuori misura per lei. Aveva i capelli bagnati e il viso preoccupato.
-Tutto ok, sì.-, disse lui. Si scoprì improvvisamente eccitato. Si vergognò di esserlo.
-No, non è vero. Stai sanguinando.-, disse lei. Prese della carta da cucina e bendò il dito.
-È solo un graffio.-, minimizzò lui. Il tocco delle sue mani sulla pelle…
Si sentì ammaliato. Parte di lui si chiese quand’era stata l’ultima volta che aveva fatto sesso.
Tempo prima. Diverso. Abbastanza da rendergli decisamente desiderabile quella giovane.
No! Non poteva farlo: sarebbe stato come essere come quelli che l’avevano portata a prostituirsi… Notò che si era irrigidito.
-Ehi, che succede?-, chiese lei. Lui non trovò risposta. O meglio, le risposte c’erano ma erano veramente imbarazzanti. Infine decise.
-Niente… Io…-, la guardò. Per un istante rivide lei, la ragazza che lo aveva portato a dannarsi.
Poi l’illusione scomparve, lasciando solo la realtà.
-Io sono un po’ stanco e credo che anche tu debba dormire. Ormai è la…-, si fermò, guardò l’orologio più vicino, -Le due di mattina.-, disse. Lei annuì.
-Sì, un letto ci sta.-, disse. Improvvisamente lui si accorse di come Laura lo guardasse. E capì.
Il letto non sarebbe servito a dormire. Parte di lui ne era lieta, sebbene sorpresa.
Un’altra parte invece avrebbe solo voluto non sentirsi così profondamente inadeguato.
La ragazza sorrise. E lui pensò di star facendo una figura veramente da idiota.
-Io… è passato un po’. E poi non voglio che tu ti senta in dovere di farlo.-, disse lui.
-Non mi sento in dovere: per me sei stato un eroe. Quante persone avrebbero avuto il coraggio di fare qualcosa del genere? Marcel fa parte di una rete, ci saranno ripercussioni.-, disse lei.
Lui annuì. Capì che aveva scatenato qualcosa che difficilmente avrebbe potuto fermare. In più di un senso, aveva dato inizio a una catena di eventi che avrebbe cambiato molte cose.
-Capisco.-, disse. Improvvisamente si accorse di essere eccitato. Lei lo abbracciò.
-Grazie… grazie di tutto.-, disse. I loro visi erano vicinissimi. E l’uomo pensò che forse per sopravvivere al dolore, al male che aveva sentito tanto a lungo, fosse necessario anche concedersi qualcosa. Permettersi di osare. Si avvicinò appena. Laura non si ritrasse, anzi, lo baciò. Il bacio fu qualcosa di strano, folgorante ma lento. L’universo dell’uomo andò fuori fase.
Ricordò cose che pensava di aver scordato. Mosse le mani, accarezzando le spalle avvolte dall’accappatoio e le braccia. Risalì e ridiscese lungo la schiena. Il tutto mentre la sua bocca esplorava e veniva esplorata. A occhi chiusi sentì che voleva, doveva possedere quella donna.
-Il letto è lontano, ma il divano va bene.-, disse la giovane. Lui si trovò perfettamente d’accordo. La ragazza forse avrebbe voluto diversamente ma lui decise di concedersi un po’ di scena. Prese in braccio Laura che reagì con un risolino.
-Posso avere l’onore, madame?-, chiese. Lei sorrise, deliziata.
-Assolutamente.-, disse. Lui la adagiò sul divano, pochi passi dopo. L’accappatoio svelava piccole parti dell’anatomia della ragazza. Bocconcini, antipasti volti a stuzzicare una fame che l’uomo sentiva sempre più grande. Lei si permise di togliergli i vestiti. Ammirò i tatuaggi sulle braccia poi scese. Glielo tirò fuori con rapidità estrema.
-Lo voglio…-, sussurrò. Oh, anche lui la voleva. L’accappatoio volò sul pavimento.
