i racconti di Milu
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Eravamo nel fienile. Avevo goduto, avevo penato.
Il groviglio si sciolse ed i nostri corpi riconquistarono la loro libertà. Austin m’era scoppiato dentro e già stava rivestendosi, Luke invece si erse ancora pieno e gli diedi la mia bocca. Lo portai al limite e lasciai che le sue gocce di sborra schizzassero sul mio volto, sui miei seni, sui miei capelli come fossi la tela d’un quadro astratto. Le sentii caldissime sulla mia pelle madida di passione ed aprii allora di nuovo le labbra, serrai le mani sui suoi glutei e risucchiai ancora fino a quando lasciò andare ogni tensione. Ingoiai poi gli strizzai l'occhio e lui, col sorriso, si rimise il cappello e cominciò a rivestirsi. Mi guardai attorno, ero ancora un po’ indecisa, ma tutto andava fatto. “Resto un po’ qui, ho voglia di riposare…”, dissi. Luke se la rise, Austin si compiacque: “Ti abbiamo stremata”. Glielo feci credere e mi lasciarono sola.

Indossavo unicamente gli stivali, niente più, ed ero in ginocchio su un giaciglio di paglia, circondata da secchi, vanghe e rastrelli. Guardai verso il vecchio trattore, lì dove l’ambiente, lontano dalla finestra, diveniva tenebroso, e, col respiro di chi si è rassegnato ad affrontare una questione pesante, mormorai: “Josh… dai vieni fuori”.

Sapevo che mi stava spiando e non era la prima volta. Joshua aveva diciannove anni ed un carattere non ancora formato, a volte sembrava riflessivo e timido, altre esuberante. Aveva preso a controllarmi e spiarmi, era almeno la sesta volta che succedeva ed io avevo accettato la cosa pur di non affrontarlo. Lo so che non andava bene per questo m’ero decisa a parlargli. “Josh su! Vieni fuori!”, se ne stava raccolto nella penombra, in silenzio, fingendosi assente: “Andiamo Josh, lo so che sei lì”. Non ricevetti risposta. Mi allungai a recuperare i miei vestiti ed ancora lo spronai a venir fuori: “Senti… parliamone, ti spiego tutto…”.

Niente da fare. Mi alzai, indossando la camicia, ma senza abbottonarla e fu in quel momento che finalmente mio figlio venne allo scoperto. Vidi il suo corpo sollevarsi ancora riparato dalla ruota del trattore, poi inquadrai il suo volto. Non riuscii a decifrarlo, feci qualche passo per esaminare meglio la sua espressione, ma davvero mi parve imperscrutabile. La cosa non mi rasserenò affatto. “Chissà cosa pensi di me…”, riflettei a voce alta, lui stette zitto poi si mosse verso la porta. “Dove vai?”, mi spostai più vicina a lui principiando ad agganciare la camicia. “Devo controllare che puliscano i cavalli, lo sai…”, rispose dandomi le spalle. “Come mai tutta questa fretta? Lo fai dopo… resta qui”, lo convinsi e si fermò, ancora rivolto alla porta. “Ti capisco. Anche io sono nervosa… non è facile per me vivere così, consumare i miei adulteri in questo fienile ed ora star qui a parlarti… ma voglio farlo”, mi detti un’aria di calma. “Ci credo che non è facile!”, echeggiò lui con un tono stucchevole. Quelle parole mi indurirono il cuore e la voce mi si affievolì: “Cosa è questa? Un’accusa?”. Mi feci forza: “Dovrei essere incazzata io con te che mi spii!”. Stetti zitta, forse non era il miglior approccio e cambiai atteggiamento: “Senti io... insomma, non starci male se tradisco papà. Succede quando sposi un vecchio ranchero…”. Non si mosse ed io, col peso di quei silenzi, continuai: “Ho sposato un vecchio proprietario…”. “E’ mio padre”, mi interruppe lui ed io mi corressi: “Sì tuo padre, e gli voglio bene perché mi ha dato te e qui praticamente… è tutto tuo qui… c’è solo che a letto… con lui non va… non è mai andata…“.

Josh preferì ancora il silenzio ma poi si girò di scatto. Fui colta da un brivido di spavento perché mi ritrovai stretta tra le sue braccia, schiacciata contro il suo stomaco, palpata al fondoschiena, tastata sulle chiappe, ispezionata oltre i glutei, con i pochi bottoni della camicia chiusi che tornarono ad aprirsi. “Ch… ch..e fai?”, risposi concitata. “Josh che fai!”, dissi ora più decisa. “Quello che fan loro… ti voglio, ti voglio anche io!”, mi fissò dritto negli occhi e stizzì indignato: “Te li fai tutti… tutti tranne me! Mi sento un idiota…”. “Sei impazzito!”, provai ad opporgli resistenza scagliando pugni contro il suo petto per tenerlo lontano, ma fu inutile, anzi, quando muovendomi scoprii la superlativa impennata dei suoi calzoni, vacillai e ne rimasi stordita. Che meraviglia che era. Forte, robusta, grassa! Con voce tremendamente languida salutai quella sorpresa: “Oh Josh…”.