La vista di Laura nuda gli suscitò un’istantanea reazione. Accarezzò con dolcezza quelle braccia, le spalle, i seni, il ventre, la vita, il pube e le cosce. Accarezzò e basta, come timoroso di ferirla. Lei gemette quando lui prese ad accarezzare senza un ritmo preciso l’interno delle cosce e poi ancora più in dentro. Verso quell’intimità che già vedeva, che già pareva schiudersi al suo tocco. La giovane gemette mentre lo manipolava. L’uomo dovette fermarla: rischiava di venire troppo presto e non voleva che accadesse. Si concentrò invece su di lei, accarezzandole i capezzoli, baciandole i seni e poi risalendo. Lei gli baciò il collo.
Pura elettricità saettò lungo i suoi nervi, l’uomo sorrise. La baciò. Improvvisamente, lei fu sopra di lui e lo ghermì, pronta a impalarsi. Ma lui scosse il capo. Non intendeva essere il solo a godere. E Laura capì. Interdetta per un istante, tornò sotto di lui. E lasciò che decidesse.
L’uomo non la fece attendere molto. Scese lungo il corpo della giovane baciando e leccando, sino alla vulva. Poi, semplicemente, dopo un istante di esitazione, prese a leccare la vulva.
La reazione della ragazza non si fece attendere: la bionda gli mise una mano sulla nuca, spingendolo ancor più verso la propria intimità, estasiata da quel trattamento che non doveva esserle stato riservato da molti, se non proprio completamente sconosciuto a lei. Umida e pronta, Laura doveva essere prossima all’orgasmo.
-Dentro… ti prego, mettilo dentro!-, esclamò a fatica. L’uomo annuì. Lasciò che le salisse sopra e s’impalasse. Il gemito di lei fu modulato, lungo, mentre lui le affondava dentro.
Iniziarono a dare grandi colpi d’anca. Lei gli sorrise. Si sfilò e si lasciò possedere. L’uomo non resistette oltre: le esplose dentro, finalmente lieto.
Passarono da quell’istante al sonno senza quasi accorgersene.

L’indomani l’uomo la accompagnò in stazione. Aveva passato la mattinata a prepararsi, ritirando soldi e comprandole vestiti adatti. Lei si era tagliata i capelli. Ora ce li aveva cortissimi ma era quasi irriconoscibile. Quasi.
Nonostante ogni cautela, la circospezione non li abbandonò, anzi, aumentò l’ansia. Finché non si separarono con un lieve abbraccio e un bacio che fu quasi più uno sfiorarsi di labbra che altro. L’uomo la guardò partire. Il treno l’avrebbe condotta fuori città, poi la ragazza avrebbe dovuto arrangiarsi ma andava bene. Era salva, lontana da chi le avrebbe voluto far del male.
E lui? Lui aveva i suoi demoni e sapeva che ora andava verso un futuro oscuro.

Il detective Raul Montoya guardò quel corpo. Un pappone noto, Marcel Benning. Nessuno avrebbe pianto la sua scomparsa ma Raul pensò che avrebbe voluto capire chi l’avesse ucciso. Probabilmente era stato solo l’ennesimo regolamento di conti. Ne aveva già visti tanti in quella Città. Sospirò pensando che l’assassino fosse stato metodico: niente impronte digitali o tracce di sorta. Un fantasma.
Come troppi altri casi, anche quello si concludeva in un nulla. La Città avrebbe fagocitato Marcel e il suo assassino. La Città digeriva letteralmente tutti.

L’ansia l’aveva preso rapidamente ma l’uomo si era concesso di ragionare lucidamente. Non aveva lasciato prove. Il pappone era morto in una zona senza telecamere o testimoni, salvo Laura che oramai era lontana e con abbastanza denaro da poter riabbracciare i suoi cari.
E lui? Lui doveva scegliere. Il rimorso per quella morte non lo abbandonava.
Ma lui non intendeva cedere, sapeva, sentiva di aver fatto la cosa giusta.
Rilesse alcuni libri, lo fece per darsi un tono. Per ritardare una decisione che sapeva già presa.

L’inchiesta fu archiviata due giorni dopo. Raul Montoya non se ne stupì. Anthony Jackson non era un cattivo poliziotto ma in una città in cui i criminali praticamente si assolvevano da soli era vano cercare il killer di un pappone. Montoya pensò che in fin dei conti andasse bene anche così. Uscì dalla centrale. Aveva bisogno di un drink. Era solo pomeriggio, le 15.43 per l’esattezza ma lui si sentiva come se qualcosa fosse cambiato. E non riusciva a spiegarsi cosa.
Sorrise. Il primo sorriso da un po’ di tempo a quella parte.
-Di buon umore?-, chiese Njala Tambossou. La giovane nera era un’ottima agente e Raul l’aveva constatato. Aveva dovuto salvarle la pelle ma la ragazza aveva la stoffa per fare carriera. O almeno l’avrebbe avuta, non fosse stata in quella Città.
-Sì, direi proprio di sì. In fin dei conti, non possiamo essere sempre giù di corda, no?-, chiese.
-Direi di no. Dai, andiamo a bere qualcosa. Io non ho ancora mangiato.-, disse la nera.
Raul annuì. Perché no? Njala era una brava ragazza e non era spiacevole parlare con lei.
A differenza di molti altri era ancora abbastanza pura. Che lui sapesse quantomeno.
Perché purtroppo, poliziotti corrotti ce n’erano. Solo un giorno prima, Brian Kelso era stato espulso dal corpo di polizia per aver inquinato le prove di un traffico di armi.
Il trafficante, Mikhail Qualcosa, aveva assoldato i migliori avvocati che il denaro potesse comprare e Brian aveva dato il tocco finale. La polizia aveva dovuto veder cadere le accuse.
Raul sospirò. A volte avrebbe davvero voluto vedere qualche cambiamento in quella cloaca di Città. Avesse potuto se ne sarebbe occupato di persona ma aveva i suoi motivi per non agire. Eppure sentiva che qualcosa si stava muovendo. Glielo diceva l’istinto.

L’uomo guardò l’arsenale. Radunare tutta quella roba gli aveva richiesto tre giorni.
Pistola silenziata M9, numeri di serie e matricola limate. Quattro caricatori, munizioni a punta vuota. Fondina ergonomica con sistema di sgancio rapido.
Un giubbotto con sistema MOLLE di tipo militare, equipaggiato con tasche per caricatori vari.
Mentre ascoltava My Sacrifice dei Creed, pompata dalle casse del suo computer, passò al resto.
Fucile a pompa Franchi SPAS-12, non rintracciabile, con una scatola di munizioni.
Guanti ergonomici, neri e antiscivolo. Anti-taglio e antistrappo
Katana e Wakizashi, la spada e l’arma corta dei samurai, affilato come un rasoio. Si chiese se valesse la pena averlo: quando mai avrebbe potuto servirgli?
Ma meglio averlo e non averne bisogno che l’opposto.
Passamontagna traspirante nero con le fattezze di un teschio umano.
Granate, tre. Hardware da professionisti dell’Esercito USA, comprate sottobanco tramite collaboratori anonimi che non abitavano in Città e che non l’avrebbero sicuramente tradito.
Esplosivo C4, ne aveva veramente poco ma se piazzato nei punti giusti poteva servire.
M14 EBR, fucile da cecchino completo di ottica, privo di numeri di serie o matricola.
Revolver 357. Magnum con fondina e tre ricariche rapide. 18 proiettili in totale.
Impermeabile nero a falde larghe, più largo della sua misura per non impacciare i movimenti.
Inutile mentire: a un certo punto un uomo deve fare quello che un uomo deve fare.
Quella verità gli era sbocciata dentro come un Kensho, una realizzazione assoluta, improvvisa e devastante come un’atomica in esplosione nel suo animo. Ma l’importante, era che fosse finalmente giunta, che avesse infine dato un senso a tutto quanto.
Coltelli da lancio Steelclaw, perfettamente bilanciati.
La canzone cambiò. From Yesteday dei 30 Seconds to Mars. Splendida.
Perfetta per quel momento. Come tutto il resto, approntato per quella cerimonia.
Fodero in velcro, con attacchi intercambiabili. Per ospitare la sua arma favorita.
Ci aveva pensato parecchio. Aveva vagliato molti candidati.
Un coltello tipico da sopravvivenza, anonimo e privo di qualunque legame con lui.