Fu una cosa inattesa, totalmente inaspettata, ed iniziò ad annientare la mia resistenza. Mi strusciavo, cercavo il contatto con quella incantevole indecenza e mugolavo una flebile sequela di “no”. Mi sfregavo e lui si infervorò di più. “Va bene, va bene Savannah, sta succedendo anche a te, proprio a te... come nei pettegolezzi che hai sentito in mezzo stato", pensai mentre ancora afferrava le mie chiappe. La camicia ormai non copriva più nulla, piantai le mani sulle sue spalle e finsi di voler sciogliere la sua presa mentre mi dicevo: "Solo una volta... solo questa volta... Savannah no! E’ tuo figlio! Vuoi scopartelo? Dì la verità che vuoi scopartelo... e mica solo una volta". Lo lasciai fare, incredula ed accaldata. In me s’era già accesa la miccia ed i battiti del cuore subissarono quella voce che nella testa ripeteva: “Savannah che fai!”. Ormai ero mossa solo da una gigantesca voglia di sesso e non lo nascosi: “Ma quando mi spii ti masturbi?”. Stette zitto e mi spinse con la schiena contro il trattore. Fui io a volerlo baciare, strizzò i miei seni, li compresse esaltato e tornò a baciarmi. Impazzii: “Oh Josh…”.

Mi sollevò mettendomi a sedere sul muso del vecchio trattore ed io gli spalancai le cosce davanti, con gli stivali che finirono sulle due grandi ruote. Si chinò a leccarmi la figa, l’incensò, ci si strofinò, l’annusò e leccò. Chiusi gli occhi, io che non li chiudo mai, e farneticai: “Lo sai che c’è ancora la sborra di Austin?”.
Si fermò, mi guardò smarrito come un passerotto. Gli afferrai il collo della camicia e lo tirai a me sbaciucchiandolo e ridendomela. S’era impietrito, era tornato il mio ragazzetto inibito! Che tenerezza! Corsi ai ripari, volli ridargli la sicurezza e la scaltrezza che aveva sino ad allora avuto: “Quanto ho desiderato d’essere tua! Fammi godere… Il mio piccolo Josh dal grande cazzo”. Mentii, mai l'avevo sognato, come potevo se era mio figlio!, ma ottenni l’effetto sperato. Se lo liberò, di nuovo acceso. Godetti della vista di quel randello tozzo giusto il tempo di sentirmelo piantare dentro, in una figa slabbrata e crivellata da mille tradimenti. Precipitosa arrivò una prima stoccata, una seconda, una terza e poi ancora una irruenta e deliziosa scarica di felicità. Fu triviale e rozzo ed un orgasmo mi scompaginò i sensi. Inesperto, non lo capì altrimenti, come gli altri, avrebbe già reclamato il suo diritto. Meglio così, continuò a trapassarmi con affondi baldanzosi ed io venni ancora. Gemetti con la voce scossa dai suoi colpi. Lui mi fotteva costringendomi a contorsioni e vagiti ed io accoglievo dentro di me quella gioia scandalosa che prendeva la forma di nuovi e ripetuti orgasmi. Seguii attentamente le trasformazioni della sua violenta libidine e quando mutò in pulsioni contratte gli dissi una porcata: “Vienimi dentro. Vienimi dentrooo…”. Si concesse altri colpi: “Ma tu sei venuta?”. “Un po’”, risposi da stronza e lui iniziò a cedere gorgheggiando.
Tutto fu completato. Lo tenni a lungo abbracciato a me, poi si allontanò sudato, levando il cazzo ormai moscio e filante di sborra, ed io tornai a percepire la mia coscienza: "Ed ora? L'ho fatto pure io... mamma mia che ho fatto!".

Muta, mi vestii, mi riavvicinai e gli carezzai i capelli. Forse era lui che poteva tranquillizzarmi: “Pensavo mi odiassi, pensavo che ti facessi ribrezzo… non che ti piacessi!”. Volse a me gli occhi e disperò teneramente con una vocettina impastata: “No mamma, che c’entri tu. Odio me ed ho ribrezzo di me, dell’attrazione che provo ed ora... di quello che ho fatto”. Era tenerissimo il mio Joshua e mi riempì il cuore di miele. Era quello che volevo e gli sorrisi: “L’abbiam fatto entrambi… a me è piaciuto, a te no?”. “Ma certo”, gli brillarono gli occhi e lo rassicurai: “Allora non c’è nulla per cui devi odiarti e provare ribrezzo”.

Unimmo ancora le nostre labbra poi, taciturni e forse entrambi un pochetto turbati, uscimmo dal fienile.