Una baionetta dell’esercito, talmente comune da poter esasperare l’occasionale detective al lavoro su un tale caso eppure abbastanza efficace da essere un’ottima scelta.
Un coltello SOG, con sezione seghettata.
Un Kukri Nepalese con fodero rigido e due coltelli da lancio in aggiunta.
Persino un serramanico, tipico della mafia italica e decisamente apprezzabile per le ridotte dimensioni quand’era ripiegato e la conseguente facilità di occultamento.
Ma la verità la conosceva bene: aveva deciso nel giorno in cui l’aveva visto.
Manico in gomma, antiscivolo. Lama in acciaio Inox, inossidabile. Quindici centimetri di pura e semplice arte metallurgica, annerito in modo da essere interamente antiriflesso. Ottimo in ogni ambiente.
Il Tanto, riproduzione moderna della lama con cui i samurai si aprivano il ventre. Quell’arma sarebbe stata il suo simbolo. Quella Città non aveva bisogno di un altro assassino. A quella metropoli serviva qualcos’altro. Qualcuno che regolasse i conti. Che impedisse ai malvagi di spadroneggiare. Che rendesse sicura la metropoli ed eliminasse il nemico uno ad uno. Qualcuno come lui, insomma.
Aveva voluto negarlo per giorni ma la verità era che quello gli era necessario.
Si era sentito vivo facendo giustizia. Più vivo di quanto fosse stato negli ultimi anni.
Più vivo che mai. Ma non l’avrebbe fato per questo. L’avrebbe fatto per tutti loro.
Per quella giovane che l’aveva abbandonato alla ricerca di una fuga dal passato, per Laura costretta a degradarsi e la sua amica, morta di overdose.Per i suoi amici uccisi o resi pazzi da droga tagliata male e pusher indifferenti. Per tutti quelli che avevano visto morire amici o familiari per il diletto del bastardo di turno. Per coloro che pregavano per aver giustizia.
Per tutti loro, lui avrebbe agito. Avrebbe continuato a farlo.
Da solo se necessario o con tutti loro se avessero voluto unirsi a lui. Senza l’aiuto della polizia che sapeva essere indolente e corrotta. Senza falsi ideali o mezze verità. Senza mentire. Sincero come la lama che brillava davanti a lui.
Sincero, come la morte e il karma da cui sarebbe stato giudicato. Ma era inevitabile.
E lui accettava, arrivasse pure il giudizio. Avrebbe avuto modo di dire la sua.
Se per lui c’era un posto all’inferno, si sarebbe assicurato di essere in buona compagnia.
Non pretendeva che altri si unissero alla sua lotta. Lo sperava ma non si faceva illusioni. In quella Città ognuno pensava a sé stesso. E andava bene anche così.
In fin dei conti, lui era stanco di appoggiarsi agli altri. Poteva, anzi doveva trovare conforto e rifugio dentro sé stesso. Non per egoismo ma per semplice necessità. Non gli sarebbe stata data più altra compagnia che quella dei suoi pensieri. Amanti e amici sarebbero arrivati e partiti. Lui però sarebbe rimasto, sino al giorno della sua morte, quando non avrebbe più avuto alcuna importanza. Ma fino ad allora, avrebbe dovuto combattere.
Negli ultimi giorni aveva riflettuto. Molto. La vita faceva schifo e nessuno avrebbe fatto nulla per migliorare le cose. Salvo lui. Laura era salva ma come lei ce n’erano a centinaia. E molti di più erano schiavi delle sostanze che aveva intossicato i suoi amici e quella giovane che per lui era divenuta la distruttrice d’illusioni. La condanna dei suoi sogni lo aveva ucciso.
Però, ora sarebbe rinato. Non intendeva più esitare. Non l’avrebbe più fatto, mai più.
Avrebbe agito, tagliando una a una tutte le teste di quell’idra malefica. Abbattendo il male.
A costo di diventare come loro? No. C’era sempre una linea morale. A quella si sarebbe attenuto. A quella e all’acciaio. Guardò la lama del Tanto. Pura.
Sarebbe dovuto diventare come quella lama. Assoluto. Perfetto e implacabile.
La rinfoderò e andò a letto. E per la prima volta, sognò il bianco.
Note finali:
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